
Robert Fico – considerato il Viktor Orbàn della Slovacchia – vince le elezioni e si appresta alla formazione di un governo di coalizione che potrebbe minare l’unità occidentale nel sostegno a Kiev. Smentendo i sondaggi, che alla vigilia del voto pronosticavano un testa a testa tra lo Smer di Fico e Slovacchia Progressista, del vicepresidente del Parlamento Ue, Michal Šimečka, in realtà con il 23% il primo ha staccato il secondo, fermo al 18%, di quasi 5 punti percentuali. Terzo, con il 15% il partito Hlas – vero ago della bilancia per la formazione del nuovo esecutivo – mentre solo altri quattro partiti sono riusciti a superare la soglia di sbarramento al 5%. Oggi Fico riceverà dalla presidente della Slovacchia, Zuzana Čaputová, l’incarico di cercare una maggioranza che supporti il governo. In caso di fallimento, il testimone passerà ai progressisti. Ma anche se non è detta l’ultima parola, la vittoria di Fico è comunque un campanello d’allarme: a Washington come a Bruxelles si teme che il ritorno dell’ex premier slovacco – costretto a dimettersi nel 2018 in seguito allo scandalo per l’omicidio del giornalista investigativo Jan Kuciak – possa allargare il coro degli scettici in seno al fronte anti-Mosca. Finora, d’altronde, lui non ha smorzato i toni da campagna elettorale e nel discorso della vittoria ha risfoderato la retorica contro Kiev: “La Slovacchia – ha detto – ha problemi più grandi dell’Ucraina di cui occuparsi”.

In cerca di alleati?
Con 42 seggi ottenuti Fico dovrà ora necessariamente stringere uno o più accordi di coalizione per raggiungere la maggioranza di 76 seggi su 150 necessaria a governare. Per questo in molti stanno indicando in queste ore nel partito Hlas di Peter di Pellegrini il vero ago della bilancia per la creazione del nuovo esecutivo. Con lui e con il Partito Nazionale Slovacco a bordo, Fico conquisterebbe una maggioranza di 79 seggi. Altra sorpresa delle urne è stata infatti l’incapacità del partito Republika di entrare in parlamento. Tutti i sondaggi prevedevano che la formazione, nata dal partito neofascista SNS, avrebbe superato facilmente la soglia di sbarramento del 5%, ma alla fine ha ottenuto solo il 4,75% dei voti. È la prima volta dal 2016 che nel parlamento slovacco non siederà nessun partito di aperta ispirazione fascista. Mentre le consultazioni procedono, comunque, non è detto che Pellegrni non si lasci tentare dai progressisti per la creazione di una coalizione europeista e filo-Ucraina, in cambio della promessa di ottenere l’incarico di primo ministro: in questo scenario, a Slovacchia progressista si unirebbero anche i cristiano-democratici e i liberali di SaS/Saska, raggiungendo quota 82 deputati.
Una crepa nel fronte occidentale?
Se anche Fico dovesse riuscire a formare un governo, commentano diversi osservatori, l’Europa avrebbe comunque argomenti convincenti per neutralizzare la sua retorica. In campagna elettorale, ad esempio, l’ex premier ha promesso agli slovacchi un ampio aumento della spesa pubblica, una promessa che non riuscirà a mantenere senza i 6 miliardi di euro del Recovery Plan previsti per il paese. Inoltre, le preoccupazioni per il fatto che la Slovacchia, con lui al governo, non invierebbe “neanche una munizione” all’Ucraina andrebbero fortemente ridimensionate. Bratislava ha già consegnato tutto ciò che aveva dal punto di vista militare, ed è in Europa tra gli ultimi paesi in termini di aiuti all’Ucraina, persino dietro alla neutrale Austria. Eppure, sarebbe un errore sminuire la portata politica della vittoria di Fico in Slovacchia, descritta come un successo del buonsenso dalla stampa russa e dagli ambienti vicini al Cremlino. “Il compito dell’Occidente ora non è perdere la Slovacchia e impegnarsi in modo costruttivo con Fico – osserva l’analista slovacco Milan Nič, del German Council on Foreign Relations – ma penso che Mosca stia celebrando quella che sarà vista come una crepa nel fronte dell’Europa orientale e il segno che l’Ungheria non è più sola”.
Solidarietà in stand-by?
La portata dell’esito elettorale in Slovacchia è tanto più significativa in quanto arriva in un momento in cui si moltiplicano i segnali di affaticamento dei confronti della guerra. Negli Stati Uniti lo shutdown evocato per settimane è stato evitato all’ultimo minuto grazie ad un compromesso tra repubblicani moderati e democratici, ottenuto stralciando dalla legge di bilancio i 6 miliardi di dollari di aiuti per l’Ucraina richiesti da Joe Biden. L’intesa ‘regala’ ai legislatori altri 45 giorni di tempo per trovare un accordo sul budget, mentre consente alle casse delle agenzie federali di continuare a ricevere fondi almeno fino a metà novembre. Il compromesso però arriva come una doccia fredda per europei e ucraini, al punto che per rassicurarli è dovuto intervenire il presidente americano in persona, garantendo che gli Stati Uniti “non si tireranno indietro” e non abbandoneranno Kiev. Il timore però è che la solidarietà si stia raffreddando e che il tempo contribuisca a logorare la compattezza degli alleati alle prese con gli effetti collaterali del conflitto. Anche per questo, contrastare cioè l’idea di un fronte occidentale stanco e diviso oggi nella capitale ucraina si è tenuta una riunione dei ministri degli Esteri dell’Ue convocata da Josep Borrell. L’Alto rappresentante per la Politica estera ha voluto sottolineare che si tratta del primo incontro in assoluto di tutti i 27 Stati membri al di fuori dell’Ue, dichiarando che “il futuro dell’Ucraina è all’interno dell’Unione europea”.
Il commento
Di Antonio Villafranca, direttore della Ricerca ISPI
“C’è un evidente fil rouge che lega la vittoria di Fico in Slovacchia al posticipo (senza aiuti a Kiev) dello shutdown negli USA: la crescente stanchezza sui costi del supporto all’Ucraina. Malgrado le rassicurazioni di Biden, i Repubblicani si spostano sempre più verso il “disimpegno” trumpiano, mentre l’Europa si scopre più disunita sul tema cruciale della guerra. Non è più il solito Orbàn ma anche – e paradossalmente – gli ex ‘falchi’ Slovacchia e Polonia. In gioco non sono solo i 24 miliardi di dollari all’Ucraina promessi da Biden o i 20 miliardi di euro proposti da Borrell ma soprattutto la credibilità dell’Occidente agli occhi del mondo”.
A cura della redazione di ISPI Online Publications

E questo che cosa vuol dire, signor Villafranca?
La Polonia continuerà a sostenere l’Ucraina perché sia Tusk che Duda, sono dalla parte di Kyiiv . Questo perché laPolonia sa benissimo di che razza sono fatti i Moscoviti.
Nemmeno gli USA né la Gran Bretagna, lasceranno sola l’Ucraina perché non dimenticano i crimini compiuti dai cosiddetti russi. Nemmeno dimenticanonche c’è un mandato di cattura internazionale su Putin.