
Nomen omen: sebbene Elena derivi da ἑλάνη (fiaccola e per estensione “splendente”) Eschilo nell’Agamennone, per denigrare l’Elena omerica, adotta una falsa etimologia la fa derivare da ἑλεῖν (infinito aoristo di αἱρέω) ovvero rovinare, espugnare. Un doppio omen, dunque? O un’ ingiustificata damnatio memoriae? Lo vedremo più avanti.
In occasione dei vent’anni del film-cult Troy le cui riprese terminarono nel dicembre 2004 prendo occasione da questo colossal epico-mitologico per affrontare una rilettura dell’Iliade incentrata su Elena che, sebbene compaia solo tre volte nell’Iliade, è uno dei personaggi più significativi, dal carattere complesso, che offre più chiavi di lettura.
A cominciare dal nome: Elena di Sparta è più appropriato del più diffuso Elena di Troia. Infatti, il re di Sparta Tindaro aveva nominato suo successore il marito Menelao ma solo a causa della dominante cultura patriarcale, o meglio maschilista. In realtà, era lei in quanto figlia adottiva di Tindaro, la vera erede. Quanto all’ appellativo “di Troia” è legato a un’immagine di donna fedifraga.
E qui veniamo al secondo punto: fuga o rapimento? Che fosse consenziente lo si capisce da molti passaggi ma Omero resta nel vago, aiutato anche dall’ambiguità della lingua greca.
Nel II Canto, i condottieri Achei parlano degli gli affanni e dei patimenti per Elena (Ἑλένης ὁρμήματά τε στοναχάς τε) e questo può voler dire per causa (colpa) di Elena oppure a vantaggio di lei, ovvero per riportarla a casa
Si può anche ipotizzare che Elena sia stata considerata “rapita” perché, per la mentalità dell’epoca, una donna era poco più di un oggetto di cui ci si impossessava. Questa interpretazione faceva comodo agli Achei per giustificare una guerra che aveva ovviamente altre motivazioni: l’egemonia nell’Egeo e il controllo delle importantissime vie di comunicazione con l’Oriente.
Nel III Canto gli anziani di Troia ammirano la bellezza di Elena ma si augurano che torni dagli Achei per mettere fine a tanti lutti. La donna, sentendo questi discorsi, piange e Priamo la consola dicendo che non deve sentirsi colpevole perché furono gli dèi a suscitare quella “guerra funesta”. Ma lei risponde che si consuma nel pianto per aver lasciato il suo sposo e la sua tenera figlia.
Elena, dunque, è nuora affettuosa, integrata nel ruolo di moglie di Paride ma ha anche nostalgia per la patria e del valoroso primo marito. Una dicotomia che si ripropone nel VI Canto quando rimprovera Paride per essere fuggito di fronte a Menelao. Prima si autoaccusa: “ Cognato mio -dice ad Ettore – […]sono una cagna funesta, lurida! Ma subito chiama in causa gli dèi e rivolge a Paride espressioni dure osservando che poiché i Numi vollero “che tanti mali […] seguissero” almeno avesse avuto un marito più valoroso (il confronto con Menelao balza agli occhi).
Manca ogni accenno di comprensione umana che è presente invece in Ettore il quale chiama il fratello “sciagurato” ma poi gli riconosce di essere valoroso, sebbene privo di mordente.
Un altro episodio rilevante è, infine, nel XXIV Canto quando, dopo la madre Ecuba e la moglie Andromaca la terza donna che pronuncia il lamento funebre di Ettore è, appunto, Elena. L’ammirazione per l’eroe si affianca alla denigrazione di Paride.
Ma nella letteratura della Grecia classica si affievolì l’intervento degli dèi che avrebbe forzato la volontà di Elena e la responsabilità ricadde tutta su di lei. Eschilo, prima la chiama “donna dai molti consorti” poi, come si è visto “gioca” con la falsa etimologia. E Aristofane ne Il Ciclope fa dire di lei : “tutti l’avrete posseduta, a turno: aver mariti a iosa è il gusto suo!”
