La strana e improvvisa scomparsa di Navalny ha inopinatamente una risonanza anche sull’Ucraina. Infatti Navalny e i suoi tanti sostenitori in Russia per ben due anni hanno anche rappresentato uno dei tre poli di opposizione alla guerra. Gli altri due sono il movimento delle madri e mogli dei soldati russi, organizzate in rete dissidente, e i cosiddetti patrioti russi guidato da un deputato russo in esilio che hanno fatto una guerra partigiana in Russia nelle zone di confine con l’Ucraina, combattendo di fatto in sinergia con l’esercito ucraino.
Proprio questa settimana questi resistenti di una positiva resistenza endorussa avevano promesso di vendicare le violenze dei bombardamenti russi su Kharkiv portando la lotta partigiana anti Putin fin nelle regioni più interne della Russia e quindi fino a Mosca.
Ieri il Premio Nobel russo per la pace, Dmitrij Muratov ha evidenziato che il caso Navalny è un delitto di Stato: emerge da questo scenario di repressione dunque che di fatto l’Ucraina rimane l’unico elemento di opposizione anti Putin all’interno del mondo russofono. Sempre ieri il campione storico russo di scacchi Garry Kasparov ha affermato che “il regime russo è criminale ma il suo rovesciamento avverrà solo con la vittoria della Ucraina sulla Russia. Anzi la vittoria dell’Ucraina sarebbe un passo verso la effettiva libertà della Russia secondo Kasparov
Queste parole giungevano mentre Marina Livtinenko, vedova di Alexander Livtinenko ha fatto ieri una riflessione pubblica logica e razionale oltre che ragionevole affermando che ”la vera resistenza è quella sulla linea del fronte fra Ucraina e Russia”. infatti l’Ucraina democratica, Natista cioè pro Nato e non certo Nazista, rappresenta oggi la concreta alternativa democratica alla dittatura di Putin e l’esempio di quello che dovrebbero e potrebbero essere Russia e Bielorussia nel futuro prossimo ; la Russia attuale oggi è postdemocratica da molti anni, come sottolinea il Cancelliere Tedesco Scholz, e da molti anni la Russia non è più una democrazia, certamente non lo è dal 1999, con l’avvento al potere di Putin, per colpa di uno storico errore di valutazione di Eltsin.
Ieri, nel giorno dell’ennesimo delitto di Stato, Juliya Navalny ha esortato la comunità internazionale a non lasciare impuniti i crimini del regime del Cremlino di Putin.
Dunque risulta evidente che una sconfitta dell’Ucraina o una futura pace basata sull’annessione definitiva dei territori presi militarmente dai russi o addirittura dell’intera Ucraina, si risolverebbe non solo nel trionfo della metodologia del terrore putiniano ma anche del revanscismo rashista russo basato sulla restaurazione post litteram dell’impero Sovietico e di quello Zarista, riuniti in un unico progetto di Nova Rossiija o di Grande Russia. Di fatto nella storia europea, dopo le tragiche invasioni barbariche di 1500 anni fa, susseguitesi fino ai Longobardi, e ai Normanni, soltanto i Napoleonici fra fine ‘700 e 1815, con il tentativo di Impero Europeo Francese, durato circa 15 anni e gli Hitleriani, con il tentativo di Terzo Reich Europeo tra il 1939 e il 1945, durato sei anni, hanno provato a riunificare con le armi l’Europa in un paese sovrano unico. Da oriente inoltre più volte i Turchi, a partire da Solimano il Magnifico, nel 1500 e fino al 1800, e in precedenza gli Arabi nel medioevo, con il Regno e Sultanato Ispanico di Granada e in Sicilia, hanno provato a creare un Califfato o Sultanato Europeo.
Oggi ancora oggi l’Europa, come al tempo della decadenza dell’Impero Romano e poi nel medioevo, e poi con le efferate violenze bonapartiste e naziste, rischia di essere attraversata da una nuova orda barbarica e tale è lo tsunami assurdo che si estende verso l’Europa costituito dal coacervo che è l’esercito russo in Ucraina, integrato da una orda composta da russi, kazaki, nepalesi, siriani, congolesi, cubani. mercenari della Sierra Leone, indiani, egiziani, coreani del nord, in un assurdo esercito mondiale del Male a sostegno della alleanza tra dittature tra Iran, Russia, Corea del Nord, Cina.
Nel frattempo come hanno ben evidenziato il Premio Nobel per la Pace russo Muratov e il campione di scacchi e ora dissidente russo Kasparov, per forze di cose, il confronto e la dissidenza in Russia si vanno radicalizzando, inevitabilmente.
