
Donald Trump non governa: occupa. Spazio, tempo, attenzione. Nel primo anno del suo secondo mandato è stato l’uomo più presente del pianeta, non per ciò che ha risolto ma per ciò che ha scosso. Titoli, talk show, prime pagine, social: tutto è passato da lui. Ha lasciato indietro Putin, Netanyahu e Zelensky. Non perché più potente, ma perché più rumoroso. E oggi nel mondo della politica il rumore è potere. Di concreto, poco o nulla. A parte il sequestro notturno di Maduro – prelevato come in un film d’azione e portato negli Stati Uniti per essere processato da criminale comune – il resto è stato teatro. La fine dei bombardamenti su Gaza ha prodotto una pace senza vita: niente bombe, ma fame, sete, macerie, bambini che muoiono lentamente. Cambia la scenografia, non la tragedia. E qualcuno ha persino sussurrato la parola Nobel. Trump ha fatto soprattutto un’altra cosa: ha insegnato che l’arroganza paga. Ha demolito protocolli, linguaggi, rispetto istituzionale, offrendo al mondo un modello di potere fondato sull’insulto e sulla minaccia. Un esempio devastante, soprattutto mentre le città americane esplodono e Minneapolis brucia. La violenza verbale prima o poi chiede il conto. Tutto era già scritto in una campagna elettorale indecente, costruita sull’umiliazione degli avversari – Biden prima, Harris poi – e trasformata, una volta alla Casa Bianca, in metodo di governo. Il 2025 passerà alla storia come l’anno delle cafonate presidenziali. Abbiamo già dimenticato Zelensky trattato come un intruso nello Studio Ovale? Per noi giornalisti Trump è stato una miniera inesauribile. Ma anche l’eccesso stanca. In queste ultime ore sui giornali resta la Groenlandia. Trump la vuole come un bambino viziato pretende un giocattolo. Il mondo osserva, si imbarazza, protesta sottovoce. Nessuno ha voglia di contraddire l’uomo più armato e più ricco del pianeta, che vende armi come caramelle e le fa pagare a peso d’oro. E allora se Trump tace tocca guardare a casa nostra. Qui la scena è pronta. Non è una sfida tra destra e sinistra, ma tra Lega e Lega. Salvini desidera tornare a dominare i titoli. Vannacci non vede l’ora di contenderglieli. Il programma? Sempre lo stesso: armi, confini, nemici. Cambiano i volti, non la musica.
Caro Trump, se devi dire o fare qualcosa, fallo in fretta. Perché presto dovremo scrivere d’altro. E la Lega di Salvini, volenti o nolenti, è già in fila.
Angelo Santoro

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