
Il summit in Alaska tra Donald Trump e Vladimir Putin è stato presentato come un crocevia per la pace in Ucraina e della spartizione del mondo. Nella realtà, non è stato altro che la replica stanca di un copione già visto: due uomini in avanzato stato di età (e aggiungerei di decomposizione…), ancorati a rituali mediatici superati, che fingono di parlare da superpotenze quando il mondo li guarda con sempre meno attenzione, mentre i processi globalizzanti li stanno progressivamente logorando e tagliando fuori.
Putin si è seduto al tavolo con la solita lista di pretese: legittimazione dei territori occupati, esclusione dell’Ucraina dalla NATO, allentamento delle sanzioni. In pratica, chiedeva di certificare con un comunicato quello che non è riuscito a conquistare con tre anni di guerra logorante, un esercito dissanguato e un’economia ridotta a galleggiare grazie all’ossigeno cinese e alle esportazioni energetiche sottocosto.
Trump, fedele al personaggio, ha recitato la parte del solito negoziatore lampo, pronto a promettere soluzioni in ventiquattr’ore chiavi in mano. Ma come al vertice di Helsinki del 2018, anche questa volta dietro i proclami non c’era nulla: nessun documento, nessuna proposta di compromesso strutturata, solo parole fatte apposta per alimentare le telecamere e rafforzare la propria immagine interna. Allora si concluse con un imbarazzante spettacolo di deferenza verso Putin, oggi con una vuota scenografia di strette di mano e sorrisi.

La differenza è che nel frattempo entrambi i protagonisti sono palesemente afflitti da una comune sindrome di ridimensionamento. La Russia ha ormai il PIL paragonabile a quello di un paese terzomondista e combatte una guerra che ha eroso credibilità e risorse. Gli Stati Uniti, pur restando la prima potenza militare, si muovono con l’ombra lunga di un debito insostenibile e di un’economia che non riesce a liberarsi dal vortice delle proprie contraddizioni, per altro alimentate dalle ricette economiche suicide dell’ attuale Presidente.
Il resto del mondo ha guardato senza entusiasmo, un poco distrattamente e senza prendere posizioni decise. L’Europa, in particolare, al contrario del pensiero comune, ha fatto bene a sfilarsi: non per disinteresse, ma perché sedersi a quel tavolo o anche partecipando solo marginalmente avrebbe significato legittimare una pantomima priva di contenuto, una versione aggiornata delle “grandi conferenze” che nel passato illudevano con la retorica e lasciavano tutto com’era. Il paragone con Monaco 1938 è stato evocato da qualcuno, ma è persino eccessivo: almeno allora, illusoriamente, si pensava di aver comprato la pace. Qui, semplicemente, non c’era niente da comprare.
Così l’Alaska consegna al mondo una cartolina fredda e vuota. Due leader che cercano di restare al centro della scena mondiale mentre la storia reale si inscrive altrove, in Europa orientale e in Asia. E un esito che non entrerà nei libri, ma al massimo nelle note a margine: il vertice del nulla.
Quanto all’ Ucraina non ha nulla da temere: è sostenuta da tutta l’ Europa, Canada, Inghilterra e Giappone. Considerando lo status quo del campo è più che sufficiente per accompagnare Putin e i suoi lacchè con tanto di felpa C.C.C.P nell’ indifferenziata della storia, facendo tranquillamente a meno delle armi americane.
Piero Terracina


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