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“Stavolta faccio io!”, ovvero storia di un critico musicale che decide di farsi regista

The Lyric Puppet Show al Teatro La Goldonetta di Livorno. Servizio di Stefano Mecenate

di Stefano Mecenate | 13 Novembre 2023

In realtà il regista lo sto facendo da un pezzo anche se mi ostino a criticare le regie degli altri, specie quei deliri paranoici che ultimamente invadono i teatri italiani.

Fare regia mi è servito per imparare meglio ad analizzare il lavoro degli altri, per cogliere quegli aspetti di una “professione” che solo apparentemente sembra facile e che, in realtà, nasconde numerose insidie oltre a produrre uno stato di autocelebrazione pernicioso che rischia di far perdere le coordinate proiettandoti in quegli orribili spettacoli dove l’opera è “occasionalmente” presente mentre invade il palcoscenico il delirio di onnipotenza del regista.

Mi sono inizialmente misurato sulle opere di tradizione, assaggiando il piacere di “raccontare”, rispettosamente, ciò che da ascoltatore e da critico avevo sempre colto in quelle pagine al di là, o meglio a fianco, di ciò che esplicitamente raccontavano.

Scavare nella storia alla ricerca delle ragioni soggettive e oggettive che avevano dato vita a quell’opera, cercare di coglierne il messaggio che quella storia aveva per il compositore, analizzare il rapporto complesso e non sempre cordiale tra compositore e librettista e studiarne gli esiti alla luce del feedback che era stato ottenuto nel momento e nel proseguo, è stato un paziente lavoro preliminare ad ogni mia regia.

Appassionante, prezioso, indispensabile col senno di poi, lavoro propedeutico alla mia prova del fuoco che, a detta degli altri, non è andata poi male.

Ma un’altra suggestione ha attirato la mia curiosità: nonostante si dica che il melodramma sia morto poco dopo Puccini e che ad oggi il suo linguaggio sia lontano dai gusti dei giovani (tesi smentita dalle presenze più che significative di un pubblico di “Millennials e della generazione Z” nei teatri che abitualmente frequento per il mio lavoro), esistono moltissimi compositori giovani che scrivono opere liriche.

Non sono sempre conosciuti perché i teatri hanno molte riserve nel mettere in scena i loro lavori, e su questo potemmo aprire un dibattito infinito che credo, prima o poi, meriti farlo; questi compositori si misurano con uno strumento di comunicazione che nel passato ha conosciuto una grande e appassionata partecipazione popolare offrendo loro il racconto di vicende appassionanti e all’interno di queste, motivi di riflessione e di “educazione”.

Ma, in qualche modo, anche le opere contemporanee adempiono a questa funzione proponendo tematiche attuali anche se, talvolta, vestite di panni meno attuali.

Parlavo di suggestione e curiosità perché, a differenza del repertorio classico, queste ti mettono in diretto contatto con compositore e librettista, viventi, e ti obbligano, almeno moralmente, a confrontarti con loro per la messa in scena della loro opera.

A differenza dei Verdi, Rossini, Puccini che al massimo si possono “rivoltare nella tomba” di fronte ad eventuali scelte scriteriate, qui il confronto è concreto: loro con il loro prodotto scelto, pensato, realizzato, tu con l’idea che quel prodotto ha generato in te.

È bello, almeno per me, mettere a confronto ciò che l’autore ha voluto dire con ciò che il destinatario sente o comprende: talvolta non è così automatica l’equivalenza, talaltra il tuo apporto di fruitore di quell’opera può aprire scenari nuovi e stimolanti all’autore stesso.

Insomma, il mondo dell’opera contemporanea, quella inedita addirittura, mi ha affascinato e mi ci sono buttato con piacere conoscendo nuovi compositori e costruendo con loro il debutto della loro opera.

La proposta del teatro di Livorno che, fortunatamente, ha continuato il progetto “OPERA OGGI” dedicato proprio alle opere contemporanee, di fare la regia ad una delle opere in programma, mi ha trovato quindi disponibilissimo ed entusiasta anche perché si trattava di riprendere un’opera di cui mi ero occupato nel 2016 A Pisa, tra l’altro vincitrice del Concorso Internazionale di Composizione “Gabriella Gentili Mian”, THE LIRIC PUPPET SHOW, favola onirica in due atti ambientata nel mondo delle marionette.

