
Ed eccola la Cordigliera cantrabica in tutta la sua magnificenza.
Il Pico d’Europa si staglia ad occidente, netto con le alte pareti verticali a formare una specie di piramide che catalizza lo sguardo. Intorno cime e creste si inseguono da tutti i punti cardinali innalzandosi e precipitando esattamente come le onde di un mare battuto dai venti di tramontana. Ed è proprio il mare infinito che evoca questo sistema montuoso che protegge la Spagna lungo i confini nord occidentali in continuità con i Pirenei che si pongono a cavallo con la Francia.
Ai piedi della Cordigliera si infranse l’avanzata dei “Mori” e dalla Cordigliera iniziò anche la ”Reconquista”.
La stiamo attraversando già da alcuni giorni e continueremo ad attraversarla per lunghi altri giorni.
Il Cammino Primitivo infatti si snoda quasi interamente attraverso la Cordigliera. É un cammino duro, lungo trecento trenta chilometri che mette in comunicazione con dio o con l’universo e pone in relazione con il mondo e con sé stessi. Impone silenzio e fatica, perseveranza e compassione, cerca solitudine e comprensione e nulla concede alla facile auto esaltazione o celebrazione di sé. Va compiuto in umiltà e conduce alla beatitudine. Beatitudine dello spirito proiettato verso la bellezza compiuta della natura, beatitudine dell’anima protesa verso il creatore o verso lo spirito universale che tutto in sé assomma, beatitudine dei sensi sollecitati come non mai a immergersi dentro una luce limpida e trasparente, a districarsi in un silenzio metafisico, a seguire le linee delle rocce e ad assecondare la dolce curva della vegetazione che le ricopre e ne asseconda il profilo, a lasciarsi andare lungo le melodie che il vento diffonde intorno a te, ad ammirare la tavolozza dei colori e delle sfumature che ti circondano e si perdono all’infinito.
Siamo usciti dal nostro alloggio a Collinas de Aruba alle sette e trenta carichi di acqua e boccadillos.
Per venticinque chilometri attraverseremo il cuore aspro ed intrigante, duro e affascinante della Cordigliera senza incontrare un villaggio, una fonte, una costruzione.
La Rota degli Hospital si dipana infatti sui monti senza possibilità di ripensamenti.
Se ti ci addentri devi arrivare alla fine, predisporti a salire, salire e scendere dentro al cielo infinito e per questo devi essere attrezzato e preparato.
Perché il pellegrinaggio verso Santiago è un percorso di santificazione, riscatto, chiamatelo come volete in funzione dei tempi che attraversate e degli obiettivi che vi prefissate, propedeutico ad ogni azione, progetto che volete intraprendere.
Alfonso Secondo il Casto re delle Asturie lo fece per primo, preferendolo a quello più facile delle valli per recarsi sulla tomba dell’Apostolo a trarre forza ed ispirazione partendo da Oviedo.
Bisognava contrastare l’avanzata di Berberi e Arabi, giunti dal deserto del Sahara e dalle coste africane oltre che dalla Mezzaluna fertile. Avevano conquistato tutta la penisola iberica. Era rimasta la Cordigliera e da qui bisognava ripartire resistendo e contrattaccando.
I “Mori” non si limitavano a conquistare le terre cristiane, diffondevano l’Islam là dove cresceva il cristianesimo e trasformavano i popoli in fedeli di Allah in luogo del dio cristiano.
Ed Alfonso si recò in umiltà e penitenza, fatica e preghiera sulla tomba di Santiago a trarre ispirazione per sé e per i regni di Spagna. E attraversò la cordigliera aspra, difficile che certo aveva scoraggiato i Mori ma rendeva la vita difficile anche ai cristiani.
Ma per i Cristiani la cordigliera era la terra dei padri e quindi la loro patria capace di infondere forza e perseveranza oltre al coraggio. E Alfonso si mise in viaggio per questo.
Nacquero dei rifugi in pietra per i pellegrini che da allora presero ad attraversare la cordigliera verso Santiago. Nel corso dei secoli divennero degli hospital per dare sostegno e ricovero.
Oggi la attraverseremo noi. Attraverseremo la “rota degli hospital” sulla Cordigliera che ti mette in contatto con l’universo.
“É un itinerario privo di approdi. Non vi sono punti di ristoro o villaggi e paesi dove sostare e rifocillarsi” ci aveva ripetuto da lontano Salvatore che continuava a seguire spedizione e cammino. “Provvedetevi del necessario. Acqua e boccadillos” si era raccomandato. Tommaso aveva insistito a non sottovalutare la durezza della giornata che ci attendeva.
