
Nonostante i paletti del presidente Mattarella, è soddisfatta Giorgia Meloni che ha fatto votare l’ennesimo decreto sicurezza e ora chiama in causa poliziotti e magistrati e li invita ad usare il “pugno di ferro”.
“Serve un approccio più duro, serve un approccio più duro da parte di tutti coloro che sono coinvolti nel garantire la sicurezza dei cittadini a ogni livello”.
Al di là dei contenuti che sono stati almeno in parte ridimensionati, il messaggio del governo è chiaro e dice apertamente che la repressione è la strada da applicare per garantire l‘ordine.
Nei giorni scorsi si è costruito il nemico con un paragone insostenibile tra i delinquenti violenti dei cortei e il terrorismo delle Brigate Rosse, bollando come complici e fiancheggiatori i manifestanti pacifici, accostando i reati all’espressione libera e garantita costituzionalmente di idee antagoniste.
Hanno parlato così ministri chiave come Piantedosi, all’interno, e Nordio, alla giustizia.
In politica, le parole contano, e ora che sono stati approvati i nuovi decreti, tutto è imbandito per produrre un effetto che sarà semplicemente disastroso: aumenteranno le tensioni, i conflitti e gli scontri e le città saranno messe a ferro e fuoco più di quanto non sia già avvenuto a Torino.
Il perché lo ha spiegato benissimo Franco Gabrielli (ex capo della Polizia, ex prefetto e exsottosegretario alla sicurezza presso presidenza del Consiglio), intervenendo in tv ieri e negli ultimi giorni sul tema dell’ordine pubblico e della sicurezza, dopo gli scontri a Torino, spiegandone la complessità della gestione.
Ha detto che è importante riconoscere la differenza tra la fase preparatoria di una manifestazione e la gestione dell’ordine pubblico durante lo svolgimento: prima e durante sono momenti diversi e richiedono valutazioni diverse da parte delle istituzioni. Perciò, per affrontare bene la situazione non basta solo la repressione ma serve analizzare anche la fase precedente, il perché e come si svolgono i cortei.
Ha sottolineato l’importanza del “dialogo e del confronto”, non tanto come concessione di poteri a qualcuno, ma come elemento concreto di gestione delle manifestazioni: bisogna capire e confrontarsi con gli organizzatori dei cortei e i soggetti coinvolti per cercare di gestire meglio la situazione prima che degeneri in scontri.
Il dialogo con gli organizzatori dei cortei è necessario; non è una concessione ideologica, ma uno strumento operativo di prevenzione che serve a capire chi organizza davvero, a isolare eventuali gruppi violenti, a definire percorsi, modalità, responsabilità.
Il messaggio è molto netto: se salta il confronto prima, il rischio di scontro durante la manifestazione aumenta.
E questa è stata infatti la politica dell’ordine pubblico fatta dalla destra da quando è al governo. E ora su questa strada si vuole proseguire ancor più radicalmente.
Senza fare polemica diretta, Gabrielli ha detto una cosa pesante: puntare solo sulla repressione è un errore strategico, perché misure come il fermo preventivo o lo scudo penale non sostituiscono il lavoro politico-amministrativo; anzi rischiano di acutizzare i conflitti, esporre di più gli agenti, e logorare la fiducia nelle istituzioni.
Ma così non si tutelano le forze dell’ordine, le si espone allo scontro.
Chi parla solo di pugno duro non sta difendendo lo Stato: sta preparando lo scontro.
Perché la destra ha preso tanto decisamente questa strada?
In parte è nella sua natura, un dato quasi antropologico, che la porta a pensare che solo la forza e il manganello possano ristabilire l’ordine.
In parte, che lo si voglia o no, questa linea attraverso la crescita di conflitti e scontri e di risposte repressive finisce per arrivare gradualmente a restringere le libertà costituzionali ogni giorno di più e per affermare uno stato illiberale.
Nel mirino, di questo passo, a mio avviso, non finiranno solo i cortei degli “antagonisti” e le frange violente che sempre più si radicalizzeranno, ma anche i cortei dei lavoratori e degli studenti, delle grandi organizzazioni sindacali e -perché no- alla fine, anche le manifestazioni dell’opposizione se dovessero avere momenti di tensioni o infiltrazioni di facinorosi.
Un tratto fondamentale che differenzia il neofascismo del duemila dal fascismo del novecento è che il regime mussoliniano usò la violenza per conquistare il potere e instaurare una dittatura, mentre il governo meloniano, inconsapevolmente oppure no, realizza di fatto una strategia della tensione utile per affermare il “pugno di ferro” e costruire un regime illiberale.
È di conforto sapere che tutta l’opposizione -PD, M5stelle, Alleanza Verdi e Sinistra e Italia Viva- ha votato unita contro la mozione della maggioranza .
E nelle urne se saremo uniti si può sconfiggere questa destra illiberale e pericolosa.
Enrico Rossi

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