
L’avvicinarsi delle elezioni europee accende il dibattito sul futuro dell’Europa. Recentemente sono stati presentati 3 documenti diversi, ma convergenti sulla necessità di rafforzare l’Unione, in quanto unico livello di governo in cui sia possibile rispondere alle grandi sfide contemporanee.
Dopo la Conferenza sul Futuro dell’Europa, il Parlamento Europeo aveva presentato formalmente due proposte di modifica dei Trattati, per superare la regola dell’unanimità tra i governi nazionali nel Consiglio, chiedendo di aprire una Convenzione di riforma dei Trattati in cui affrontare anche le altre proposte emerse dalla Conferenza. I governi nazionali hanno preso tempo, chiedendo al Parlamento di elaborare tutti gli emendamenti necessari all’attuazione di tali proposte, per poi decidere sulla convocazione della Convenzione. Speravano che il Parlamento non avrebbe trovato un accordo per una riforma organica dei Trattati, che invece è stata presentata dai relatori a settembre ed è stata votata dalla plenaria del Parlamento in novembre.
Recentemente, si sono scoperte varie cose importanti per il futuro dell’Europa, dal discorso sullo stato dell’Unione della presidente Ursula Von der Leyen, e dalla presentazione della proposta di riforma dei Trattati del Parlamento europeo. Resta da capire come si schiererà l’Italia.
La proposta del Parlamento mira a rafforzare competenze e poteri dell’Unione, in tutte quelle materie chieste dai cittadini nella Conferenza sul futuro dell’Europa. Abolisce l’unanimità in tutto il sistema decisionale dell’Unione, trasforma la Commissione in un Esecutivo europeo, prevede la creazione di una fiscalità e di debito pubblico europeo, di una politica sociale, di una politica sulle migrazioni, di una politica estera e di difesa, incluse forze armate europee sotto il comando dell’Esecutivo. Una proposta ambiziosa in termini di creazione di politiche e beni pubblici europei.
Pochi giorni dopo è uscito un rapporto di un gruppo di esperti incaricati da Francia e Germania, ma che non impegna tali governi. Riconosce la necessità di una maggiore integrazione e, prevedendo difficoltà nel realizzarla, propone un’integrazione differenziata sotto forma di un’Europa a centri concentrici. Il cerchio più integrato sarebbe un’UE rafforzata in direzione dell’unione politica ed economica, il secondo cerchio l’attuale UE, il terzo cerchio i partecipanti al mercato unico (come l’attuale Spazio Economico Europeo), e il quarto cerchio la Comunità Politica Europea.
Il presidente della Repubblica Ceca, Petr Pavel, ha affermato: “La campagna che precede le elezioni europee del prossimo giugno metterà alla prova le nostre democrazie”. Così ha messo in guardia contro il populismo e le conquiste politiche a breve.
A inizio ottobre è stato pubblicato un Manifesto promosso da alcune personalità europee che propongono “un federalismo graduale e pragmatico”, per realizzare una maggiore condivisione europea di sovranità volta a realizzare 7 raccomandazioni:
“1) una nuova politica industriale europea per rinnovare il “modello produttivo” della Ue;
2) una riforma del bilancio comunitario, incentrato sull’offerta di Beni pubblici europei anche finanziati da maggiori risorse proprie;
3) nuove regole fiscali centrali in grado di combinare crescita economica, sostenibilità dei debiti pubblici e convergenza fra stati membri;
4) una politica degli aiuti di stato che permetta di affrontare la sfida della competitività, salvaguardando l’integrità del mercato unico;
5) la costruzione di un’efficace unione dei mercati finanziari come base per destinare quote significative della ricchezza privata al sostegno di investimenti strategici e per emettere un’attività finanziaria europea “sicura”;
6) una politica dell’istruzione e della formazione per l’inclusione dei migranti nell’apparato produttivo della Ue;
7) una politica europea della sicurezza e della difesa che sia “robusta” rispetto a eventuali tendenze isolazioniste degli Stati Uniti”.
