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GUERRA DI ATTRITO

Proviamo a parlare di Pokrovsk in modo tecnico e senza farci prendere troppo dalla frenesia emotiva del tifoso a bordo ring. Da fine estate 2023, in Ucraina assistiamo a una guerra di attrito: lo abbiamo ripetuto centinaia di volte, ma a parte che il fronte si muove poco e le perdite sono molto alte, non mi sembra che la maggior parte dell’opinione pubblica abbia capito cosa vuol dire. Cerchiamo quindi di parlarne senza usare termini o definizioni troppo professionali; i colleghi e gli appassionati evitino per favore di aggredirmi sulla terminologia o sulla dottrina, perché se volessi fare un discorso tecnico non lo farei su Facebook ma in una sede più idonea.

di Orio Giorgio Stirpe | 11 Novembre 2025
Pokrovsk sotto assedio russo

Proviamo a parlare di Pokrovsk in modo tecnico e senza farci prendere troppo dalla frenesia emotiva del tifoso a bordo ring.

Da fine estate 2023, in Ucraina assistiamo a una guerra di attrito: lo abbiamo ripetuto centinaia di volte, ma a parte che il fronte si muove poco e le perdite sono molto alte, non mi sembra che la maggior parte dell’opinione pubblica abbia capito cosa vuol dire. Cerchiamo quindi di parlarne senza usare termini o definizioni troppo professionali; i colleghi e gli appassionati evitino per favore di aggredirmi sulla terminologia o sulla dottrina, perché se volessi fare un discorso tecnico non lo farei su Facebook ma in una sede più idonea.
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Cominciamo dall’”alto”, per poi zoomare verso Pokrovsk: partiamo dall’aspetto strategico, ed esaminiamo poi ogni livello successivo da entrambe le parti, perché analizzare solo capacità e problemi di una parte senza confrontarle con l’altra non serve a niente.

A livello strategico, la Russia ha fallito l’invasione iniziale, e gli obiettivi strategici originali (che prevedevano l’assunzione del controllo dell’intera Ucraina) sono diventati palesemente irraggiungibili già dalla fine di Aprile 2022. A quel punto Putin riorientò la sua strategia al mantenimento del corridoio con la Crimea e alla conquista del solo Donbas, mantenendo però la rivendicazione dei famosi quattro oblast nella consapevolezza di non poterli avere tutti e quindi riservandosi un margine negoziale (cioè poter “rinunciare” alle città di Kherson e Zaporzhizia poste oltre il Dnipro e quindi irraggiungibili, in cambio del congelamento del fronte una volta conquistato l’intero Donbas). La direttiva in merito risale a Maggio 2022, e da allora tutta l’azione russa volge intorno al tentativo di espugnare Kramatorsk e le località contermini; questo in quanto tale località oltre ad essere il maggior centro demografico e il capoluogo amministrativo del Donbas ucraino, è anche un nodo stradale e soprattutto ferroviario il cui possesso da parte russa non solo sancirebbe il controllo dell’intera regione ma renderebbe impossibile agli ucraini manovrare efficacemente per riconquistarlo.

