
Le Embalse de Salime é un invaso realizzato artificialmente tra i monti della Cordigliera in terra Asturiana.
É un grande lago artificiale che si stende tra le gole e le valli dei monti cantabrici chiuso in alto da una diga che ne disciplina la portata e ne consente lo sfruttamento idrogeologico.
A valle di esso si trova Grandas de Salime il villaggio che sovrasta e custodisce l’invaso. Esso è anche l’ultimo paese delle Asturie.
Oltre vi è la Galizia.
É un piccolo centro. Appena settecento abitanti più o meno. E si trova a 1200 metti di altitudine.
É lì che siamo diretti e dove concluderemo la nostra giornata di cammino.
Difficile immaginare emozioni e struggimenti dell’anima pari a quelli vissuti sulla Ruta de los Hospital.
Credo davvero che quella sia il cuore stesso del cammino Primitivo.
Il percorso intorno al quale il Cammino Primitivo si è formato.
La visione della cordigliera cantrabica in tutta la sua estensione, l’armonia che la abita, il silenzio striato di poesia che la avvolge, l’afflato mistico che tutta la percorre sono inarrivabili. Come la fatica, anch’essa inarrivabile e tuttavia benvenuta essendo la porta d’ingresso nel regno della bellezza e nel santuario dell’Universo.
Ovvio che la tappa successiva non poteva promettere le medesime sensazioni ma solo la sedimentazione di esse ed il loro intimo riflesso.
Anche la fatica sarebbe stata mite e comunque meno improba.
Lungo l’itinerario qualche punto di ristoro sarebbe comparso a conforto di viandanti e pellegrini soprattutto a scongiurare la sete e alleviare la stanchezza del giorno prima.
Il percorso, una volta lasciato l’alloggio nel nulla di Berducedo, sarebbe tornato nuovamente in quota e si sarebbe dipanato tra i mille e milleduecento metri assecondando la dislocazione dell’invaso di Salime per tutta la sua estensione.
Insomma venti chilometri di cammino sospeso tra le cime cantrabiche, il cielo azzurro dipinto di lapislazzuli ed il grande lago che rifletteva le une e assorbiva l’altro.
Un cammino al limitare delle continue sorprese che monti, gole, invaso, cielo, boschi avrebbero riservato via via che ci si inoltrava là sopra.
Avevamo lasciato Berducedo di prima mattina dopo aver fatto colazione ed esserci muniti di acqua ed io addirittura di companatico, ad ogni buon conto. Approfittando della disponibilità di una tortilla di patate onde evitare di dover rinnegare ancora una volta la mia vocazione vegetariana in un paese ed in una regione in cui la ristorazione e l’alimentazione sono ancora sbilanciate verso le carni. Mucche e maiali soprattutto con annessi e connessi.
Era ancora buio quando siamo usciti.
Una rampa assai ripida ci ha subito rammentato la natura dei luoghi. Abbiamo preso a salire dirigendoci verso le cime mediane della cordigliera, quelle che occupano la parte centrale circondata dalle andate di vette e monti più alti che tutta la circondano.
Il sentiero aveva preso a salire lungo i costoni dei monti che avevamo attraversato il giorno prima in direzione nord-ovest.
Si districava tra bassa vegetazione mediterranea a dispetto della vicinanza dell’Oceano.
Sotto di noi boschi di abeti e pini tra i quali il pino nero, una specie autoctona, ahimè a rischio estinzione.
Esemplari di robinie fittamente costellate da infiorescenze e bacche rosse interrompevano il manto verde dei pendii e cespugli di ginestre in fiore allietavano gli argini del cammino. Resistevano i fiori di zafferano tra le fessure delle rocce.
Queste a loro volta erano dominate da banchi di ardesia color antracite attraversata da venature bianche e rosse.
Assumevano le forme più varie e si sporgevano con blocchi arditi e particolarmente suggestivi. Era un ulteriore spettacolare dimostrazione della bellezza cangiante della cordigliera.
Il granito di un caldo colore rosso con venature ambrate ci aveva accompagnato sino a quel momento.
Anche la Ruta de los Hospital guizzava tra massi e pareti di granito che si mostravano qua e là tra le nudità primordiali dei monti.
Oviedo era costruita con il granito.
Mi avevano assai sorpreso le sue piazze ed i suoi viali e marciapiedi in granito. Davvero una nota aristocratica di assoluta eleganza.
Qui invece l’umile ardesia, che nei villaggi diventava pavimento e tetto. Di grande impatto anch’essa, tuttavia.
Sotto di noi prendeva forma e si rivelava in tutta la sua spettacolarità un fenomeno naturale particolarmente sorprendente soprattutto per chi, io tra questi, ignorava l’esistenza del grande invaso.
Un lago di nuvole bianche si insinuava in basso tra i monti della cordigliera occupandone gole e valli.
Sembrava che stessimo camminando al di sopra delle nuvole…
Non si vedeva altro. Solo nuvole come un lago sospeso o come un grande tappeto grigio chiaro srotolato tra le montagne che si innalzavano da tutti i lati. Le temperature erano piuttosto elevate, nonostante settembre e l’altitudine. L’estate proseguiva e gli effetti del cambiamento climatico erano evidenti. L’evaporazione con l’effetto nebbia fino a formare una banchisa nuvolosa in superficie spiegava il fenomeno…
Il sole aveva diradato in fretta quel fenomeno e sotto di noi andava prendendo forma il lungo zigzagante invaso de Salime.