Si discute sull’urgenza, i tempi e le modalità dell’allargamento dell’UE verso i Paesi dei Balcani occidentali, Ucraina, Moldavia e in prospettiva Georgia. Una scadenza unica contrasterebbe con la valutazione dei progressi di ciascun Paese nel negoziato e nel recepimento delle normative UE. I costi in termini di fondi di coesione e per l’agricoltura spaventano molti. I problemi riguardo all’erosione dello stato di diritto in Ungheria e Polonia spingono molti alla prudenza, e a voler creare strumenti di monitoraggio e sanzione più rigidi ed efficaci di quelli attuali, che non hanno impedito tale erosione. I continui ricatti di Orbàn, sulle sanzioni alla Russia, come sul bilancio europeo o su ogni decisione che richieda l’unanimità, ricordano la necessità di superare l’unanimità se si vuole rendere i processi decisionali efficienti e democratici.
Sedici tra le principali associazioni italiane non-partitiche hanno siglato un impegno comune in vista delle prossime elezioni europee in programma dal 6 al 9 giugno 2024, da quanto si apprende da un comunicato stampa pubblicato sul sito della Gioventù Federalista Europea.
Tutte queste riflessioni convergono sulla necessità di riformare e rafforzare l’Unione, ma solo l’iniziativa del Parlamento può portare all’apertura di una Convenzione di riforma dei Trattati, e indica le riforme necessarie a realizzare le raccomandazioni del Manifesto, che pure invita a superare il tabù sulla riforma dei Trattati. È chiaro che gli Stati non disponibili ad approfondire l’integrazione potranno stare dentro il secondo, terzo o quarto cerchio, realizzando lo scenario del documento franco-tedesco. Il voto dei cittadini alle elezioni europee determinerà il grado di disponibilità ad una maggiore integrazione di ciascun Paese. Sarà questa la posta in gioco più importante delle elezioni europee. Questo spiega i viaggi iniziati dal Presidente del Parlamento Europeo in tutti gli Stati dell’Unione. Sono in gioco le decisioni economico-finanziarie dell’UE.
Da una prospettiva giuslavorista ed economica, Francesco e Vito Rotondi, intervistati recentemente dall’Agenzia stampa Dire, hanno affermato: “Emerge chiaramente la reciproca influenza tra il panorama politico e quello giuridico-economico in un modello empirico del ciclo economico politico. In pratica, si assiste ad una concretizzazione e attualizzazione del concetto della public choice applicato inversamente alla teoria politica. È una evidenza empirica che il diritto e l’economia, unitamente allo studio delle reali dinamiche sociali, sono fondamentali interpreti degli effetti di scelta e valenza politica dei fenomeni economici. Tuttavia, oggi nel dibattito politico, amplificato dai mezzi di comunicazione, il sensazionalismo spesso prevale sulla gestione pragmatica delle dinamiche giuridico-economiche e la conseguenza è che le decisioni politiche possono essere influenzate più dall’opinione pubblica che da una valutazione obiettiva delle condizioni economiche reali. In questo contesto, le elezioni europee diventano un fattore cruciale e le decisioni assunte nei mesi precedenti le elezioni possono avere un impatto significativo sull’andamento economico-finanziario”.
L’economista e il giurista richiamano le condizioni entro cui si muove oggi l’Unione europea, una realtà per cui la Commissione Ue prevede una crescita modesta nei prossimi anni, con l’inflazione che rimane una preoccupazione costante, e osservano: “La discussione su una decisione della Bce di abbassare i tassi prima che lo faccia la Fed indica una possibile strategia per stimolare il mercato già nel primo semestre del 2024, seppure la realtà dei dati economici puntuali mostri segnali di recessione, che richiedono attenzione, potrebbe risultare determinante lo stimolo all’economia nella discesa dei tassi anticipando la Fed. L’assenza potrebbe riservare, in alternativa, guai peggiori all’orizzonte”.
Ricordiamo che l’Eurozona, nei dati aggiornati, prevede crescita economica per l’area euro, al +0,6% nel 2023 (in diminuzione rispetto al +0,8% di tre mesi fa) e al +1,2% nel 2024 (in diminuzione rispetto al +1,3% di tre mesi fa) e per il 2025 l’espansione del Pil aggregato UE al +1,6%. I dati in area Euro della Commissione Europea vedono l’inflazione 2024 al +2,9%, contro la stima del +5,6% sul 2023 già confermata. L’inflazione 2025 dell’eurozona è prevista al +2,2%.