Il libretto di Fabrizio Altieri, ingegnere eautore di successo libri per bambini e ragazzi pubblicati per Einaudi e nella popolare serie del ‘Battello a Vapore’ di Piemme, racconta vicenda di tre marionette (Orlando, Adelaide e Astolfo) impegnate in un teatrino itinerante a raccontare le storie che il burattinaio ha scelto per loro. A spettacolo concluso, riposte nel magazzino, si parlano commentando la giornata e disquisendo del più e del meno; solo Orlando, talvolta, sembra avere altri pensieri “Non so neanch’io cos’è / questa inquietudine / mi prende strisciando / non lascia la presa / del mio cuore che attende / e non sa cosa” dice agli amici che lo vedono ombroso e taciturno.

Ma un fatale incidente del burattinaio durante uno spettacolo (perde i fili con cui muove Orlando e la marionetta si accascia senza potersi muovere) mette un tarlo nella mente della già inquieta marionetta: dunque io esisto e penso e agisco solo per volontà del burattinaio? Sarei capace di fare tutto ciò in un altrove dove esistere senza fili?

Un altro evento “straordinario” sconvolge Orlando accrescendo la sua smania di capire: dal pubblico, una ragazza, Laura, si avvicina e gli rivolge parole che toccano il suo cuore “Orlando se il tuo legno / si tramutasse in carne / saprei ben consolare / l’atroce tuo tormento / di non poter toccare / il ben desiderato / che al tuo sincero amore / il destino ha strappato…”.

Scopre così che “Sono di legno e amo / cosa cambia nel cuore / se fuor non son di carne / ma dentro il petto freme / il desiderio e grida / di vivere la vita…”

Il “lieto fine” premierà Laura e Orlando che, novello Pinocchio, da marionetta diventerà umano e lascerà quel palcoscenico dove altri hanno sempre deciso per lui scegliendo la non facile strada del libero arbitrio.

Un testo interessante quello dell’Altieri che ho cercato, in questa seconda regia, di affrontare con maggiore profondità di quanto avevo già fatto a Pisa; tre o forse quattro personalità si incontrano e si confrontano in questa storia: il burattinaio, figura oscura e misteriosa che non compare mai nel libretto ma che invece ho deciso di portare in scena in quanto, a mio avviso, figura chiave della prima porte dell’opera. É lui che muove i fili di quelle marionette, è lui che ne decide le sorti, è lui che, cambiandone l’abito, li trasporta in luoghi e tempi diversi perché potessero trasmettere al pubblico ciò che lui vuole far sapere. Quanti “burattinai” ci sono nella nostra vita e non solo quelli a cui attribuiamo questo ruolo; lo sono, magari inconsapevoli o quasi, coloro che ci vogliono come loro desiderano, che ci attribuiscono pregi o difetti funzionali a farci apparire secondo i loro desiderata, coloro che, a fronte delle loro aspettative, forzano (o cercano di farlo) i nostri sogni e i nostri progetti di vita.

Le marionette, Astolfo e Adelaide in particolare, che recitano diligentemente la loro parte e si meravigliano dell’insofferenza di Orlando; per loro, anche quando arrivano a capire l’esigenza del compagno, scegliere di seguirne le scelte è difficile “Non ti puoi liberare / e anche se riuscissi / là non potresti stare / perché non è per noi…” dice Astolfo serenamente rassegnato a quello che crede essere (o forse per lui è davvero) il loro destino.

Ignavi, ovvero colpevoli d’indolenza o di viltà di fronte alle responsabilità del proprio stato o della vita? Può darsi, o forse semplicemente incapaci di fare i conti con ciò che può attenderli al di là delle rassicuranti prigioni di scelte fatti da altri per loro…

Poi c’è Orlando, un “ribelle” che, come scriveva Guareschi, “non mette il suo cervello all’ammasso”: pensa, esprime le sue idee, i suoi dubbi, lascia aperto uno spazio per scegliere opzioni diverse da quelle fino a quel momento conosciute.

“Ma se i fili che ci opprimono / si dissolvessero / e noi andassimo lontano / non troveremmo forse / un altro mondo vasto / dove essere liberi?” dice agli amici.

Essere liberi… Ma cosa significa davvero essere liberi e quanto siamo disposti a pagare per esserlo davvero? Liberi dalle schiavitù politiche ma anche dai ricatti psicologici, dalle trappole di una pubblicità invadente e ossessiva, liberi dai condizionamenti sociali e culturali, liberi da regole inique ma socialmente assunte come giuste… Gradi diversi di libertà ma che impegnano quotidianamente in una battaglia defatigante e logorante; non è per tutti, ci verrebbe da dire, non tutti abbiamo la stoffa di Orlando, la sua determinazione, il suo coraggio.

E infine Laura, l’amore innocente e gratuito, il sentimento che aiuta a liberarsi.

