
Dopo la passerella russo-americana in Alaska con prove generali di una nuova Yalta per la divisione del mondo tra le vecchie, contrapposte potenze nucleari colpite da improvvisa empatia, è arrivata l’ora, a Tianjin-Tientsin, della SCO.
“L’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai” voluta da Pechino in uno con la parata militare che strizza l’occhio alle esibizioni muscolari della Piazza Rossa e di Washington, é anch’essa protesa alla futura definizione dei nuovi assetti mondiali.
C’è in giro una smania nemmeno tanto nascosta di regolare i conti tra Oriente ed Occidente, con Nord e Sud spettatori interessati, spaventati o indifferenti.
Il vecchio ordine disegnato a Yalta nel febbraio del 1945, a guerra ancora in corso, è ormai morto.
Anche la guerra da cui quell’ordine uscì è roba passata.
C’è voglia di impadronirsi del pianeta a dispetto del futuro burrascoso dell’Umanità.
La democrazia, l’integrazione internazionale, i giuramenti a favore di un mondo libero da dittature, miseria e povertà, tutto sembra svanito.
Troppo tempo è passato da quei giuramenti. E d’altronde anche la memoria delle aberrazioni che quei giuramenti avevano reso sacri quanto necessari, è evaporata.
Addirittura qualcuno ne mette in discussione la stessa evidenza storica mistificandone la portata e snaturando il senso delle parole.
La gente non ricorda più la tragedia dell’umanità che rischiò di soccombere travolta dalle aberrazioni razziste e nazifasciste.
L’effetto Fata Morgana prodotto dalla potenza e dalla ricchezza sbandierata impunemente da dittatori e loro emuli, ammalia e riempie i sogni e le speranze di quanti si sono abituati a vivere di elargizioni, di bonus, di concorsi per giochi a premi e lotterie elettorali.
Costoro vi si specchiano e tifano per governi e super miliardari che monopolizzano intere città per i propri capricci, popolano i mari con le loro navi-yacht e attraversano gli spazi siderali con le loro stazioni satellitari, illudendosi di partecipare così al nuovo corso del mondo.
E pazienza se la scuola, la cultura, la sanità, la stessa sicurezza sociale vengono negate.
Il possesso delle ricchezze del pianeta è ormai questione riservata a quanti, asserragliati nelle antiche fortezze nazionali, nelle celesti dimore imperiali, o nelle istituzioni democratiche, se ne contendono la proprietà a scapito ed a dispetto dei popoli. Non sono gli Stati infatti a rivendicarne il controllo ma magnati, oligarchi e iper capitalisti pronti a scommettere che il loro potere non avrà fine grazie allo sviluppo delle biotecnologie che garantirà trapianti di organi a go go e sopravvivenza eterna, a detta dei diretti interessati colti in un momento di relax condiviso sulla grande piazza di Tienanmen. Con buona pace di chi attende che la natura faccia il suo corso e finalmente gli angeli della morte soffino sulla fiammella della candela ormai consunta o le parche recidano il filo della vita e liberino il mondo dalla cappa che lo opprime.
Prima in Alaska, lontano dalla confusione delle megalopoli e quindi a Tianjin-Tientsin, coram populo questa volta, nella metropoli del “guado fluviale celeste” che conta 15 milioni di abitanti ed è contigua all’aeroporto di Pechino, il cerbero a tre teste, seppur con riunioni separate, ha messo in scena le prove generali del nuovo ordine mondiale.
Niente di definitivo.
Troppo complesso e ingarbugliato il vecchio ordine per depositarlo sic et simpliciter nel cestino, ma comunque troppo traballante perché possa essere lasciato lì, a resistere ancora a lungo.
Con il timoniere cinese nella divisa rivoluzionaria di Mao, l’oligarca russo in giacca e cravatta a strizzare l’occhio al suo emulo americano, il padrone della Corea del Nord a profondersi in inchini di cortesia, il presidente indiano ad osservare assai curioso ed interessato e tutti gli altri ad interrogarsi sulla effettiva portata di una nuova, seppure al momento improbabile, divisione del pianeta che magari li favorisca in qualche modo rispetto ad una realtà che registra l’accaparramento delle ricchezze in poche mani affatto interessate ai destini umani…
E tutto questo nell’attesa che si vanifichi il comandamento divino della Genesi e uomini e donne smettano di moltiplicarsi per ritrovarsi tra qualche decennio in continenti semi desertificati con l’eccezione dell’Africa da cui tutto cominciò ed in cui tutto finirà o ricomincerà.