Secondo i due esperti: “A riprova dell’incrocio politica-diritto-economia, si consideri anche che le Raccomandazioni economiche della Commissione UE saranno probabilmente rinviate da marzo 2024 a giugno 2024, ben dopo cioè le elezioni UE di primavera e dopo il voto del rinnovo del Parlamento europeo previsto per il 9 giugno 2024”.
Allargando l’orizzonte, Francesco e Vito Rotondi pongono l’Europa in rapporto con il resto del mondo, per osservare che il sostanziale equilibrio dell’economia Usa rende il rilievo di una mancata crescita dell’Europa, poiché sarebbe da interpretare come una misura di minore ‘competitività intelligente’ sui mercati da parte degli operatori e delle infrastrutture, quali attori economici del continente europeo, con conseguente ulteriore perdita strutturale di quote di mercato rispetto a Usa e Asia.
Francesco e Vito Rotondi sono convinti che “La fiducia dell’economia e degli investitori della finanza dovrebbe essere un preliminare tema per le leadership sociali e politiche deputate ad affrontare la complessità delle scelte imposte dalla situazione economico-sociale dell’Unione. Il punto economico non appare esauribile promettendo la crescita a fronte della presupposta severità di un primo giudizio sulle manovre di bilancio dei singoli paesi e sul contenuto atteso delle raccomandazioni. A maggior ragione se da esse possa sortire la temuta procedura d’infrazione che imporrebbe una impopolare manovra correttiva ai governi, dei Paesi i cui parametri economici (esempio disavanzi eccessivi, avanzi primari, crescita, fiscalità) lavoro, economia, diritto, benessere, tecnologia, produttività, fiducia e cultura in ambito comunitario dovrebbero essere poli di confronto sensibili per economisti e giuristi. Un confronto sulla linea di pensiero, pari a quello da cui è sorto operativamente il reddito civile, tema di rilievo del moderno giuslavorismo, un parametro di risultato e strumento di effettualità per il cittadino da porre nel mosaico sociale e tecnologico di competenze capaci di misurarsi scientemente con le situazioni reali, attuali e prospettiche. Resta la consapevolezza del bisogno di investimenti per la tenuta di vantaggi competitivi, l’innesco di virtuose filiere economico-sociali-reddituali ad alto valore aggiunto, di piani industriali che coinvolgano e convincano attenti mercati dei capitali, di sistemi infrastrutturali (comprensivi di istruzione, Governi e Amministrazioni, imprese, Centri di ricerca e tecnologia) con progettualità per Risorse Umane talentuose, motivate da passione e coscienza, con competitivo ritorno economico, morale e di elevata umanità sociale. L’Europa deve poter condurre ad un equilibrio nuovo anche per meritare la fiducia della discesa dei tassi della banca centrale, considerano il giuslavorista e l’economista nella leadership di saper leggere i numeri non come una sentenza, bensì come una raccomandazione, significativa per evitare errori”.
Le scelte che il nostro Governo e l’Europa prenderanno nelle prossime settimane saranno oltremodo decisive per la vita delle persone e delle imprese, in particolare per quanto riguarda il nostro Paese: dalla legge di Bilancio alla ratifica del Mes da parte dell’Italia al nuovo Patto di stabilità europeo, che deve essere approvato entro la fine dell’anno altrimenti torneranno in vigore le vecchie regole.
Inizia così una riflessione sui prossimi passi economici del Governo da parte di Ubaldo Livolsi, professore di Corporate Finance e fondatore della Livolsi & Partners S.p.A., nel nuovo appuntamento con la sua rubrica con l’agenzia Dire, curata da Angelica Bianco: “Le agenzie di rating, da Fitch e a Moody’s, hanno colto bene il paradosso e l’ambivalenza dell’Italia. Il nostro Paese da un lato è positivamente caratterizzato da un’economia ampia, diversificata e ad alto valore aggiunto, dall’appartenenza all’Eurozona e dalla solidità delle sue istituzioni, dall’altra parte giocano contro il debito pubblico elevato, l’anno prossimo lo Stato dovrà attrarre compratori per titoli pubblici pari a circa 415 miliardi di euro, la politica fiscale poco rigorosa, un potenziale di crescita ridotto e un contesto di tassi passivi elevati. Circa il nuovo Patto di stabilità, la sintesi che i Paesi europei hanno trovato è buona nel metodo. I percorsi di risanamento del debito dovranno essere basati su un’analisi di sostenibilità dello stesso. L’obiettivo è di dare un equilibrio tale che il debito non esploda tra qualche anno in caso di choc finanziari come quelli che abbiamo sperimentato, dalla crisi finanziaria del 2008 alla pandemia del 2020 e alla crisi energetica del 2022. Se questa è la prospettiva, devono essere presi in considerazione fattori come le dinamiche produttive o l’invecchiamento della popolazione, cui sono connessi il peso futuro che avranno pensioni e sanità o la disponibilità di manodopera giovanile”.
