
Alberto Trentini “sta bene”, i suoi genitori “non devono perdere la speranza”: a riaccendere un faro sulla vicenda del cooperante veneziano, detenuto in un carcere venezuelano dal 15 novembre scorso, è un ex detenuto svizzero, appena rilasciato dal carcere El Rodeo in seguito a una delicata trattativa diplomatica. In un’intervista al quotidiano Avvenire l’uomo riferisce di aver conosciuto Trentini durante la prigionia e racconta le condizioni della detenzione: “Ero spesso legato a una sedia, con la testa coperta da un cappuccio. Sono stato anche obbligato a rilasciare un’intervista in cui dicevo ciò che loro volevano, mi hanno costretto a firmare un documento in cui ammettevo reati inesistenti. Altrimenti non sarei uscito”. Il cooperante italiano, che lavora per l’ong Humanity & Inclusion è stato arrestato tre settimane dopo il suo arrivo in Venezuela e da allora ha potuto contattare i famigliari solo una sola volta, il 16 maggio, dopo sei mesi di prigionia, per rassicurarli sulle proprie condizioni di salute. Nel settore della cooperazione da molti anni, Trentini era aveva operato in Ecuador, Etiopia, Paraguay, Nepal, Grecia, Perù, Libano e Colombia, lavorando per Focsiv, Cefa, Coopi – Cooperazione internazionale, Danish Refugee Council e altre ong. Finora la magistratura venezuelana non avrebbe reso noto nei suoi confronti nessun capo di imputazione, ma secondo fonti non ufficiali, riportate da diversi organi di stampa, Trentini sarebbe accusato di cospirazione ai danni delle autorità venezuelane. “Vi prego non stancatevi di parlare di Alberto”, aveva detto lo scorso 11 giugno la madre di Trentini nella conferenza stampa convocata presso la sede dell’Ordine nazionale dei giornalisti a Roma, in collaborazione con Articolo 21: “Sono certa che chi ha il potere di far liberare mio figlio con una forte pressione mediatica si adopererà senza più tentennamenti”.

Un caso complesso?
Trentini era stato fermato lo scorso 15 novembre mentre si recava dalla capitale Caracas a Guasdualito, nel sudovest del Venezuela, per portare aiuti in qualità di capomissione della sua organizzazione, ad alcune comunità per disabili sparse in alcuni villaggi della zona. Insieme a lui era stato fermato anche l’autista della Ong che lo accompagnava. Il suo caso era stato giudicato come molto complesso dalla Farnesina, che aveva attivato fin da subito i canali diplomatici, attraverso i suoi rappresentanti nel paese, per avere informazioni e ottenerne il rilascio. A metà gennaio, due mesi dopo l’arresto, il ministro degli Esteri Antonio Tajani aveva convocato l’incaricato d’affari del Venezuela in Italia per protestare con forza per la mancanza di informazioni sulla sua detenzione, oltre a contestare l’espulsione di tre diplomatici italiani da Caracas. Ad aprile la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, aveva chiamato la madre di Trentini assicurandole che il governo stava lavorando “per riportarlo a casa”. Finora, però, come avvenuto in altri casi simili, il Venezuela non ha concesso che il console italiano né alcun rappresentante del governo di Roma potessero fargli visita. Ad alimentare le speranze per il rilascio di Trentini è stata di recente la scarcerazione di Alfredo Schiavo, imprenditore italo-venezuelano di 67 anni in carcere a Caracas da oltre 5 anni, liberato per motivi umanitari grazie alla mediazione della Comunità di Sant’Egidio.
Un contesto di repressione?
La vicenda di Trentini si inserisce in un complicato contesto politico, e in un clima di durissima repressione del dissenso e degli oppositori attuata dal regime di Nicolás Maduro, al potere dal 2013. Una stretta inaspritasi negli ultimi mesi di campagna elettorale e dopo il voto di un anno fa, arrivando a coinvolgere anche operatori umanitari che nulla hanno a che fare con la politica, ma che il governo accusa di essere spie e cospiratori finanziati da agenti stranieri. Secondo le Nazioni Unite sono almeno 28 le persone vittime di sparizioni forzate dopo le contestatissime elezioni presidenziali del luglio 2024, 12 delle quali sono cittadini stranieri che non hanno ricevuto accesso all’assistenza consolare. In un rapporto recente, le Nazioni Unite hanno contestato con preoccupazione la legge sulle ONG approvata nel novembre 2024, sottolineando come questa abbia complicato la registrazione legale delle organizzazioni umanitarie, imponendo requisiti arbitrari e richiedendo tariffe illegali, che hanno costretto molte ONG a cessare le operazioni nel Paese. Il tutto si inserisce in un contesto di precaria situazione economica del Venezuela, peggiorata con la chiusura della compagnia petrolifera Chevron, che ha contribuito a una nuova ondata di iperinflazione.
Diritti umani a rischio?
Alle preoccupazioni manifestate dalle Nazioni Unite e relative all’erosione delle libertà individuali in Venezuela, il parlamento di Caracas ha risposto questa settimana, dichiarando Volker Türk, l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, e “tutti i funzionari che lo accompagnano” persone non grate . L’Assemblea ha inoltre esortato il governo a ritirarsi dall’organismo finché Türk sarà in carica. L’iniziativa è stata proposta lunedì dal presidente del Parlamento Jorge Rodríguez, secondo cui Türk “non sta facendo nulla per i diritti umani dei venezuelani rapiti a El Salvador” e dei bambini venezuelani separati dalle loro famiglie dopo che i genitori sono stati deportati dagli Stati Uniti. Questa posizione è stata sostenuta dal presidente Maduro e dal procuratore generale Tarek William Saab, che hanno accusato Türk di “inazione” di fronte a quelle che hanno descritto come violazioni dei diritti umani contro i migranti venezuelani negli Stati Uniti. In effetti, la rielezione di Donald Trump, accolta con sollievo dagli oppositori di Maduro che pensavano che gli Stati Uniti, con la loro forza militare e commerciale, avrebbero costretto il regime di Caracas a cedere alle pressioni internazionali, ha peggiorato le cose. Il presidente americano ha annullato lo statuto TPS (temporary permanente status) a circa 600.000 venezuelani che ne godevano negli Stati Uniti, e che da oggi possono essere considerati ‘illegali’ negli Usa e deportati in un paese in cui i diritti umani sono sempre più a rischio.
Il commento
Stefania Paradisi, Head, ISPI School
“La cooperazione internazionale resta uno strumento fondamentale per affrontare sfide globali complesse, dalla pace allo sviluppo sostenibile. Il lavoro dei cooperanti, il loro impegno a costruire ponti tra culture e a sostenere le comunità vulnerabili, è spesso rischioso, come dimostra il caso di Alberto Trentini, tuttora detenuto in Venezuela. Sostenere il loro lavoro, ricordarne l’impegno e l’altruismo, è dovere di tutti coloro che credono che il dialogo, la cooperazione allo sviluppo e il rispetto dei diritti umani debbano continuare ad essere elementi fondanti della comunità internazionale”.
Alessia De Luca

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