162 anni fa, nella notte tra il 5 e il 6 maggio 1860, da Quarto, vicino Genova, al comando di Giuseppe Garibaldi, salpò alla volta della Sicilia la c.d. “spedizione dei mille”. A quell’impresa partecipò anche una donna, Jessie White Mario, giornalista e scrittrice inglese.
Ma chi era questa intrepida garibaldina che per il suo attivismo venne soprannominata dagli italiani “Miss Uragano”?
Nata il 9 maggio 1832 a Gosport, presso Portsmouth, in Inghilterra, da Thomas White e Jane Meriton, frequentò le scuole di Reading, Londra e Birmingham. Spostatasi, sempre per ragioni di studio, in Francia, dove seguì i corsi di Filosofia alla Sorbona di Parigi, nel 1854 accettò l’invito della ricca vedova inglese Emma Roberts, legata a Garibaldi, ad accompagnarla in Italia.
Conobbe così molti patrioti italiani e lo stesso Garibaldi ritornato a Nizza. Visitò anche Roma e Firenze per poi riprendere nel 1855 il viaggio per l’Inghilterra.
Iniziò ad occuparsi di medicina, studiando trattati e frequentando le corsie degli ospedali. Garibaldi le aveva, infatti, promesso di utilizzarla nelle sue imprese per la cura dei feriti. E al generale lei non aveva nascosto i suoi sentimenti di amore ed ammirazione, eleggendo l’Italia a propria patria.
A Londra, pur appoggiata da importanti medici, tentò invano di iscriversi alla Facoltà di Medicina. La Carta dell’Università non contemplava l’ammissione di una donna e, perciò, la giovane dovette accontentarsi di una formazione da autodidatta e di tipo infermieristico.
Nello stesso periodo frequentò i coniugi Ashurst, animatori della “Società degli Amici dell’Italia”, vicini a Giuseppe Mazzini.
Nel 1856 incontrò di nuovo Garibaldi durante un suo soggiorno a Londra e i due rinsaldarono i reciproci impegni patriottici. Poco dopo la donna conobbe Mazzini che accettò il suo aiuto per la causa italiana, portandola con sé in Italia, a Genova.
Ritornata a Londra, si diede da fare per raccogliere fondi, organizzando conferenze e prendendo contatto con gli ambienti inglesi sensibili alla lotta per l’indipendenza italiana. Mazzini, che aveva detto di lei “riuscirà a fare più di venti uomini messi insieme”, destinò i fondi raccolti alla spedizione di Carlo Pisacane del 1857.
Nonostante Garibaldi tentasse di dissuaderla, Jessie accettò l’invito a partecipare direttamente all’organizzazione dell’impresa. Ottenuto l’incarico di corrispondente del giornale inglese “Daily News”, raggiunse Mazzini a Genova dove conobbe il patriota veneziano Alberto Mario che ospitava nella propria abitazione proprio Giuseppe Mazzini.
Fallita l’impresa di Pisacane e le insurrezioni mazziniane, mentre Mazzini riuscì a fuggire in Inghilterra, molti cospiratori finirono nelle mani della polizia. Fra questi Jessie White e Alberto Mario, rinchiusi nel carcere di S. Adrea. Dopo due mesi l’uomo venne rilasciato. La donna vi restò, invece, altri due mesi a causa del mancato aiuto dell’ambasciatore britannico. L’unica consolazione furono le lettere che scambiò con Alberto Mario attraverso cui la loro amicizia si trasformò presto in amore.
Lasciato il carcere il 14 novembre 1857, dopo un breve soggiorno a Ginevra, ritornò in Inghilterra insieme al giovane veneziano che sposò con rito civile il 19 dicembre di quello stesso anno. Nel 1858, accordandosi con lo stesso Mazzini, partirono per New York con l’obiettivo di raccogliere fondi per la causa italiana. Le conferenze di Jessie White Mario erano molto seguite dagli americani anche se l’opinione pubblica statunitense, più pragmatica, riteneva il progetto mazziniano superato, ponendo maggiore fiducia in una iniziativa di Casa Savoia.
