
La nebbia agli irti colli… E poi?… Silvia, rimembri ancora. Che cosa? Capita di rado tornare da adulti alle poesie apprese a scuola. Ogni tanto ci risuona alla mente qualche verso come un cliché, come un modo di dire convenzionale. Eppure tornando a confrontarci con esse potremmo scoprire come le percepiamo adesso . E ci accorgeremmo che la vita le ha rese “più leggibili, più emozionanti, più preziose.”
Lo scrittore Paolo di Paolo (finalista al Premio Strega 2024) nel suo recente saggio Rimembri ancora edito da Il Mulino rileva che nel bagaglio delle conoscenze scolastiche, insieme alle tabelline, al teorema di Pitagora, alla fotosintesi clorofilliana, rientrano anche molte poesie. E capita di ripetere versi che molti anni fa imparammo a memoria. Da “A Silvia” di Leopardi a “La pioggia nel pineto“ di D’Annunzio, dalle «stelle cadenti» di Pascoli al «male di vivere» di Montale. Versi che ci tornano alla mente all’improvviso. Ma cosa ci vogliono dire oggi?
Paolo Di Paolo ci offre un’occasione per leggere in modo nuovo e sorprendente le poesie studiate a scuola. Toglie un po’ di polvere e le libera dai luoghi comuni, rimette in rapporto scrittura e vita. Seguendo piste imprevedibili, riscopre «Dei Sepolcri» come un canto carico di tenerezza. A questa poesia dedica ampio spazio. Qui mi limito a sottolineare l’incisivo ritratto foscoliano di Vittorio Alfieri «muto / ove Arno è più deserto, i campi e il cielo / desïoso mirando».
Di Paolo poi rilegge con acutezza «Il cinque maggio» come un editoriale in versi. Accosta autori contemporanei come Ray Bradbury a Carducci o Yasmina Reza a Manzoni, ripensa i versi secchi di Ungaretti all’ombra delle guerre odierne.
Mi soffermo su un caso particolare, quello di Carducci che in vita era stato venerato già a
ridosso della mezza età, “professore di rango, senatore, premio Nobel”. Per diverse generazioni fu il più letto nelle scuole. Poi rapidamente dimenticato, considerato fine cesellatore di rime di ritmi ma è emersa l’idea che nelle sue poesie ci sia qualcosa di astratto e di freddo, “un sentimento – così scrive Sapegno – «tutto letterario e formalistico della tradizione.”
Di Paolo ci mostra che di versi belli ne ha scritti molti. E che si trovano in particolare “in quella zona più privata, più intima della sua opera, in quei testi in cui si mostra «dimentico di prerogative e doveri, ossessionato dall’idea della morte, del tempo che fugge. Porta tra gli esempi due poesie meno conosciute ma incisive come Nevicata, e Alla stazione in una mattina d’autunno.
Poi passa a Davanti San Guido con quei cipressi «alti e schietti» che gli appaiono “ le sentinelle di un corridoio spaziotemporale che riporta lì, verso quella casa, quel luogo delle origini “ abbandonato con il corpo “ ma non con lo spirito, non con l’immaginazione, non con la memoria”.
Scorrendo l’indice di questo saggio ci coglie la curiosità di E la curiosità di scoprire perché l’autore intitoli “fanciullino dark” la prima parte del capitolo sul Pascoli . A proposito del quale rileva anche che insieme al Carducci uno dei capisaldi delle antologie scolastiche ma è difficile che “ci si riaccosti a Myricae o ai Canti di Castelvecchio una volta suonata l’ultima campanella della scuola superiore”. E osserva che “Qualcosa lo inchioda alla polvere dell’antico, […] , a un paesaggio fuori dalla storia fatto di alberi, fiori, campagne, ritmi stagionali e lavoro agricolo.” O ai noti simbolismi onomatopeici.
A proposito di antologie scolastiche ecco il fatidico Aquilone
Più su, più su: già come un punto brilla /lassù lassù… Ma ecco una ventata/ di sbieco, ecco uno strillo alto… – Chi strilla?
E Paoli commenta: “La ventata di sbieco, lo strappo: il quadro di spensieratezza viene lacerato; piomba l’ombra della morte prematura”.
Tornando a Leopardi, questo libro ci parla de la Sera del dì di festa, come di un canto che muore a poco a poco, si attenua in lontananza e stringe il cuore: come quell’incipit, un endecasillabo sublime, “Dolce e chiara è la notte e senza vento.” Troviamo anche un capitolo dedicato a Gozzano con osservazioni avvincenti. Poi l’autore mette in campo anche esperienze personali: telefonate e incontri con i grandi del secondo novecento come Luzi, Sanguineti, Zanzotto,Spaziani.
Inoltre, Spesso il male di vivere ho incontrato, di Eugenio Montale (1925). E Di Paolo osserva anche che “ La stessa speranza ingannevole – un attaccamento alla vita tenace nonostante e dentro la tragedia della Storia – l’ho avvertita in una poesia di Eugenio Montale, Il sogno del prigioniero, che condensa in una trentina di versi tutto l’orrore del Novecento”
Montale dà voce a una figura di prigioniero astratto, recluso in un campo di sterminio.
E Soldati, di Giuseppe Ungaretti (1918). Si sta come / d’autunno / sugli alberi /le foglie
Abbiamo qui indicato alcune poesie fra le tante analizzate e riproposte in questo coinvolgente libro che davvero, come recita il sottotitolo ci spiega non solo perché ma anche come “amare da adulti le poesie studiate a scuola”
Paolo Di Paolo, finalista al Premio Strega 2024 con «Romanzo senza umani», è autore tra l’altro di «Mandami tanta vita» (2013, Premio Salerno Libro d’Europa, Premio Fiesole Narrativa e finalista Premio Strega), «Una storia quasi solo d’amore» (2016), «Lontano dagli occhi» (2019, Premio Viareggio Rèpaci), tutti editi da Feltrinelli e tradotti in diverse lingue europee. Scrive su «la Repubblica» e conduce su Rai Radio 3 la trasmissione sulla lingua italiana «La lingua batte».
Gabriele Parenti
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