Abbiamo quindi l’obiettivo strategico spostato dall’intera Ucraina al solo Donbas, con il resto del Teatro operativo ucraino ridotto a sforzo secondario per entrambe le parti. I russi si sono organizzati per stringere la tenaglia su Kramatorsk dai due terminali ferroviari di Izyum e di Donetsk (che garantivano il sostegno logistico dell’offensiva), e gli ucraini si sono concentrati nella fortificazione dell’agglomerato urbano e delle sue “cinture” difensive esterne. In seguito, il contrattacco estivo ucraino del 2022 ha portato alla liberazione di Izyum, ed è stato a quel punto che io mi sono sbilanciato a dire che i russi non potevano più vincere, in quanto da quel momento non potevano più operare una manovra da due direzioni ed erano costretti ad assalti frontali a partire dal solo terminale di Donetsk. Mi sono sbilanciato ulteriormente ritenendo che il sostegno americano sarebbe stato completo, e ho quindi previsto una controffensiva ucraina decisiva per l’estate 2023 contro un esercito russo dilapidato e in piena crisi di “mobilitazione parziale”; come sappiamo, questa mia seconda previsione si è rivelata errata a causa della timidezza dell’amministrazione Biden.
Ma anche una volta esaurita la controffensiva ucraina e completata la mobilitazione russa, la situazione strategica rimaneva la stessa: i russi dovevano prendere l’unico obiettivo operativo capace di realizzare quello strategico, e dovevano prenderlo per assalto frontale in quanto la manovra era loro preclusa dalla mancanza di un terminale logistico alternativo a Donetsk.
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Ora zoomiamo in avanti e passiamo dal livello strategico a quello operativo. L’offensiva russa per catturare Kramatorsk (l’obiettivo operativo) con l’esercito mobilitato – fanteria largamente appiedata e poco addestrata invece dei vecchi BTG corazzati, artiglieria a massa invece che aviazione tattica e logoramento frontale invece che manovra – si deve misurare contro le fortificazioni ucraine. Gli ucraini a loro volta devono contenere l’offensiva frontale di un nemico numericamente superiore su un terreno prevalentemente pianeggiante e quindi devono sfruttare al massimo le fortificazioni esistenti, scavarne di nuove e massimizzare il vantaggio tecnologico che gli deriva dal sostegno occidentale.
Una battaglia combattuta in assenza di manovra e dominata dal fuoco – prima di artiglieria e ora dei droni – comporta scelte dolorose in termini di perdite da sostenere e di rincalzi da far ruotare, ma soprattutto determina spostamenti estremamente lenti e comunque limitati del fronte. Dal punto di vista operativo, lo scopo dell’attaccante è progredire per quanto lentamente in direzione dell’obiettivo fissato, e questo si ottiene con una serie continua ed estenuante di combattimenti volti ad acquisire obiettivi tattici che concorrono nel loro insieme a rendere possibile la progressione stessa. Le perdite subite in questi combattimenti rappresentano il costo da pagare per essa. Lo scopo del difensore è rallentare gradualmente la progressione avversaria, e questo si ottiene non tanto impedendo al nemico l’acquisizione dei singoli obiettivi tattici, quanto massimizzando il costo per il nemico per raggiungerli e minimizzando il proprio. La posta in gioco nella battaglia è infatti sempre e solo l’obiettivo operativo.
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Se zoomiamo ulteriormente arriviamo al livello tattico. Osserviamo qui i singoli combattimenti che si verificano in successione intorno agli obiettivi tattici che vengono contesi durante la battaglia per quello operativo. In un ambiente sostanzialmente di pianura o di collina ondulata e forestata solo a tratti come il Donbas, la quasi totalità degli obiettivi tattici sarà costituita da agglomerati urbani, che per il difensore è più facile organizzare a difesa in quanto forniscono copertura sia dall’osservazione che dal fuoco diretto del nemico. Nel corso di questi combattimenti, il difensore ha un grosso vantaggio sull’attaccante: mentre questi deve necessariamente catturare l’obiettivo tattico, pena l’arresto della progressione e quindi la sconfitta nella battaglia che ha in palio l’obiettivo operativo, il difensore può scegliere quanto a lungo reiterare la difesa, e quindi quale prezzo è disposto a imporre al nemico in cambio dell’abitato e delle sue stesse perdite. In altre parole, chi si difende decide di resistere finché giudica che il rateo di perdite reciproche sia conveniente. Quando la difesa dell’obiettivo tattico cessa di essere conveniente in termini di perdite reciproche, il difensore si sgancia. Questo, in quanto durante il combattimento viene fortificata una ulteriore linea difensiva subito più indietro: quando l’attaccante riesce infine a catturare il centro abitato, se ne ritrova un altro davanti.
Questa è l’essenza di una battaglia di logoramento.
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Per giudicare l’andamento della battaglia per Kramatorsk, di cui Bakhmut, Avdiivka e Pokrovsk sono episodi, occorre misurare il rateo di progressione e rapportarlo al tasso di logoramento reciproco. In sostanza: per progredire di circa cinquanta chilometri i russi hanno perso X e gli ucraini hanno perso Y in tre anni. Per arrivare a tagliare fuori Kramatorsk, o anche solo per investirla frontalmente dalla direzione obbligata di Donetsk, ne mancano ancora una sessantina. A questo punto l’analista passa a valutare se la Russia possa permettersi di continuare questo ritmo di progressione, che richiederebbe almeno altri tre anni per un costo prevedibile di un’ulteriore X.

Chi ha avuto la pazienza di seguire fin qui avrà capito che a questo punto qualsiasi valutazione dipende dal valore reale di X e di Y, ed è qui che naturalmente i pareri divergono, in quanto occorre saper separare la propaganda dai dati attendibili. Questo è anche il punto in cui tocca tornare a zoomare all’indietro, riportando l’analisi al livello strategico, perché è qui che si valutano le rispettive capacità di assorbire le perdite attraverso l’immissione in combattimento di rincalzi addestrati e di nuovo materiale bellico. I due avversari possono permettersi di raddoppiare la posta in gioco, in termini di tempo e di perdite umane, materiali ed economiche?
La scommessa, per entrambi, è che l’avversario crollerà per primo.

Per concludere, tornando a Pokrovsk – ma questo vale anche per gli altri combattimenti negli abitati degli ultimi tre anni – gli ucraini difendono la posizione in quanto valutano che il rapporto X/Y sia loro favorevole in quanto riduce il potenziale militare dell’attaccante più di quanto riduca il loro, e quindi tendenzialmente riduce anche la capacità dei russi di raggiungere l’obiettivo operativo di Kramatorsk. Quando questo rapporto non risulterà più favorevole, ripiegheranno sulla posizione successiva per reiterare l’azione; ma la difesa di ogni posizione da cui si è ripiegato non rappresenta una “sconfitta”: è parte della battaglia difensiva per Kramatorsk, perché le battaglie difensive non si combattono su un muro, ma in profondità nel territorio…
E l’Ucraina di territorio ne ha moltissimo, proprio come si è sempre detto per dissuadere chi pensava di invadere la Russia. Ricordate: cinquanta chilometri in tre anni; ma per arrivare a Kramatorsk da Donetsk ne mancano almeno altrettanti.

Orio Giorgio Stirpe

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Orio Giorgio Stirpe

Orio Giorgio Stirpe nasce a Torino nel 1962. Ufficiale dell’Esercito Italiano, oltre che presso diversi reparti di fanteria e comandi nazionali e NATO, ha prestato servizio in Somalia, Bosnia, Albania, Kosovo e Afghanistan. Specializzato in intelligence operativa e in analisi militare, è passato in Riserva nel 2020. Studia la storia militare, sviluppa scenari per la simulazione operativa e scrive narrativa storica e saggi professionali. È autore di una collana di romanzi storici intitolata “Dopo Roma”.

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