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Il momento del coraggio, quello della viltà

Per una volta il portavoce del Cremlino, Peskov, ha detto una cosa sensata, l’Europa ha bisogno del gas russo, che costa meno. In questi giorni in cui Putin minaccia di fare sfracelli, tutti i suoi principali operatori economici stanno lì a menarla di quanto gli europei abbiano bisogno del mercato russo e ci rimettano loro con le sanzioni. Messaggio ricevuto. Subito sono arrivate due reazioni discordanti e manco a dirlo dallo stesso quotidiano il Corriera della Sera nazionale. Una evoca il momento del coraggio e chiede di far prevalere, il senso del diritto e del principio morale, l’altra, quella della viltà.

di Riccardo Bruno | 5 Dicembre 2025

Per una volta il portavoce del Cremlino, Peskov, ha detto una cosa sensata, l’Europa ha bisogno del gas russo, che costa meno. In questi giorni in cui Putin minaccia di fare sfracelli, tutti i suoi principali operatori economici stanno lì a menarla di quanto gli europei abbiano bisogno del mercato russo e ci rimettano loro con le sanzioni. Messaggio ricevuto. Subito sono arrivate due reazioni discordanti e manco a dirlo dallo stesso quotidiano il Corriera della Sera nazionale. Una evoca il momento del coraggio e chiede di far prevalere, il senso del diritto e del principio morale, l’altra, quella della viltà.

Mentre il coraggio è sempre difficile da scalare, a scivolare sempre più in basso con la viltà non ci vuole niente. Per cui si è scritto che l’annessione di Putin della Crimea e delle repubbliche separatiste, nasce dal sostegno occidentale fornito all’indipendenza del Kosovo. Difficile da immaginare una simile miseria. I kosovari hanno un’etnia ed una religione diversa da quella serbo o serbo bosniaco, quando ucraini e russi sono lo stesso popolo, con la stessa religione. Per cui a meno che Putin abbia voluto occupare la Crimea per salvarla dai tatari, un paragone con la Nato, che tra l’altro non ha occupato il Kosovo, è più penoso che ridicolo.

Chiaramente ciascuno è libero di pensare che la guerra in Ucraina sia tornata al punto di partenza come se si trattasse del gioco dell’oca, come se ci si divertisse insomma. Senza nemmeno commentare, si noti almeno che rispetto al 2022, la Russia è sotto attacco, non al confine, in Siberia e nel Baltico, nell’Oblast di Mosca. Putin ha minacciato di impedire alle navi europee di entrare nel Mar nero? Ma se sono le navi russe che non possono più attraversarlo il mar Nero, un’ecatombe senza paragoni per la marina russa. Persa Tartus, altra piccola cosetta che è cambiata rispetto al 2022, ma per carità, la Russia cerca una base in Sudan. Anche questa è una bella novità. Fino al mese scorso i russi stavano trattando per aprire una base in Libia. C’erano organi di stampa che la davano già in costruzione, anzi già costruita una base navale straordinaria nel cuore del deserto. Poi qualcuno sveglio deve aver compreso l’antifona e i russi si sono spostati in Sudan. Evidentemente l’unico russo che conosceva l’Africa era Prigozhin. A questo punto invadessero il Madagascar. Solo un pazzo furioso apre una base navale in Sudan.

Per il resto nessuna obiezione. Chi ce l’ ha fatto fare di difendere e sostenere Zelensky? Piantiamola qui. Questo sarebbe il momento di chiedere a Putin di dimezzarci il prezzo del gas. Gli togliamo tutte le sanzioni, rimettiamo il crucco socialdemocratico al vertice di Gazprom, e offriamo a sua figlia che fa la bella vita a Parigi, mica scema, non sa che papi potrebbe nuclearizzarla, la cena chez Maximes per un anno intero. Sprofondiamo volentieri nella viltà se ci conviene, mica siamo eroi sovietici del socialismo. DI più, sosteniamo pure che sì, se la Nato entra in Ucraina può puntare i missili contro Mosca che poi sono già puntati dalla Finlandia. Tra parentesi, il missile Flamingo che l’Ucraina sta mettendo in produzione di massa, è più efficace del Tomahawk, per cui altro che Nato. Insomma piantiamola lì. Facciamo una grande festa a vodka e caviale all’ambasciata russa prendendo a freccette il poster del presidente Mattarella e ballando il casatchok.

Disgraziatamente l’Europa e l’Italia soprattutto possono fare un po’ quello che loro pare. Non sono l’Europa e l’Italia che con tutto il sostegno elargito e promesso, i baci e gli abbracci a Zelensky, sostengono la difesa e oggi l’offesa dell’ ucraina. Sono turchi, inglesi e soprattutto statunitensi. Il Trump alleato, complice, innamorato di Putin, può far finire la guerra davvero in due giorni. Basta che chieda a tutti i consulenti statunitensi in Ucraina di abbandonare il paese. Si ritirasse lui. Se ci riuscisse ovviamente, se i consulenti non gli facessero marameo. Dura da digerire, agli americani piace l’Ucraina. A noi europei magari, usciti dal Congresso di Vienna, passati attraverso il fascismo, non tanto. Invece all’America piace da sempre l’idea di libertà e questa alla fine fa sempre prevalere il sentimento del coraggio. Quello che ci manca.

Riccardo Bruno

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Riccardo Bruno

Riccardo Bruno si è laureato in Storia della Filosofia presso l’Università di Roma La Sapienza nel 1988. Dal 1987 al 1989 collabora all’Ufficio esteri del PRI diretto dall’onorevole Vittorio Olcese. Dal 1994 è capo ufficio stampa del PRI, dal 1995 giornalista professionista iscritto alla stampa parlamentare. Nel 1999 è capo redattore de La Voce Repubblicana. È stato poi editorialista per il Foglio di Giuliano Ferrara e l’Indipendente di Vittorio Feltri. Dal 2019 è prima vice direttore de La Voce Repubblicana e poi direttore politico

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