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Quando la giustizia si fa ideologia: una lettura critica del rapporto di Francesca Albanese

In questi giorni la relatrice speciale delle Nazioni Unite Francesca Albanese ha presentato al Consiglio per i Diritti Umani un rapporto destinato a far discutere. Il titolo, “Dall’economia dell’occupazione all’economia del genocidio”, non lascia spazio all’equivoco: Israele non viene solo accusato di violazioni gravi, ma descritto come protagonista di un progetto sistemico e secolare di eliminazione del popolo palestinese. Il genocidio, in questa prospettiva, non sarebbe l’eccesso tragico di una guerra, ma il compimento logico di un piano storico.

di Carmen Dal Monte | 16 Luglio 2025

In questi giorni la relatrice speciale delle Nazioni Unite Francesca Albanese ha presentato al Consiglio per i Diritti Umani un rapporto destinato a far discutere. Il titolo, “Dall’economia dell’occupazione all’economia del genocidio”, non lascia spazio all’equivoco: Israele non viene solo accusato di violazioni gravi, ma descritto come protagonista di un progetto sistemico e secolare di eliminazione del popolo palestinese. Il genocidio, in questa prospettiva, non sarebbe l’eccesso tragico di una guerra, ma il compimento logico di un piano storico.

Ma è proprio nell’ambizione del rapporto che si annidano le sue debolezze più gravi. Il testo non si concentra sui fatti recenti, né offre una ricostruzione circoscritta. Ricostruisce invece una genealogia che parte dal 1901, interpreta l’intera vicenda sionista come processo di colonizzazione e culmina nel linguaggio dell’eliminazione. Ogni fase – dalla fondazione dello Stato alla guerra in corso – viene letta come anello di una catena che conduce, inevitabilmente, alla cancellazione fisica.

Il primo dato critico è metodologico: il rapporto non tiene conto del contesto bellico. Non menziona la presenza di attori armati palestinesi, non distingue tra uso della forza legittimo e arbitrario, non si interroga sulla natura degli scontri in corso. Ogni azione israeliana viene spogliata di contesto e significato militare, per essere ricondotta a una volontà strutturale di distruzione.

Il secondo punto riguarda l’uso della categoria di genocidio. Il diritto internazionale parla chiaro: per configurare un genocidio serve l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo protetto. Questa intenzione deve essere dimostrata, non semplicemente evocata. Il rapporto, invece, si affida a una costruzione storica: deduce l’intento dal lungo periodo, senza fornire alcuna prova diretta. In questo modo, il termine “genocidio” viene impiegato come chiave narrativa, non come strumento giuridico.

Non meno problematica è la tendenza a dilatare la responsabilità penale a tutto ciò che gravita intorno a Israele: aziende, università, fondi, ONG. Tutto viene incluso, senza distinzione di grado, ruolo o consapevolezza. Il concetto di complicità diventa così un contenitore accusatorio, svuotato di precisione e gravido di implicazioni morali.

Infine, c’è la questione del linguaggio. Il documento adotta un lessico radicale: “economia del genocidio”, “business dell’eliminazione”, “sistema globale della cancellazione”. Termini che funzionano da slogan, ma che allontanano il rapporto dal registro sobrio e neutrale richiesto a una relazione delle Nazioni Unite. Le parole qui non illuminano: orientano, polarizzano, accusano.

È giusto interrogarsi sulle responsabilità di tutti gli attori coinvolti nel conflitto israelo-palestinese. È doveroso denunciare ogni violazione. Ma non si serve la giustizia quando si rinuncia alla distinzione, alla proporzione e alla verifica. Il rapporto di Francesca Albanese non è un atto di analisi giuridica, ma una costruzione ideologica. E la sua funzione, per come è concepito, non è quella di descrivere i fatti, ma di delegittimare radicalmente lo Stato di Israele nella sua stessa esistenza politica, giuridica e storica.

Carmen Dal Monte

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Carmen Dal Monte

Carmen Dal Monte (1963), Ph.D., è CEO di Takeflight, società attiva nel settore dell’intelligenza artificiale per scuole e imprese. Ha insegnato etica della finanza e comunicazione della scienza in diverse università italiane. I suoi ambiti di ricerca includono l’etica, l’intelligenza artificiale, la comunicazione della scienza, i sistemi di classificazione nella storia della cultura e l’innovazione didattica nelle scienze umane e sociali. È autrice di saggi e articoli su questi temi.

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