
Si chiama Benedetta Pilato, ha vent’anni, è di Taranto. Si chiama Chiara Tarantino, ne ha ventidue, è di Dicorato. Sono due delle migliori nuotatrici italiane, atlete d’élite che hanno rappresentato il tricolore nelle piscine di tutto il mondo. Fino a quando le telecamere a Singapore non le hanno immortalate mentre compivano un gesto da principianti del malaffare: un furto da duty-free, banale, goffo, patetico.
Il gesto è indegno, inaccettabile e, come recita il mantra di comodo, “nessuna fragilità può giustificare un atto illecito”. È facile, comodissimo, fermarsi qui. Additare le due ragazze, squalificarle moralmente, condannarle all’agonia pubblica e poi, magnanimamente, chiudere il caso con un “pazze, immature, che stupidate che fanno i giovani”.
No. Fermarsi qui non è solo ipocrisia, è vigliaccheria. È la comoda via di fuga per un sistema , sportivo, mediatico, commerciale , che di queste ragazze ha consumato l’adolescenza per trasformarla in medaglie, record e profitti, senza mai chiedersi chi ci fosse sotto la cuffia.
La vera domanda, l’unica che brucia, è: a chi hanno rubato, davvero, Benedetta e Chiara?
Hanno forse rubato a un colosso del duty-free? No. Hanno rubato a se stesse. Hanno sottratto, in un gesto di impulsività autodistruttiva, l’immagine impeccabile di campionesse che il sistema ha loro cucito addosso. È la rivolta disperata di chi, a 14 anni, ha già il peso del mondo sulle spalle e a 22 scopre di non aver mai vissuto.
Non è un caso isolato, è un copione. È la storia di Jennifer Capriati, fenomeno del tennis a 13 anni, arrestata a 17 per un anellino rubato. È il grido di aiuto di ogni bambino prodigio a cui è stato negato il diritto di essere semplicemente un bambino.
Buttiamo le mazzate, allora. Ma a chi le deve prendere.
Le buttiamo alla Federnuoto e a tutte le federazioni che trattano i minorenni come macchine da medaglie, ignorando volutamente tutti gli studi di psicologia dello sport che urlano da decenni i rischi del burnout, dell’ansia, della deprivazione sociale.
Le buttiamo agli sponsor che investono su un corpo acerbo, su un viso giovane, costruendo un brand su una personalità che non ha ancora avuto il permesso di formarsi.
Le buttiamo ai media che osannano la fourteen-year-old sensation, il “nuovo fenomeno”, per poi essere i primi, oggi, a scagliare la pietra del giudizio più spietato.
Le buttiamo a un sistema che celebra la performance e ignora la persona. Che esalta il cronometro e dimentica il cuore. Che sa tutto dei tempi in vasca e non ha la più pallida idea di quali tempeste emotive agitino quelle ragazze mentre “si rilassano guardando una puntata de La Donna Dionica” prima di una finale mondiale.
Quella corteccia prefrontale che regola gli impulsi e il giudizio, non si sviluppa nuotando chilometri in solitudine. Si sviluppa vivendo esperienze normali, sbagliando senza che ogni errore sia un titolo di giornale, litigando con un amico, uscendo il sabato sera. Esperienze che a loro sono state negate in nome del risultato.
Il furto a Singapore non è un gesto di criminalità. È un gesto di liberazione. È l’atto disperato di riaffermare un controllo, seppur distorto, su una vita che non è mai stata veramente loro. È dire: “Io sono anche questo. Non solo la nuotatrice che voi volete che io sia”.
Metterle all’agonia per questo sarebbe il secondo, tragico, errore dopo quello di averle cresciute in una campana di vetro.
La società dello spettacolo e della performance ha creato mostri sacri e bambini prodigio, ma ha dimenticato di creare persone. Ora che il meccanismo perverso mostra la sua crepa, non possiamo limitarci a condannare la crepa. Dobbiamo avere il coraggio di mettere sotto accusa l’intero edificio.
Benedetta e Chiara hanno sbagliato. Ma il loro è un errore da ventenni. Il nostro, di adulti, di dirigenti, di professionisti, di un intero sistema, è un fallimento ben più grande e colpevole.
È ora di smetterla di chiederci perché cadono i nostri campioni. E iniziare a chiederci chi gliel’ha messa, sotto i piedi, quella banana.
Daniela Piesco

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