Si tratta di una norma contenuta nel testo base per la riforma della cittadinanza, che consentirebbe ai minori figli di migranti di ottenere la cittadinanza italiana dopo aver frequentato almeno cinque anni di scuola. Dunque anche dai 3 ai 7 anni, secondo la richiesta del Parigino.
Da ius soli a ius scholae. O, meglio, viceversa. Una escamotage per iniziare il percorso dello ius soli, appunto. Si tratta per ora solamente di un passaggio preliminare, ma la commissione Affari costituzionali della Camera, ha adottato il testo base sulla riforma della cittadinanza, che la garantirebbe a chi ha frequentato le scuole italiane per almeno cinque anni. Un piccolo passo in avanti, come si diceva una escamotage, nel percorso legislativo per riconoscere la cittadinanza italiana ai minori figli di migranti, nati in Italia o arrivati prima di aver compiuto dodici anni.
Un tentativo, dunque di conciliare l’esigenza di riconoscere i nuovi italiani e di evitare le resistenze del centrodestra allo ius soli, che invece chiede o chiedeva di riconoscere automaticamente la cittadinanza a tutte le persone nate su territorio italiano. Non considerando le donne incinte che arriverebbero con i barconi , o altri mezzi, e partorirebbero in Italia rendendo automaticamente italiani i propri figli. Nulla di male, anzi comprensibile, se fossimo in grado di integrarli come si deve. Il problema non è dell’immigrazione ma della incapacità di integrare chi viene da fuori. E la colpa morì in culla, dato che nessuno se la prende. Si arriva dunque a “una scelta di fiducia non solo negli stranieri che vogliono integrare i loro figli, ma nel lavoro della comunità didattica, nella dedizione dei dirigenti scolastici e degli insegnanti che in classe costruiscono la nostra Repubblica e insegnano i valori della nostra Costituzione”. In base al testo, lo ius scholae “prevede che possa acquistare la cittadinanza il minore straniero nato in Italia o che vi ha fatto ingresso entro il compimento del dodicesimo anno di età” qualora “abbia risieduto legalmente e senza interruzioni” nel paese e “abbia frequentato nel territorio nazionale, per almeno 5 anni, uno o più cicli scolastici presso istituti appartenenti al sistema nazionale di istruzione. Tuttavia, l’adozione del testo base rappresenta solo un primo passo verso l’eventuale approvazione di una riforma della cittadinanza. Prima di arrivare a un voto da parte di Camera e Senato, il testo potrà subire ulteriori modifiche attraverso gli emendamenti e ricevere ulteriori ostruzioni in sede di discussione parlamentare.”
La proposta del leader dem avanzata durante il meeting di Rimini non è stata accolta di buon grado, sia dalla platea del meeting che dagli avversari politici. Eppure, in alcuni Paesi europei, la scuola materna obbligatoria è già realtà. Ma noi siamo distanti, per ora, dalle risorse occorrenti e che evidentemente altri paesi europei, hanno
La scuola materna obbligatoria, già a partire dai tre anni è, appunto la proposta avanzata da Letta, durante il meeting di Rimini, un’idea che la platea dei presenti ha accolto con fischi e disapprovazione. Il tema ha acceso il dibattito su uno dei punti chiave su cui si gioca la campagna elettorale in vista del voto del prossimo 25 settembre, con questa proposta che ha scatenato le reazioni degli avversari politici, ma anche da alcuni amici.
“Letta ha detto una cosa che non sta né in cielo né in terra”, esordisce Calenda. “un genio” Letta, per essersi fatto fischiare a Rimini. Dice Salvini.
Per l Sud, Carfagna sostiene che la proposta è “in perfetto stile sovietico”.
Scuola obbligatoria fino a 18 anni per ridurre le disuguaglianze.
Ma il parigino sa quel che dice?
Non è certo l’obbligo scolastico che le riduce.
Purtroppo molti a scuola non ci vanno neppure fino a 16anni e l’abbandono scolastico aumenta di anno in anno.
Comunque positivo a livello culturale.
Quanto all’obbligo della scuola materna da 3 anni, occorre fare anche i conti. Pare che i costi siano esorbitanti, e le risorse insufficienti.
0ltre alla sottrazione dell’educazione familiare che deve essere complementare. Qualsiasi collaboratore nel processo educativo deve avere l’assenso dei genitori.
Dunque libera scelta fino a 6 anni.
Sì alla scuola paritaria che può sostenere e colmare le carenze della pubblica.
Carla Ceretelli

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