
Partiamo dal metodo. Nel Novecento il nazifascismo costruiva l’antisemitismo con una macchina semplice e feroce: cornice unica che spiega tutto, linguaggio ripulito che addomestica l’odio, persone ridotte a simboli, doppi standard che rendono l’ingiustizia normale, ritualità mediatica che ripete fino all’assuefazione. Funzionava perché semplificava, separava, deumanizzava.
Oggi una parte della sinistra ripropone l’ingranaggio cambiando il cartello. La cornice unica resta e si chiama sionismo inteso come causa di ogni male. Il lessico è per bene ma scivola dalle scelte di governo alle persone. L’individuo sparisce dietro l’etichetta. I doppi standard diventano regola. I cori di piazza e i feed prendono il posto dei cinegiornali con lo stesso effetto di massa e la stessa cancellazione delle sfumature.
Nel 1935 l’odio era nudo, era antisemitismo. Oggi si traveste da antisionismo rispettabile e patinato. Ma quando non si criticano politiche concrete e si mette nel mirino l’esistenza storica e nazionale del popolo ebraico, non è dissenso. È lo stesso veleno con etichetta aggiornata. La medaglia è la stessa, cambia solo la faccia.
La cronaca lo ricorda senza bisogno di teoria. Due fedeli uccisi all’ingresso di una sinagoga nel pieno di Yom Kippur, altri feriti, una comunità colpita mentre va a pregare. È la prova che il clima conta e che la soglia tra parola e violenza è fragile. Chi alimenta il bersaglio unico soffia su quel confine.
Criticare governi e decisioni è fisiologia democratica; colpire ebrei in quanto ebrei, negare il diritto a esistere come popolo, applicare doppi standard sistematici è antisemitismo. Chiamarlo antisionismo non lo rende innocuo.
Per questo, nelle comunità ebraiche, quella frase non è uno slogan ma una necessità. SONO QUINDI MI DIFENDO. È il diritto elementare a vivere, lavorare, pregare senza diventare il bersaglio comodo di un racconto che cambia parole per non cambiare sostanza. Non meravigliatevi dunque se si cede terra in cambio di pace, ma si dorme con i mitra sotto il cuscino. Lo volete voi.
Piero Terracina

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