Nelle Troiane di Euripide, Ecuba, condotta in schiavitù, esorta Menelao a uccidere Elena L’Atride risponde che lo farà quando arriverà a Sparta. Ecuba capisce che la perdonerà. Anche Andromaca, nella tragedia omonima parla dell’adultera Elena. della sua condotta dissoluta. E Peleo dice a Menelao : “ era meglio se la lasciavi là e davi un compenso ai Troiani perché se la tenessero”.
Ma poi c’è una nuova svolta… Stesicoro nella Palinodia asserisce che a Troia non era andata Elena ma un suo “doppio”, una sorta di fantasma, un εἴδωλον. Questa innovazione è ripresa da Euripide : la vera Elena era nascosta in Egitto dove, insidiata dal figlio di Proteo, aveva difenso la sua virtù fino a che Menelao non era arrivato a salvarla.
Euripide utilizza un artificio narrativo per salvare la rispettabilità della regina di Sparta? Oppure suggerisce, sottilmente, che la guerra fu combattuta per motivi ancora più futili, non per Elena ma per una sua semplice sosia. O viceversa, si vuole sottolineare che le vere motivazioni erano state occultate da una strategia di comunicazione che non si faceva scrupolo di ricorrere a un plateale falso. Un po’ come si è fatto tremila anni dopo parlando di inesistenti armi di distruzione di massa.
In ogni caso, questa ambiguità di fondo percorre tutta la letteratura, da Virgilio agli scrittori rinascimentali, a Marlowe, fino ai giorni nostri.
Ed è continuata anche nel cinema. Ne cito alcuni esempi tra i molti film in cui Elena compare . Ne La vita privata di Elena di Troia del 1927 vediamo la regina di Sparta (interpretata da Maria Corda) che, trascurata dal marito, cerca l’avventura con Paride. Menelao vorrebbe punirla ma si lascia sedurre di nuovo e lei lo tradirà con Ulisse.
Invece, nel colossal del 1956 con Rossana Podestà, si finge una schiava per sedurre Paride. Tuttavia non vorrebbe fuggire con lui che però la costringe. Alla fine tornerà a Sparta (da notare una giovanissima Brigitte Bardot nel ruolo di un’ancella).
Nella miniserie Helen of Troy – Il destino di un amore del 2003, i due si innamorano e fuggono a Troia. Da qui la guerra, la conquista della città. Agamennone cattura Elena
(Sienna Guillory) e la stupra. Ma viene ucciso da Clitemnestra.
Tornando all’Iliade è rilevante che la storia scritta dai vincitori sia emotivamente e psicologicamente dalla parte dei vinti. Ettore, pacato, ma indomito sa che il destino gli è avverso. Achille appare invincibile ma, qualunque cosa accada, non accetterà mai di sottomettere Troia al dominio degli Achei. Ettore archetipo di Francesco Ferrucci, del No pasaran diDolores Ibárruri, di Salvador Allende.
Gli Achei, invece, appaiono rissosi, mentitori, si segnalano per la ybris (ὕβρις). D’altronde, anche l’unico punto in cui sembrano difendere un diritto violato, il ratto di Elena, cela, in realtà una considerazione della donna come oggetto da possedere perché tutti sapevano che non era stata rapita ma aveva lasciato volontariamente Sparta.
E torniamo a Troy dove mi sembra che Diane Kruger interpreti assai bene il carattere complesso di Elena. Altera (sul cocchio con Paride) umile (quando incontra Priamo) passionale (con Paride a Sparta) e coraggiosa quando, in una delle scene più suggestive, vuole consegnarsi a Menelao e viene trattenuta da Ettore.
Forse il vero fascino di Elena è questo: di essere non un’asettica icona di bellezza ma una donna forte e fragile, tenera e audace.
Gabriele Parenti
PS Questo articolo anticipa una mia monografia sull’argomento che uscirà nel corso del 2025.
Gabriele Parenti

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