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L’ asse Trump-Bibi e le incognite sull’ultimatum

Le tessere del mosaico di questa guerra sono come i fondi del caffè in cui i veggenti credono di leggere il futuro. Ma sono molte di più le cose che non sappiamo di quelle che sappiamo. Vediamo per esempio che se da una parte JD Vance gioca il ruolo del poliziotto buono che vuole andare presto a un accordo, dall’altra Rubio ha le idee chiarissime sulla inagibilità di una trattativa e parla di quattro settimane, molto più realistico. Il sei di aprile scade il nuovo volatile ultimatum di Trump. Serve a dare agli iraniani ancora qualche giorno per ripensarci: ma si capisce che dei quindici punti non ce n’è neppure uno che possano accettare, e Trump lo sa bene.

di Fiamma Nirenstein | 29 Marzo 2026

Le tessere del mosaico di questa guerra sono come i fondi del caffè in cui i veggenti credono di leggere il futuro. Ma sono molte di più le cose che non sappiamo di quelle che sappiamo. Vediamo per esempio che se da una parte JD Vance gioca il ruolo del poliziotto buono che vuole andare presto a un accordo, dall’altra Rubio ha le idee chiarissime sulla inagibilità di una trattativa e parla di quattro settimane, molto più realistico. Il sei di aprile scade il nuovo volatile ultimatum di Trump. Serve a dare agli iraniani ancora qualche giorno per ripensarci: ma si capisce che dei quindici punti non ce n’è neppure uno che possano accettare, e Trump lo sa bene. L’Iran è a pezzi, la leadership eliminata, si calcola che fino a ora siano state distrutte fino al 70 per cento delle strutture belliche iraniane, e mentre si parla di trattativa sia gli americani che gli israeliani di fatto non hanno rallentato nessuna operazione dall’aria e dall’acqua. Negli ultimi giorni sono state bombardate le fabbriche di vari armamenti per i proxy, e le strutture di acqua pesante per il progetto atomico. Un difetto della nuova scadenza è che dà tempo al regime per arruolare sottotraccia milizie sciite irachene e così minacciare il popolo e evitare la rivolta: inoltre un regime fragile e incattivito sopravvissuto potrebbe intraprendere una persecuzione simile a quella del 1988 quando Khomeini decise che il Paese andava ripulito da chi si dimostrava “contro Dio”, e sterminò il suo popolo a milioni. Il fatto che Trump seguiti a vagheggiare un accordo, dunque terrorizza e blocca i dissidenti nelle case, il regime viene ringalluzzito dalla chiacchiera e dalla stampa mondiale. Ma Israele e gli USA combattono mentre si parla di accordo, colpiscono le strutture industriali e militari, cosa che almeno garantisce, ed è vero, come ripete Trump, che il regime sia ridotto al lumicino. Probabilmente il 6 aprile è l’ultima data concessa per arrendersi.

Trump sa anche una volta che Hormuz fosse preso o Khark occupata, la crisi mondiale potrebbe esser curata rapidamente dalla libertà di movimento, e dalla novità che i Paesi del Golfo, gli Emirati, l’Arabia Saudita, rassicurati dopo aver sofferto i bombardamenti di queste settimane svilupperebbero un rapporto con l’Occidente molto più libero e fiducioso. Soprattutto, dopo il rinnovato attacco dei Houty, Mohammed Bin Salman, che ha più volte incitato Trump verso una decisa vittoria, potrebbe entrare finalmente negli Accordi di Abramo nell’ambito di uno scudo di sicurezza generale, anche contro Russia e Cina, e non sulla base irrealizzabile dello Stato palestinese che certo in questa situazione non può nascere. Se Trump riapre Hormuz e persegue anche il secondo  obiettivo irrinunciabile, la consegna e l’obliterazione definitiva dei 460 chilogrammi di uranio arricchito al 60 per cento (se anche restassero per una percentuale bassa nelle mani iraniane in breve tempo tornerebbe a rappresentare il maggiore ricatto di tutti i tempi, un’arma atomica in mano a uno stato terrorista) anche Israele potrebbe adattarsi momentaneamente a una vittoria parziale. Questo però se il fronte con gli Hezbollah viene messo in sicurezza così da permettere alla gente di Israele di vivere finalmente in pace. Trump con le forze sopraggiunte in zona di cinquantamila tra marines e paracadutisti o deciderà di agire direttamente, boots on the ground, o riuscirà a creare una pesante deterrenza continua e effettiva.

La prima ipotesi è la più realistica perché l’Iran si sottrarrà a ogni risposta. Israele, se invece una risposta ci fosse e fosse parziale ma garantisse la conclusione della  minaccia atomica, potrebbe accettare per il momento la cessazione della minaccia puntando a un seguito che continuasse a cercare il cambio di regime. Gli ayatollah restano un pericolo per tutti, è un terreno che crea un largo consenso internazionale ormai, e prospettive concrete.. L’orologio nella piazza centrale di Teheran che segna il conto alla rovescia dell’ esistenza di Israele ticchetta per tutto l’Occidente. Ma al momento Israele deve consentire la sua gente di tornare a casa nel nord devastato dagli Hezbollah: si può prevedere uno sforzo bellico intensivo che spinga il governo libanese a fare finalmente un vero sforzo per disarmare la milizia terrorista di cui è prigioniero il suo Paese. La guerra continua, Trump e Netanyahu andranno sulla stessa strada, indispensabili l’uno all’altro.  

Fiamma Nirenstein

https://www.fiammanirenstein.com/articoli/l-asse-trumpbibi-e-le-incognite-sull-ultimatum-6601.htm

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Fiamma Nirenstein

Fiamma Nirenstein ha vissuto per anni a Gerusalemme, dove è stata inviata prima per “La Stampa” e poi per “il Giornale” su cui continua a scrivere. Oggi è deputata al Parlamento italiano e vicepresidente della Commissione Esteri della Camera. Presso Rizzoli ha pubblicato L’abbandono, Islam: la guerra e la speranza.

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