Laura, una ragazza apparentemente “senza fili”: ovviamente di lei il librettista non parla se non per ciò che attiene alla storia, ma a me è piaciuto pensare come quel fortuito incontro con Orlando, l’ascolto delle sue storie dolorose e tragiche che lo vedono ogni volta perdente ed eroe al contempo, l’abbiano aiutata a liberarsi da quei fili invisibili che la legavano ai condizionamenti di cui era, anche inconsapevolmente, prigioniera.

Un’altra cosa Laura (e ovviamente il librettista) ci dice: il valore “catartico” del teatro, luogo dove il falso racconta il vero; perché “Il teatro tutto può / Se sei triste ti rallegra / Ma può farti pianger se / la donzella in mare annega / Può svegliare il cuore tuo / Se l’amore non conosce / Quando dentro si fa il buio / La passione in cuor rinasce”.

Queste le idee di base della mia lettura; adesso si trattava di “metterle in scena” affidando ai cantanti il compito di interpretarle e trovando per loro ambientazioni adeguate.

Un altro confronto altrettanto necessario è stato quello con il compositore, Marco Simoni, classe 1972, socio della Società Italiana Musica Contemporanea e dell’associazione Cluster di Lucca, autore di musiche per vari ensemble, nonché musica lirica, musica per teatro, televisione, audiolibri. Collabora da anni con la RAI per la composizione di musiche televisive per Rai1, Rai2, RaiScuola e RaiEdu ed ha recentemente pubblicato, con la casa editrice dreamBOOK edizioni, il saggio NOTE DI PASSAGGIO – Osservazioni incidentali su alcune musiche del XX Secolo.

Con lui mi ero già confrontato nel 2016 proprio con quest’opera e successivamente con un altrettanto interessante produzione, MATRIOSKA, che aveva inaugurato il progetto Opera Oggi del Teatro Goldoni di Livorno. Comprenderci non è stato difficile: la lezione dei classici ci unisce, quella della musica contemporanea ci trova concordi sull’uso di linguaggi “moderni” ma non criptici.

La partitura di THE LYRIC PUPPET SHOW caratterizza bene i personaggi e la scelta di affidare a pianoforte e fisarmonica il compito di fungere da orchestra è funzionale ed efficace; i dialoghi scorrono veloci, le arie lasciano spazio alle emozioni e alle riflessioni. Un misurato uso del parlato segna alcuni punti nodali della storia senza interrompere il flusso magico della musica.

Il Teatro Goldoni

Ho immaginato questa storia all’interno di un teatrino (quello dello spettacolo ma anche quello della vita) ripartendo il palcoscenico in tre aree senza soluzione di continuità: anche i luoghi dove la storia si sviluppa, quelli reali e quelli della narrazione delle storie dei personaggi, costituiscono un unicum indivisibile. Del resto quelle marionette devono vivere agli ordini del burattinaio: è lui che decide se “chiuderli” nello spazio scenico delle storie che devono raccontare (il castello, il villaggio western), portarli nelle piazze a promuovere lo spettacolo o riporli in un magazzino, buttati là in attesa di essere nuovamente usati suo vantaggio.

E proprio nel magazzino che le marionette Astolfo, Adelaide e Orlando si parlano, è lì che Orlando comincia a sentirsi stretto in quelle conversazioni troppo convenzionali “Guardate il mio vestito / è stato comprato per pochi soldi / è sciupato e sgualcito / buono per farne stracci / Ho avuto in passato / vestiti d’oro e d’ argento / creati dalle sarte / per nobili d’Oriente…”.

In lui altri pensieri stanno maturando, pensieri che lo inquietano perché lontani da ciò che gli è sempre stato detto di essere e che i compagni non comprendono “Non so ordinare al cuore / di essere gioioso / lui fa quello che vuole / E ora soffre di un dolore sottile / come la preda dentro la ragnatela / che oscilla al vento e spera / di volare libera ma sempre più si avvinghia / in trappola”.

Si alternano così in questo spazio aperto i drammi recitati e quelli vissuti, le storie che il burattinaio vuole siano da essi raccontate e quelle che vivono al di fuori del copione. E in questo luogo “entra” Laura, curiosa, prima, compassionevole verso Orlando poi, fino a scoprire verso quella marionetta un sentimento più profondo: l’amore.

Un amore che giunge fino a Orlando aiutandolo in quella trasformazione che sente ormai indispensabile “Io voglio andare fuori / da questa messinscena!” griderà ad Adelaide durante una rappresentazione. Ma forse da solo teme di non farcela e, sempre nella stessa scena, invoca Laura di non lasciarlo solo “Laura io ti troverò / Io lo so che sei laggiù / tra il pubblico nel buio / dammi un segno, una voce / io ti raggiungerò / questi fili non possono / fermare la mia foga…”

E poco oltre “Laura portami via / fammi vedere il mare / dimostrami che non è follia / il nostro amore”.