Il sentiero in alto ne seguiva l’andamento consentendo dì osservarne la forma e le volute. Era evidente che avremmo percorso il periplo dell’invaso tra i monti per tutta la sua estensione.
Cominciava a far caldo.
Il cielo era limpido e terso.
Il sole meravigliosamente incantato là sopra aveva preso a dardeggiare.
Ci siamo fermati ad alleggerirci.
Anch’io ho tolto la felpa per riporla nello zaino. Ho così preso gli occhiali che tenevo poggiati nel bordo della felpa a contatto con il mio collo avendo indossato quelli da sole, lasciandoli, ahimè, per terra dove li ho dimenticati. Dopo una mezzoretta me ne sono reso conto. Così ho deciso di tornare indietro sperando di ritrovarli. Per un miope gli occhiali sono una specie di ancora e nel contempo di bussola per non perdersi e guardare il mondo nella sua nitidezza.
Ho percorso all’incirca un chilometro. Incontravo i pellegrini che salivano e mi guardavano perplessi.
Io procedevo fiducioso finché mi sono arreso. Avrei continuato ad aggrapparmi ai superstiti occhiali da sole pure essi ben graduati a correggere la miopia che da ragazzo mi appartiene. Il bel tempo mi aiutava. La sera avrei ridotto il mio raggio di visibilità e mi sarei contentato delle poche sfumature a mia disposizione.
Intanto avevo perso il contatto con gli altri. Poco male in verità. Sul cammino di Santiago non ci si smartisce. I sentieri sono meravigliosamente accuditi e altrettanto meravigliosamente segnalati.
La conchiglia di Santiago ti segue costantemente.
Ad ogni modo aumentai l’andatura con qualche sforzo in più.
Avevo raggiunto Diego e Claudio che procedevano tranquilli e con la giusta attenzione tra tutti quei sali e scendi. La loro mole d’altronde non consentiva scatti repentini e prolungati. Quelli appartengono agli esili e nervosi. Essi avevano la stazza del passista.
Io avevo continuato ad avanzare alternando lo sguardo tra il terreno a tratti fortemente sdrucciolevole soprattutto in discesa e il paesaggio che ormai aveva assunto la sua forma compiuta.
Il cielo ed i monti si tenevano a braccetto e si affacciavano nello specchio dell’enorme, lungo invaso adagiato in fondo alle gole. E vi si specchiavano. Era un vezzo davvero intrigante. La natura che si contemplava e si beava di essere osservata in questo esercizio narcisistico.
Era davvero straordinario l’evento ed io mi esercitavo a seguirne le volute da ogni prospettiva.
E così mi ritrovai fuori traccia.
Da ore procedevo tenendo d’occhio la teoria dei pellegrini. Avevo anche messo nel mirino il gruppo dei miei compagni più attrezzati che avevano distanziato Diego e Claudio. Gaspare e Tommaso con Maurilio procedevano come un treno ma io mi contentavo di mantenere le distanze entro il limite della visibilità tra le curve che si inanellavano le une sopra o sotto le altre.
Osservavo tutta quella magnificenza e mi immergevo in essa. Pienamente.
Tanto da non accorgermi ad un bivio dei cartelli segnaletici che indicavano la direzione verso Grandas invitando ad imboccare un piccolo sentiero che lasciava il nudo pendio del monte per scendere lungo il costone boscoso in direzione della diga.
Procedetti per un buon tratto di strada. Il sentiero in salita aveva preso ad inerpicarsi verso la cima con una pendenza assai dura . Insomma mi stavo arrampicando. Dovetti ricorrere all’ausilio di un solido ramo che pulì ben bene approfittando di un taglio recente degli alberi faccendone il mio bastone per avanzare. La fatica aveva preso a sopraffarmi ma contavo di giungere in cima, scavallarla e ritrovarmi lungo la discesa che mi avrebbe portato alla diga dove di sicuro avrei ritrovato il popolo dei pellegrini ed anche i miei compagni.
Provai a chiamarli anche per sincerarmi della mia scelta. Quelli erano già alla diga ed erano addirittura giunti al ristoro agognato.
Io ero sfatto per la stanchezza. Per fortuna avevo acqua in abbondanza ed il lago era lì in fondo a confortarmi.
Ma era chiaro che ormai stavo fuori dalla traccia giusta.
Finalmente pensai di aprire la traccia.
Vi era sufficiente linea per la connessione.
E scoprì di essermi allontanato dal giusto percorso. In compenso ero giunto in cima al monte da cui potevo vedere per intero la diga e l’invaso con il cielo ed i monti che su di esso convergevano. Uno spettacolo davvero affascinante.
Iniziai la mia discesa. Dopo un’ora abbondante giunsi alla diga e quindi mi riunì al resto del gruppo.
Il bar-caffè-ristorante pullulava di gente che si godeva il riposo in attesa dell’ultima salita che li avrebbe condotti a Grandas de Salime…
Mi rifocillai pure io, seppure in fretta e mi rimisi in marcia.
Avevo accumulato nelle gambe più di qualche chilometro rispetto agli altri e soprattutto la fatica dell’arrampicata. Arrivare a Grandas fu dura per me. Gli ultimi cinque chilometri erano anch’essi in salita. Ma alla fine ci arrivai. L’alloggio era un hostel da pellegrini con camerate comuni e letti a castello. Salì in cima al mio castello e finalmente mi lasciai andare…
Antonio Corvino
(9-continua)

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