La giornata si annunciava quando abbiamo lasciato l’alloggio con il baluginio dell’alba. Una rampa assai ripida ci aveva portato sul percorso.
All’orizzonte il sole si affacciava tra le montagne inondando di rossi bagliori il cielo e di tenera luce la terra.
Era un buon giorno quello giuntoci dall’universo e noi ci disponemmo ad attraversarlo.
Eravamo a circa 700 metri saremmo dovuti salire a 1250 per raggiungere la via degli hospital e proseguire su di essa inanellando salite e discese prima di giungere alla nostra destinazione, Collinas de Arriba, anch’esso disperso nel nulla a 1000 metri.
Il cielo era diventato azzurro e luminoso. Man mano che salivamo i prati verdi ci circondavano dappertutto con mandrie allo stato brado. Era l’unica presenza che rimandava all’uomo. E dei piccoli branchi di cavalli. Per il resto assenza assoluta e silenzi metafisici. Intorno le creste dei monti si stagliavano all’orizzonte lontano ed intorno a noi come onde di un mare cristallizato. Non vi era alta vegetazione. I boschi di conifere stazionavano in basso. Intorno a noi le cime ed i pendii erano ricoperti di prati. Le radure costellate di zafferano e cespugli di ginestre ancora in fiore. Il cielo rideva e abbracciava la cordigliera come un padre orgoglioso. Il sole era alto e illuminava di luce terza il creato. Era talmente affascinante lo spettacolo che la natura offriva da far passare in secondo piano anche la fatica improba necessaria a colmare il dislivello.
I gruppi radi di pellegrini salivano in silenzio. Da soli, a piccoli gruppi, in coppia, ragazzi e ragazze, signore e uomini maturi e addirittura anziani, qualcuno con un tutore ai ginocchi, qualche altro con fasce elastiche alle gambe. Tutti avanzavano in silenzio e di tanto in tanto si fermavano per respirare ma soprattutto per immergersi in quell’universo saturo di azzurro come se tutti i lapislazzuli della terra fossero stati lì portati per dipingerlo. Il sole faceva il resto. Non servivano le parole. Bastavano gli sguardi. Abbiamo impiegato qualche ora per per raggiungere il tetto di quella zona della cordigliera. Viandanti e pellegrini avanzavano distanziati tra loro, lentamente, immersi in un catino di sfolgorante bellezza fatta di armonia e di pace che sollecitava lo spirito e lo indirizzava
verso pensieri di compassione per un mondo che sta correndo verso la propria distruzione. Era difficile per me non avvertire gli echi dei carri armati che distruggevano Gaza per farne una miniera d’oro immobiliare. Era difficile non immaginare i crepitii delle pallottole al fronte in Ucraina, le stragi in Africa, le sofferenze ovunque inferte dal cerbero che aveva azzannato il mondo.
Alfonso secondo delle Asturie, detto il casto, aveva voluto attraversare quei monti, immergersi in quel cielo, attraversare un territorio duro ed ostile per la fatica che imponeva nell’attraversarlo ma che ti contraccambiava con un’ascesi mistica che ti consentiva di scoprire la profondità dell’animo
umano e di comprendere la differenza tra bene e male. E certamente un pellegrinaggio di tal genere illuminerebbe forse anche gli odierni governanti. Ma non ho intravisto sulle montagne della cordigliera costellate di hospitali che un tempo avevano accolto i pellegrini per il riposo notturno, governanti avanzare curvi dotto il peso degli zaini e intenti a scandagliare le profondità dell’animo umano per cercare le risposte giuste.
Solo ragazzi e ragazze, uomini e donne procedevano.
Abbiamo superato il primo e poi il secondo e terzo hospital, ovviamente ridotti ad un cumulo di pietre ma carichi i memorie ed abbiamo camminato lungo sentieri impervi per oltre venti chilometri.
A Berducedo siamo giunti nel pomeriggio inoltrato stanchi ed assetati. Avevamo finito l’acqua. Gli ultimi sorsi erano diventati addirittura caldi. L’arrivo al nostro hospital è stato anch’esso benvenuto per ristorare il corpo e lasciar sedimentare nell’anima pensieri e visioni di un universo in pace e costruito per la bellezza e la felicità non certo per le violenze e le distruzioni.
Antonio Corvino
(8-continua)

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