
Nel piano di pace in 20 punti promosso da Trump, Blair e Netanyahu il nodo centrale è Hamas. Dopo aver vinto le elezioni palestinesi nel 2006 il movimento islamista è rimasto il protagonista militare e ideologico della Striscia. Ora, però, la richiesta è chiara: deporre le armi, uscire di scena e accettare la propria fine politica. Dopo anni di guerra e terrore, l’unica via d’uscita sarebbe un pensionamento forzato. Una resa ben retribuita. È plausibile che ai vertici dell’organizzazione venga offerta una sorta di buonuscita: vitalizi, protezione e una residenza dorata lontano da Gaza. In cambio, silenzio e fine della lotta armata. Ma chi pagherà? Difficile immaginare che lo facciano la Russia o i Paesi del Golfo. Ancora meno probabile che se ne occupi l’Unione Europea, già alle prese con gli aiuti a Kiev, le spese per il riarmo e la crisi sociale post-pandemia. Mentre si valuta di usare i fondi russi congelati per risarcire l’Ucraina, l’Europa fatica a garantire ai propri cittadini sanità pubblica e prezzi accessibili per l’energia acquistata dagli Stati Uniti a cifre ben superiori a quelle russe. Nel frattempo Putin, pur accusato di crimini di guerra, continua a vendere gas e petrolio. Perché la morale ha un prezzo, e i mercati non seguono principi etici. Se davvero ogni Paese consumasse solo ciò che produce, il mondo si fermerebbe . Hamas, senza fondi esterni, potrebbe continuare a colpire solo con le poche armi rimaste, spesso acquistate in Occidente. In Palestina non si producono né fucili né carri armati. Ma il piano Trump-Blair-Netanyahu non si regge su ideali: si fonda sul denaro e sulla prepotenza militare. È una visione cinica, ma realistica. In Medio Oriente le trattative durano mesi. Israele potrebbe già aver distrutto e ricostruito Gaza, palme incluse. Ogni guerra ha il suo tempo di violenza e quello della diplomazia. L’idea non dichiarata ma evidente, è che Hamas fissi il prezzo della propria eutanasia politica, magari con una polizza assicurativa in stile Lloyd’s contro futuri attacchi. Una transazione, non un accordo di pace. Chi firmerà, forse riceverà un Nobel. Non lo farà per idealismo, ma per calcolo. Perché in certe aree del mondo la pace non è un diritto. È un lusso.
Angelo Santoro

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