Mentre oggi Putin ritiene di avere eliminato tutti i suoi oppositori li ha in realtà coalizzati contro il potere centrale russo, suo e dei suoi successori. Altrettanto radicalizzato, se non peggio, è la cerchia dei fedeli a Putin, con il Patriarca Russo Kirill che non solo benedice e incoraggia l’invasione in Ucraina ma accusa di Anticristianesimo l’intera Europa e perfino il Vaticano, pur di accaparrarsi la titolarità e i benefici di una eventuale vittoria russa. Come ben sintetizza Kasparov l’indecisione occidentale equivale a un via libera per Putin: “Putin non si fermerà, va fermato” , aggiunge Kasparov nel suo ricordo di Navalny scritto alla Conferenza internazionale Monaco di Baviera, nello stesso luogo dove l’indecisione dei leader europei Neville Chamberlin e Èduard Daladier, nella Conferenza di Monaco del 1938, offrì a Hitler il via libera per iniziare la Seconda Guerra Mondiale.
Nello stesso giorno della tragica fine di Navalny, il presidente ucraino Zelensky inoltre ha avuto le ennesime rassicurazioni dal Cancelliere Scholz e da Macron con cui ha firmato ulteriori accordi di collaborazione economica e militare, ma tutto questo, esattamente come nel 1938, non basta.
Giustamente si ricorda anche da parte dei dissidenti russi che mentre l’Europa evidenzia che il PIL Prodotto Interno Lordo europeo supera quello russo del 25%, contemporaneamente le munizioni russe sono al fronte in rapporto di 10 versus 2 rispetto a quelle degli ucraini e così avviene anche per il numero crescente dei militari russi (già ora 600.000 sul fronte ucraino a dire dello stesso Putin, dunque in numero sufficiente a occupare l’intera Ucraina). Il tutto mentre la Russia dispone di armamenti e munizioni per combattere almeno altri tre anni, e mentre in Ucraina il consigliere di Zelensky, Budanov ammonisce che “la tecnologia non può fare miracoli e che vince la guerra chi ha la logistica migliore”.A sua volta il nuovo capo delle forze armate ucraine Syrsky definisce “estremamente complessa”la situazione al fronte e gli stessi vertici militari ucraini riconoscono che “vince la guerra chi ha più munizioni”.
Intanto, a Mosca, le già farsesche elezioni russe del 15-17 marzo, ludi cartacei le definirebbe qualcuno che in Italia era maestro di dittatura un secolo fa, rischiano di tradursi in un plebiscito al tiranno. Gli stessi voti che al tempo dell’Unione Sovietici davano il 95 % di voti a Brezhnev un tempo a Mosca danno oggi il consenso dell’80 % preorganizzato, che confermerà Putin sino al 2030 e oltre.
Ma questa fase finale del Putinismo assomiglia molto, forse troppo, nietzschianamente, anche nella sua dimensione superuomistica, alla ultima fase del Piccolo Padre, cioè di Josip Stalin che a sua volta finì cancellato e sostituito nella damnatio memoriae, dai suoi successori, non democratici: Krusciov, Brezhnev.
La storia russa, che questa fase sembra riecheggiare oltre che Stalin l’epoca di Ivan il Terribile, come è noto, ha visto anche tanti complotti bizantini di palazzo, che hanno cambiato il corso della storia, e questi ben più che l’esito stesso del conflitto in Ucraina,potranno sia cambiare l’esito appunto della guerra che il domani della storia russa.
Ricordiamo al riguardo la leggenda nera, che di fatto è storia russa che ha visto, in sequenza, la tragica fine di Ivan IV il Terribile, di Fiodor II, del Falso Demetrio I (pseudo zar) e in epoca moderna di Paolo I, di Alessandro II, seguita dalla tragedia finale dello Zarismo, con la tragica fine di Nicola II.
Nell’Unione Sovietica rimase avvolta in circostanze tuttora misteriose la fine di Stalin, forse a sua volta avvelenato, di certo lo fu, col Mercurio, Ivan il Terribile che, ironia della sorte, ha subito un destino forse simile a quello dell’eroe della libertà russa Navalny, il suo esatto opposto.
Questa congerie di eventi e di tragedie, quasi Shakespeariane, disegna la complessità della storia russa, fatta di molti autocrati, dal primo Zar in poi e di rari momenti di democrazia, forse solo con le riforme di Krusciov, pur se autocrate Urss, e con la Glasnost e la Perestrojka di Gorbaciov, e infine con le contraddizioni della fragile e incerta democrazia al tempo di Eltsin, conclusasi, quasi come un interregno tra una forma di totalitarismo e l’altra, riconsegnando le redini della storia russa a Vlad il Terribile che tuttora guida il gioco del terrore a Mosca.
Proprio per questo la controversa e contrastata storia Ucraina, dal 1991 e sino a oggi, tanto più se si considerano le origini storiche comuni e condivise con la Russia, e perfino in una visione panslavista o di Grande Russia, rappresenta oggettivamente l’unico periodo e fase di democrazia, nella intera storia dell’area geopolitica russa e rischia di concludersi con una triste reintegrazione della libera Ucraina nella Russia autocratica putiniano o postputiniana, in un nuovo regime filorusso.
Anche per questo i destini di libertà di Ucraina e Russia sono strettamente connessi e possono migliorare soltanto con l’avvento definitivo della democrazia in Russia e con il vero ed effettivo proseguire della democrazia in Ucraina.
Leonardo Dini

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