Il prof. Livolsi spiega: “Il Governo italiano, concentrandosi sul debito, che è il suo tallone di Achille, rischia di trascurare il tema della crescita. Non è un caso che l’Fmi ha consigliato all’Esecutivo di Roma di anticipare l’aggiustamento di bilancio e di essere più ambizioso, nonché, letteralmente, ‘di pensare anche a riforme strutturali e favorevoli alla crescita che non sono previste nella legge di Bilancio’. Per quanto riguarda il nostro Paese, il Fondo monetario internazionale stima una crescita che resterà ancorata allo 0,7% sia quest’anno che il prossimo, mentre l’inflazione media dovrebbe scendere dal 6% del 2023 al 2,6% del 2024. La parola chiave è produttività, che si ottiene attraverso investimenti in tecnologia e innovazione, che richiedono finanziamenti dallo Stato e dall’Europa. Tuttavia, come ha ricordato Mario Draghi, a capo del Gruppo di lavoro incaricato da Bruxelles di stilare un rapporto sulla competitività perduta dell’Europa rispetto non solo agli Stati Uniti e al Giappone, ma anche alla Corea del Sud e alla Cina, questa sfida la si vince nel contesto di conclusioni comuni cui deve giungere l’Europa. Un’idea condivisibile: bisogna evitare che le economie europee siano in concorrenza tra loro. In questo senso, questa è ancora l’opinione dell’ex premier ed ex presidente della Bce, è una contraddizione che non ci siano un’Unione militare comune e che le industrie belliche degli Stati membri abbiano strategie separate e in contraddizione le une con le altre. Non solo, le risoluzioni che deve decidere l’Europa (e quindi l’Italia) vanno pensate considerando i cambiamenti in atto del mondo globalizzato. In Europa vige il divieto agli aiuti di Stato, una scelta teoricamente corretta perché una sana economia non può esistere se non sono tutelate le condizioni di libera concorrenza sul mercato. Tuttavia, tale approccio si scontra, per esempio, con la politica cinese che sta concedendo prestiti ai Paesi africani, i quali non saranno in grado di rimborsarli e quando saranno scaduti saranno costretti a ripagare il debito con loro risorse e le loro infrastrutture, dalle terre rare ai porti commerciali. Allo stesso modo non favorisce la libera concorrenza l’Inflation Reduction Act, la legge tramite la quale l’Amministrazione Biden sta distribuendo oltre 500 miliardi di dollari in sussidi per compensare le aziende Usa che non commercializzano in Cina e aiutarle nella transizione verde. Difficile per l’Europa rinunciare al principio di libera concorrenza? Una strada l’Europa l’ha già trovata. Il piano Next Generation Eu, di cui il Pnrr fa parte, ha consentito che per la prima volta gli investimenti pubblici potessero essere finanziati attraverso il debito comune tramite l’emanazione di eurobond. Questo potrebbe essere il benchmark. Grazie anche all’autorevolezza internazionale della premier Giorgia Meloni, è importante che il Governo italiano, in un momento di decisioni così complesse da prendere e di nuove dinamiche e trasformazioni macroeconomiche, sia un coraggioso protagonista di queste scelte, senza temere che rappresentino anche delle discontinuità con il passato e con la tradizione dell’Unione, perché si tratta di questioni che peseranno per i prossimi 15/20 anni. Provvedimenti concepiti con una visione di uno/due anni non possono che essere riduttivi e penalizzanti per i cittadini e le imprese italiane”.
Quanto riportato è sufficiente per comprendere il delicato clima in cui si svolgono le prossime elezioni europee. Una attenzione che non potrà sfuggire e per la quale nei prossimi giorni guarderemo le diverse posizioni politiche sullo scenario dell’Unione europea in vista delle elezioni del prossimo anno.
Salvatore Rondello
(da “Avanti Online”)

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