
Le rivolte iraniane sono un regolamento di conti con il potere. E quando in Iran si farà davvero i conti con il regime, qui in Occidente dovremo fare i conti con chi lo ha coperto, minimizzato, giustificato.
C’è un elemento decisivo per capire le rivolte iraniane che attraversano il Paese da anni, e che i media ignorano, perché spesso sono ignoranti.
Nel 2025–2026 circa il 50% della popolazione iraniana ha meno di 35 anni, con un’età mediana attorno ai 34–35. Dentro questo dato c’è un altro elemento sistematicamente rimosso: le donne rappresentano almeno la metà di questa generazione, e sono il gruppo che paga il prezzo più alto del blocco politico, sociale e culturale del Paese.
Il punto decisivo è che la maggioranza degli iraniani sotto i 35 anni non ha alcun debito simbolico verso la Rivoluzione del 1979. Non l’ha fatta, non ne ha beneficiato, ne subisce solo i costi. Per questo le proteste non chiedono riforme ma rottura; non chiedono riforme ma la resa dei mullah.
Oggi il rifiuto è esplicito: dell’autorità religiosa, dei simboli dell’islam, dell’assetto teocratico nel suo complesso. È una frattura culturale prima ancora che politica — e per le donne è una questione di controllo quotidiano dei corpi, della libertà personale, dell’accesso al lavoro, allo spazio pubblico, alla vita adulta.
Questa generazione ha vissuto tutte le grandi fratture politiche dell’Iran contemporaneo: il Green Movement del 2009; le rivolte del 2017–2018; il novembre 2019; il ciclo 2022–2023 dopo la morte di Mahsa Amini; fino alle mobilitazioni del 2025–2026. Ogni volta la stessa traiettoria: scintilla iniziale, politicizzazione rapida, repressione brutale. Soffocate nel sangue.
Non si tratta di giovani impulsivi o marginali. È una generazione di giovani adulti istruiti, urbanizzati e connessi, uomini e donne, che ha interiorizzato aspettative di vita moderne senza poterle realizzare. In sociologia si parla di waithood: una sospensione forzata dell’ingresso nell’età adulta. Studi, lavori precari, impossibilità di costruire autonomia, mentre il regime continua a imporre controllo ideologico, religioso e morale. Per le donne questa sospensione è aggravata da una discriminazione legale e simbolica strutturale, che rende la frustrazione ancora più radicale.
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