L’Europa intanto osserva immobile se non proprio annichilita il proprio destino.
Certo deve prendere atto della fine di un’epoca.
Ha cavalcato per mezzo secolo, con il resto dell’Occidente, la globalizzazione esportando tecnologie ed importando prodotti, ammantandosi di supponenza fino a ritrovarsi in crisi di identità, priva di risorse e di strategie, superata dal rinato celeste impero assurto, nel frattempo, a fabbrica del mondo essendosi peraltro emancipato da ogni servitù tecnologica altrui.
Il paradigma nord-atlantico ha esaurito la sua spinta senza che da questa parte si abbia avuta la lungimiranza di immaginare una nuova visione dello sviluppo e mettere a punto un altro percorso.
Ne è scaturita la difesa ad oltranza delle proprie prerogative economiche e sociali che tuttavia hanno esaurito ogni vitalità. Il sistema produttivo è affaticato. Le ricchezze concentrate in poche mani. La gente impaurita e senza prospettive. Addirittura le certezze basilari, la scuola, la sanità, lo Stato garante della stabilità sociale, tramontare, irrimediabilmente.
Anche il lavoro si è liquefatto come il vapore acqueo in una realtà in ebollizione.
In assenza di una percezione del cambiamento dei destini del mondo, sulle sponde nord atlantiche è arrivata la paura e con essa la chiusura, la pretesa del dominio, la ricerca spasmodica di nemici con cui regolare i conti costruendo muri, abbattendo ponti ed eleggendo gente raccogliticcia pronta a trasformarsi in pericolosi sopraffattori se non in avidi dittatori.
L’economia di guerra diventa la prospettiva più semplice ed a portata di mano per ridare fiato ad un sistema in affanno. E l’Europa si adegua. Carri armati in luogo delle auto? Perché no! Mezzi cingolati in luogo dei camion? Anche. Armi e tecnologie militari in luogo delle innovazioni che rivoluzionano il futuro dei popoli? Armi in luogo del disarmo? Difesa dell’esistente in luogo della costruzione del nuovo? È questa la prospettiva.
E intanto l’ombra del revanscismo autoritario si allunga anche sull’Europa rendendo impraticabile l’opzione di un equilibrio in grado di disinnescare l’onda nera che avvolge le grandi potenze che si disputano la supremazia planetaria.
La debolezza delle istituzioni comunitarie europee fa, dal canto suo, il paio con la brusca frenata dell’economia continentale e con i ritardi da essa accumulati proprio sul fronte delle tecnologie d’avanguardia un tempo suo punto di forza.
L’anomalia del voto unanime alla base di ogni singola decisione comunitaria è diventata la cartina di tornasole dell’inconsistente capacità europea di muoversi sullo scacchiere internaziobale.
Ancora una volta la legge del contrappasso o la vendetta dell’eterogenesi dei fini non ha mancato di manifestarsi stigmatizzando il destino dell’Europa alle prese con il rischio di trasformarsi in un ectoplasma.
Il voto unanime, assunto nelle sue istituzioni quale metafora della sua insopprimibile vocazione democratica al di là della dimensione, del peso e della forza specifica dei singoli Popoli e Stati a tutela di ogni tentativo di sopraffazione, si è trasformato nel trabocchetto che l’ha fatta sprofondare nell’immobilismo trascinandola addirittura nel gorgo del suo drammatico passato.
La possibilità di svolgere un ruolo stabilizzatore in un mondo alle prese con crescenti, pericolosi squilibri è così andata sbiadendo sino a scomparire. La partita ormai è una questione privata tra le tre teste del cerbero, USA , Russia e Cina, ed i loro emuli ed epigoni.
L’Europa attraversa così la sua stagione più buia a dispetto della sua forza economica e della sua storia che l’ha resa, pur tra molte peripezie, custode e depositaria dell’ideale democratico.
La sua stessa unità, nel bene e nel male, risulta compromessa.
L’ombra del revanscismo autoritario si biforca al suo interno rendendo tutto più complicato. C’è chi si propone come alleato fedele del neo imperialismo russo in contrasto con l’Europa di cui pure é parte (vedi l’Ungheria) e chi si configura come escrescenza del potere americano (vedi l’Italia) che si esercita a depotenziare ogni idea di autonomia europea.
Il voto unanime in un contesto simile diventa deflagrante.
