
Ho visto il video del post di Elisa. Quello di lei che piange e le sue parole con dentro Israele come incarnazione del Male, Gaza come santuario del Bene, e le lacrime — sempre loro, come cornice obbligata. La cantante che diventa politologa, lo spartito che si trasforma in manifesto. Non importa cosa scriva: basta il tono, basta la posa. Basta piangere, e subito diventa profezia.
L’Italia, ovviamente, ci casca. Da noi non serve conoscere il diritto internazionale, non serve distinguere Hamas da un consiglio condominiale, non serve nemmeno sapere cos’è il 7 ottobre. Basta l’artista che piange, e la massa applaude. Come se la geopolitica fosse un talent show. Il problema non è Elisa, vorrei dire poverina.
Il problema è il Paese che prende un post e due lacrime come vangelo. Un post, sì. Che dice in sostanza: Israele è il Male. Non un governo, non una politica, no. Israele intero. Popolo, Stato, religione, memoria. Tutto nello stesso calderone, come al mercato quando ti danno la busta mista “tutto a un euro”.
È così che funziona l’autosuggestione collettiva. Si parte con un post, si aggiunge un singhiozzo in diretta, si mescolano un paio di slogan da social, ed ecco servito il nuovo dogma: Israele non è umano Non c’è bisogno di prove, di contesto, di storia. Ci sono le lacrime. E le lacrime, in Italia, vincono sempre.
Mi immagino già la prossima evoluzione. Sanremo 2026. Sul palco la pop star del momento , vestita di bianco, e accanto a lei una boy band di figuranti in kefiah scintillante: Hamas feat. Orchestra Rai. Titolo della canzone: “Le mie lacrime fermeranno i droni”. Il pubblico esplode in applausi. In prima fila la Schlein in delirio mistico, Conte che si batte il petto, Saviano che annuisce compunto: “Un momento che cambierà la storia”.
Il televoto esplode: 97% a favore. “Un inno universale di pace”, dicono i critici.
Traduzione: Hamas ha vinto Sanremo. E tutti felici di applaudire, con le mani ancora umide per la lacrima appena condivisa su Instagram.
E già vedo i gadget: braccialetti “Free Gaza edition”, tazze con lo slogan “Genocidio unplugged”, magliette “Free Gaza quindi esisto”. Tale pop star in copertina su Vanity Fair: “Io, ambasciatrice di pace col microfono in mano”. Un intero Paese che si commuove guardando l’apoteosi del kitsch, convinto di partecipare a un atto di giustizia universale.
La parte più surreale? Che tutti si credono antifascisti. Antifascisti da divano, antifascisti con filtro bellezza, antifascisti che non sanno nemmeno un cazzo del ventennio , ma che oggi si sentono eredi di Matteotti perché hanno messo un like al pianto di Elisa. Fascismo emotivo, fascismo lacrimale.
Il nuovo antifascismo è questo: piangi e sei buono. Critichi e sei complice del genocidio. Vuoi distinguere tra Hamas e popolazione civile? Sei già un nazista. Il tribunale morale non ha più toghe, ha ring light e microfoni. E la condanna si decide a colpi di reel.
E io, a casa, scrollando, guardo questa follia e penso: ieri bastava un’epidemia perché si dicesse “gli ebrei hanno avvelenato i pozzi”. Oggi basta un post per decidere che “Israele non è umano”. Stesso schema, stessa pulsione, solo luci di scena migliori.
Alla fine spengo il telefono. Meglio dormire che guardare l’Europa trasformare un post di in verità storica e un pianto in diretta in geopolitica. Perché se davvero il futuro del dibattito sull’ebraismo e su Israele deve passare da un singhiozzo a Sanremo, allora siamo fottuti.
Nico Kir

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