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Una memoria troppo corta

Con un’elezione taroccata, a cui parteciparono probabilmente meno del trenta per cento degli elettori venezuelani, Nicolas Maduro nel 2018 non venne riconosciuto come il legittimo presidente, dall’assemblea dell’Onu, dall’Unione europea, dall’organizzazione degli Stati americani, da il Gruppo di Lima, dall’Australia e ovviamente dagli Stati Uniti. Gli stati che riconobbero il risultato elettorale del Venezuela furono invece Cina, Cuba, Iran, Corea del Nord, Russia, la Siria di Assad e la Turchia di Erdogan, cioè paesi in cui non si vota, non si vota liberamente, o le cui verifiche elettorali sono per lo meno discutibili. In queste condizioni, l’unica autentica violazione del diritto internazionale sarebbe quella di aver tenuto in sella Maduro tanto a lungo.

di Riccardo Bruno | 6 Gennaio 2026

Con un’elezione taroccata, a cui parteciparono probabilmente meno del trenta per cento degli elettori venezuelani, Nicolas Maduro nel 2018 non venne riconosciuto come il legittimo presidente, dall’assemblea dell’Onu, dall’Unione europea, dall’organizzazione degli Stati americani, da il Gruppo di Lima, dall’Australia e ovviamente dagli Stati Uniti. Gli stati che riconobbero il risultato elettorale del Venezuela furono invece Cina, Cuba, Iran, Corea del Nord, Russia, la Siria di Assad e la Turchia di Erdogan, cioè paesi in cui non si vota, non si vota liberamente, o le cui verifiche elettorali sono per lo meno discutibili. In queste condizioni, l’unica autentica violazione del diritto internazionale sarebbe quella di aver tenuto in sella Maduro tanto a lungo.

Il vero nodo della crisi con il Venezuela è però il narco traffico e chi lo ignora non si rende conto di cosa è diventato il mercato della droga negli Stati Uniti e della lotta quotidiana per contenerlo. Anche la Colombia è nel mirino degli Usa da anni, ma in Colombia il governo, fino ai tempi di Escobar per lo meno, non è stato scalabile dai cartelli, mentre in Venezuela il governo è il cartello. Per lo meno questa è la tesi che il Dipartimento di Giustizia statunitense conta di poter dimostrare presto in un pubblico processo.

Coloro che in Italia ritengono comunque giusta la deposizione di Maduro, sono anime belle che ne contestano il metodo, a cominciare da Palazzo Chigi. Ci spiegassero loro con quale metodo si depone uno che appoggiato dall’esercito ha costretto quasi otto milioni di venezuelani alla fuga e ha fatto uccidere nelle piazze almeno trecento persone per le proteste. Non sappiamo se Maduro non disponga anche di squadre della morte, in ogni caso bastano i dati accertati ufficialmente per avere un’idea del regime che l’America ha colpito. Poteva farlo con un’autobomba, o un missile terra aria e poi cercare di nascondere le tracce. Poteva invadere il Venezuela e metterlo a ferro e fuoco. Poteva armare delle fazioni ed organizzare una guerra civile. Trump ha ancora scelto il procedimento meno violento, soprattutto un’operazione che i russi hanno provato con Zelensky senza successo e che ai cinesi, che vogliono Taiwan, non servirebbe a niente. L’America proprio per il metodo scelto non ha creato un precedente, ma un unico che nessuno altro è in grado di eseguire. Sentire il direttore dell’Unità, Piero Sansonetti, dire che l’America con Maduro è come le Brigate rosse con Moro, è qualcosa che da l’idea del livello morale in cui è precipitato il paese, degno dello stato di miseria economica venezuelana.

Invece ha perfettamente ragione chi non capisce esattamente quale sia il piano americano per il post Maduro in Venezuela e probabilmente non lo si capisce perché il piano ancora non c’è. Ma Trump, vuole arraffare il petrolio. Fosse così farebbe bene perché chiunque prendesse il petrolio al posto dei gangster di Caracas, alzerebbe il livello economico del paese, anche senza volerlo. In ogni caso per impossessarsi del petrolio di un’altra nazione, non basta deporre il suo presidente. Più probabile che Trump si ponga il problema di come impedire che il petrolio venezuelano finisca alla Cina o rimanga congelato per arricchire il prezzo del barile dell’Iran. Trump ha molti difetti, ma anche un certo senso del saper muovere l’economia e quando si muove l’economia si crea ricchezza anche per la popolazione, se no gli americani smetterebbero di votarlo.

Trump è anche logorroico, con un’ansia di prestazione tale che raggiunto un obiettivo subito ne avanza un altro, soprattutto ora che è sotto nei sondaggi. La Groenlandia è un progetto che risale a Truman e a cui Truman ha rinunziato perché i rapporti con i paesi europei erano molto solidi. Vista la corsa dei paesi dell’Unione a riconoscere lo Stato palestinese e le piazze delle capitali europee riempirsi a sostegno di Gaza, mentre Trump faceva un accordo di pace dove non si prevede nessuno Stato palestinese e si chiede il disarmo di Hamas, è difficile che le relazioni Usa Europa migliorino a breve. Se l’Europa vuole davvero fare pressione sulla Russia per l’Ucraina, farebbe comunque meglio a regalare la Groenlandia all’America in un pacco con fiocco. Anche se supportata dalla Nato che la Corona Danese sappia fronteggiare la Russia nell’Artico, non è cosa che convince i vertici militari statunitensi. Per cui bisognerà iniziare a trattare questi problemi seriamente, soprattutto se la crisi con la Russia non si risolve.

Riccardo Bruno

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Riccardo Bruno

Riccardo Bruno si è laureato in Storia della Filosofia presso l’Università di Roma La Sapienza nel 1988. Dal 1987 al 1989 collabora all’Ufficio esteri del PRI diretto dall’onorevole Vittorio Olcese. Dal 1994 è capo ufficio stampa del PRI, dal 1995 giornalista professionista iscritto alla stampa parlamentare. Nel 1999 è capo redattore de La Voce Repubblicana. È stato poi editorialista per il Foglio di Giuliano Ferrara e l’Indipendente di Vittorio Feltri. Dal 2019 è prima vice direttore de La Voce Repubblicana e poi direttore politico

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