E Laura arriverà per tagliare definitivamente quei fili che legano il burattino al suo burattinaio: un taglio definitivo che porterà Orlando nel mondo degli uomini, sconosciuto e per certi versi inquietante anche se la ragazza si offrirà di essergli sostegno.

E Astolfo e Adelaide? Dopo il primo momento di smarrimento “…Ma che fai? Dove credi di andare?”, guardano con affetto quel loro compagno che ha scelto per sé una vita diversa. Loro no, quei fili che pure percepiscono come una prigione “… noi siam costretti qui / i fili che ci muovono / sono anche prigione…” dice Adelaide, sono alla fine rassicuranti perché forse è più facile farsi guidare che scegliere.

In fondo quell’austero burattinaio garantisce loro una vita sicura e serena, sufficiente a non spingersi oltre verso un ignoto pieno di insidie.

Un cast entusiasta, collaborativo, pieno di verve e di voglia di condividere con noi questa avventura, non solo cantando, ha reso possibile il miracolo di trasformare parole e note in una, a mio avviso, bella produzione: un grazie sincero lo devo quindi a Maria Salvini, Adelaide, Alessia Battini, Laura, Ricardo Crampton, Orlando, Rocco Sharkey, Astolfo. Un grazie a Francesco Poggiali che si è inserito perfettamente, anche se a lavori iniziati, nel cast rivestendo il ruolo del Burattinaio e interpretandolo in modo efficacissimo. Preziosa la professionalità dei due musicisti, Anna Cognetta al piano e Roberto Beneventi alla fisarmonica, che hanno restituito per intero (aggiungendo la loro passione) l’anima della partitura.

Un grazie speciale a Luciano Oriundo che ha curato la scelta delle immagini e dei video che hanno animato lo spettacolo, regalandoci scorci suggestivi ed ambientazioni credibili.

Ringrazio Filippo Ascione per aver realizzato il video “Il sogno di Orlando” che ho ideato in questa occasione per dare continuità ai due atti dell’opera.

Un grazie affettuoso a tutto il personale che ha reso possibile la realizzazione di questa produzione: costumi, elementi scenici, luci, proiezioni, trucco, macchinisti e assistenti. Mai come in questa occasione mi sono reso conto che il “successo” (se così posso dire di questa produzione) derivi dal gioco di squadra che si crea tra tutti coloro che sono chiamati a lavorarci. Un’armonia fatta anche di confronti serrati ma finalizzati unicamente al risultato che è di tutti, nessuno escluso.

Stefano Mecenate

Un ultimo, doveroso, grazie a Mario Menicagli, direttore del Teatro Goldoni, e a Emanuele Gamba, direttore artistico. Aver accettato di riproporre il progetto OPERA OGGI che avevamo studiato insieme anche quest’anno ha, a mio avviso, un significato importante: non si è trattato di una iniziativa “una tantum” ma una scelta ponderata che apre davvero le porte all’opera contemporanea e ai compositori che, oggi, si confrontano con questo genere musicale. Una scelta coraggiosa ma, come avevo avuto modo di dire nella conferenza stampa della prima edizione, “necessaria per dare all’opera lirica la possibilità di continuare ad avere un ruolo attivo e propositivo attraverso nuove proposte”. È, a mio avviso, quel ponte indispensabile a traghettare la grande tradizione dell’opera del XVII – XX secolo verso il futuro, mostrando come possa essere ancora valido strumento per “parlare” al pubblico di ogni età.

Stefano Mecenate

Pubblicato in : Cultura ed eventiTag: anni, battaglia, conferenza stampa, conti, critico musicale, futuro, giovani, lavoro, livorno, lucca, mare, mondo, personaggi, pisa, puccini, rai, società italiana, soldi, soluzione, sostegno, teatri italiani

Info Stefano Mecenate

giornalista, critico musicale, editore, regista di opere liriche: ama conoscere e mettersi in gioco, ama le sfide e il lavoro di squadra.
Si occupa di comunicazione e marketing ma preferisce la cultura in tutte le sue espressioni e ad essa dedica tempo ed energie con entusiasmo e convinzione. Ha lavorato per quotidiani nazionali, emittenti radio televisive locali, riviste culturali; ha collaborato e collabora con Istituzioni pubbliche per la progettazione e l’organizzazione di eventi. Legge e ascolta musica non appena ha tempo, si riposa ogni tanto e non fuma.

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