
Oggi nel mondo sono attivi oltre 50 conflitti, tra guerre tra Stati, lotte interne, colpi di Stato mascherati e crisi dimenticate. In alcuni casi, come tra Russia e Ucraina, si parla di guerre convenzionali. In altri, come tra Israele e Palestina, ci si trova davanti a scenari che sfuggono a ogni definizione classica. Mai si era visto un esercito tra i più potenti del mondo, dotato di armi avanzate e capacità nucleari, impegnarsi in un’offensiva totale contro un’organizzazione considerata terroristica ma male armata, colpendo però un intero popolo. A Gaza il bilancio è tragico: si stimano ben oltre 70.000 morti tra cui decine di migliaia di bambini. Ma mentre il conflitto imperversa, in ombra si muove un meccanismo meno visibile ma altrettanto spietato: quello degli alleati interessati. I Paesi che forniscono armi, intelligence, tecnologie, supporto diplomatico, lo fanno raramente per altruismo. Dietro ogni “aiuto” c’è quasi sempre un tornaconto. Agiscono in sordina, lontani dai riflettori, lasciando che i contendenti si logorino sul campo. Poi, quando le ostilità sembrano rallentare, riappaiono con un cambio di veste: da fornitori di armi a promotori di pace, da sostenitori occulti a partner della ricostruzione. È in quel momento che si manifesta il sospetto dello sciacallaggio: la guerra diventa un affare, e la ricostruzione una seconda fase del business. A Gaza, in Ucraina, e altrove, si moltiplicano le missioni diplomatiche, le conferenze sulla pace, le promesse di sostegno. Ma nessuno dice chiaramente: “Ricostruiremo gratuitamente gli ospedali. Garantiremo l’istruzione ai bambini sopravvissuti. Ci prenderemo cura dei più fragili.” Si preferisce parlare di partenariati, investimenti, piani di sviluppo. Parole nobili, certo, ma che spesso nascondono interessi economici precisi. E così, gli stessi attori che hanno alimentato i conflitti diventano protagonisti della loro “guarigione”, presentandosi come salvatori quando, in realtà, attendono solo l’occasione giusta per intervenire, ottenere commesse, gestire fondi. Forse è cinico pensarlo, ma in assenza di impegni concreti il dubbio rimane legittimo. Se questo ragionamento è sbagliato, che qualcuno smentisca. Che un Paese si faccia avanti e dica: “Siamo pronti a ricostruire, a nostre spese, senza condizioni”. Solo allora il sospetto dello sciacallaggio tra Paesi sovrani o quasi potrà davvero essere fugato.
Angelo Santoro

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