C’è da essere pessimisti in una realtà dominata dalle tre teste del cerbero (non inganni l’assenza statunitense alle parate cinesi di Tienanmen e agli incontri di Tianjin-Tientsin e nemmeno il pendolarismo schizofrenico a corrente alternata del presidente americano). Esse non nascondono l’ambizione di puntare addirittura all’immortalità biologica per perpetuare un potere senza scadenze.
Certo l’Europa ha una impellente necessità di dare a sé stessa delle risposte prima che agli altri.
L’urgenza di dare consistenza al suo mercato interno, di varare un programma strategico che punti a colmare in tempi certi e predefiniti le lacune ed i ritardi sul versante delle tecnologie d’avanguardia, il bisogno di dotarsi di una politica di sviluppo sganciata dal modello atlantico superando l’impostazione manifatturiera tradizionale e le tecnologie in via di obsolescenza, è improcrastinabile.
Da un lato deve fare i conti con il predominio tecnologico delle big tech e la prepotenza della finanza iper capitalista americana che bulliza il mondo e lo violenta, dall’altro è costretta a subire la potenza industriale e la forza innovativa cinese che promette di metterla fuori gioco ed infine deve guardarsi dall’aggressività militar-nucleare russa alle porte di casa.
Ne risulta compromessa la capacità di proporsi come soggetto geopolitico in grado di partecipare alla costruzione di un mondo multipolare indipendentemente dalle ossessioni del Make America Great Again.
É addirittura in gioco la sopravvivenza della democrazia, del suo stato sociale caratterizzato dalla redistribuzione della ricchezza, dalla diffusione della cultura e della scuola per tutti, dalla sanità pubblica generalizzata.
La questione è come fermare la pericolosa involuzione istituzionale che la porterebbe, per la felicità del cerbero, al suo dissolvimento, considerato che l’attuale governo delle istituzioni europee non è in grado di rispondere in termini efficaci alle molte sfide che vanno dipanandosi quotidianamente.
Aspettare che l’Ungheria rinsavisca? Che l’Italia si riscopra europea? Che Francia e Germania resistano alla destra estrema?
Quanto tempo ci vorrà? E nel frattempo se l’inquilino del Cremlino fa dell’Ucraina un sol boccone e magari punta a ricostituire l’impero zarista sino alla penisola scandinava, passando dalle Repubbliche Baltiche?
É una questione capitale. O la si disinnesca o l’Europa non sopravviverà alla sua lenta consunzione. Nonostante l’Euro.
Al di là di ogni infingimento camuffato di prudenza e pazienza è tempo di puntare alla rifondazione dell’Europa.
Con un grande referendum che sancisca la costituzione degli Stati Uniti d’Europa e metta in chiaro chi sta dentro e chi resta fuori.
È l’unico modo per superare lo stallo del voto unanime a cui sono obbligate le Istituzioni europee e rimettere in gioco il vecchio continente nella definizione dei nuovi equilibri mondiali, riprendendosi il ruolo che gli appartiene, attivando finalmente il suo grande mercato interno, mobilitando il “Continente Meiterraneo”, recuperando la sua capacità innovativa sul piano dello sviluppo e della cooperazione economica e la sua vocazione progressista sul piano dell’evoluzione democratica.
Una grande iniziativa popolare che vada dalla Spagna all’Italia, dalla Francia alla Germania, dai paesi nordici ai paesi mediterranei…
Una raccolta firme che costringa ad indire un decisivo referendum sulle sorti dell’Europa…
Non c’è tempo né modo per aspettare che le cose si aggiustino da sole, che la gente rinsavisca e i capi di governo ritrovino il senso della loro funzione e non si crogiolino nella volontà/illusione di essere eterni come il resto dei dittatori veri o presunti.
É in gioco il futuro dell’Umanità e paradossalmente l’Europa, tuttora scevra del potere degli oligarchi che tengono in ostaggio la Russia, esente dai condizionamenti dei capitalisti di stato cinesi, e libera dal peso opprimente dell’ipercapitalismo finanziario americano, é l’unica che può intraprendere un percorso virtuoso.
É pur sempre la seconda potenza economica mondiale, l’Europa, tra USA e CINA, e, a differenza di queste ( e della Grande Russia costretta a nascondere la sua irrilevanza economica dietro la minaccia del suo arsenale militar-nucleare), non è ancora alla totale mercé dell’ipercapitalismo che, come una metastasi, sta minando la libertà dei popoli, moltiplicando le guerre, devastando il pianeta, rastrellando ricchezza e diffondendo povertà nella presunzione di poter immaginare per sé addirittura la vita eterna.
Antonio Corvino

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