
Da oltre tre anni la comunità internazionale tenta senza successo di far sedere allo stesso tavolo il presidente russo Vladimir Putin e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. L’obiettivo è semplice quanto sfuggente: avviare un dialogo credibile per porre fine alla guerra. Tuttavia, ogni tentativo – anche in buona fede – è naufragato ancor prima di cominciare. Alla base di tutto c’è una premessa condivisa ma ingombrante: riconoscere che Putin è l’aggressore e Zelensky l’aggredito. Un principio giusto, ma che di fatto blocca ogni apertura. A ciò si aggiunge un dato ormai evidente. Nessuno fa davvero qualcosa senza un tornaconto. L’idea che dietro ogni sforzo diplomatico si nascondano interessi geopolitici o economici non è più solo un sospetto, ma una certezza. Tra tutti, forse solo il presidente americano ha parlato in modo diretto. Voleva le terre rare, e le ha ottenute. Una brutalità che, per quanto cinica, si è rivelata intellettualmente meno ipocrita rispetto a chi predica la pace mentre invia armi, missili e carri armati. I tentativi di pace, in Ucraina come a Gaza, non sono mancati. Ma in pochi – se non nessuno – hanno davvero messo i due leader di fronte ad una figura terza, autorevole e riconosciuta da entrambi, capace di mediare senza interessi nascosti. Ormai, tornare sulle migliaia di parole già pronunciate sembra solo uno sterile esercizio. Anzi, rischia di trasformarsi in una colossale presa in giro. E allora perché non osare l’impensabile? Perché il patriarca ortodosso Kirill e papa Leone XIV non si uniscono in un appello comune, invitando Putin e Zelensky ad un incontro diretto? Un faccia a faccia, finalmente, per chiarire le ragioni della guerra e quelle – sempre più urgenti – della pace. Lo si potrebbe organizzare in un luogo simbolico concordato tra le due Chiese dove la spiritualità prenda il posto dei calcoli politici. Sarebbe un gesto potente, forse l’ultima carta da giocare prima che tutto precipiti. Del resto a San Pietro durante la cerimonia funebre di Papa Francesco è bastato poco per mettere due sedie vicine e offrire a Trump e Zelensky un’occasione di confronto. Allora perché non replicare quel momento in un contesto diverso, ma con lo stesso spirito? In questo scenario instabile preoccupa in modo particolare il nervosismo crescente del presidente francese Emmanuel Macron. Il più attivo tra i leader europei, il più deciso a rimanere in sella anche nel 2027. E c’è chi teme possa finire col seguire le orme del suo predecessore Sarkozy, che nel 2011 fu il primo a muoversi verso la Libia con le armi in pugno.
Ma proprio per questo l’iniziativa spirituale di Kirill e Leone XIV potrebbe rappresentare un argine morale e simbolico. Un modo per restituire dignità al dialogo e sottrarlo, almeno per un istante, alla logica dei profitti e delle alleanze militari.
Angelo Santoro

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