Fu in questo periodo che Jessie, stimolata anche dalle idee federaliste del marito, incominciò a nutrire qualche dubbio sul possibile successo mazziniano, pur ritenendo egoistico l’interesse dei monarchi piemontesi.
Nel 1859, alla notizia della guerra intrapresa da Napoleone III contro l’Austria, i coniugi Mario decisero di ritornare in Italia. Raggiunsero il suolo patrio quando ormai l’armistizio di Villafranca aveva distrutto ogni speranza di tutti i sinceri patrioti.
Dopo essere stati arrestati a Ferrara e Bologna, i due giovani si rifugiarono in Svizzera dove Alberto Mario frequentò Carlo Cattaneo di cui condivideva le idee.
Nel maggio del 1860, saputo della spedizione dei Mille, Jessie lasciò Lugano per Genova e il 10 giugno si imbarcò, con destinazione Palermo, sulla nave “Washington”, insieme a volontari italiani e stranieri e personale sanitario a supporto dell’impresa di Garibaldi.
E proprio quest’ultimo, alla presenza della donna, mantenne tutte le sue promesse, affidandole il compito dell’assistenza dei feriti. In questo ruolo, mentre il marito prendeva parte ai combattimenti, la giovane profuse tutte le sue energie sui diversi campi di battaglia e, anche dopo l’ingresso trionfale garibaldino a Napoli del 4 settembre 1860, continuò ad occuparsi della direzione degli ospedali da campo.
A soli 29 anni si era già conquistata la fiducia di coloro che avevano combattuto per l’unità d’Italia. Continuò a servire la causa italiana ogniqualvolta Garibaldi la chiamasse e, dopo lo scontro in Aspromonte del 29 agosto 1862, fu lei a curare il generale ferito, prigioniero nella fortezza del Varignano, assistendo il medico nell’estrazione della pallottola.
Nel 1864 preparò il viaggio trionfale dell’eroe italiano in Inghilterra. Trasferitasi, con il marito, a Firenze continuò a tenere contatti con il mondo repubblicano e mazziniano.
Seguì le truppe garibaldine nella campagna militare del 1866 in Trentino e, l’anno dopo, partecipò all’impresa romana. Fu lei a recuperare il corpo di Enrico Cairoli ucciso a Villa Glori e venne anche fatta prigioniera dai francesi. Nel 1870 fu ancora con Garibaldi in Francia, dopo la proclamazione della Repubblica, nella guerra contro i prussiani.
Ritornata in Italia, si dedicò al suo lavoro di giornalista e scrittrice, come corrispondente del “Morning Star” e del giornale “Nacìon” di Buenos Aires. Nonostante venisse colpita da una paralisi delle tre dita della mano destra, continuò a dedicarsi agli studi e al giornalismo, scrivendo anche sulla “Nuova Antologia”.
Nel 1877, a Firenze, la casa editrice Le Monnier pubblicò il suo libro “La miseria di Napoli”, un reportage impietoso sulle condizioni della città. Ritenuta da Carducci l’unica scrittrice sociale d’Italia, si occupò anche della salute dei minatori nelle solfatare siciliane, denunciando l’uso indiscriminato del lavoro minorile.
Negli stessi giorni della morte di Garibaldi, avvenuta a Caprera il 2 giugno 1882, uscì a Milano, edita da Treves, la sua biografia dedicata al generale che ebbe grande successo ed un seguito, dieci anni dopo, con “Garibaldi e i suoi tempi”, sempre con la stessa casa editrice.
Intanto, il 2 giugno 1883, un anno esatto dalla morte di Garibaldi, era deceduto anche Alberto Mario. In ristrettezze economiche, si dedicò all’insegnamento della Letteratura Inglese.
Mentre stava scrivendo la storia dell’unificazione italiana, morì a Firenze il 5 marzo 1906, all’età di 74 anni. Le sue ceneri vennero portate a Lendinara dove riposavano i resti del marito. Due anni dopo a Londra, per i tipi della Fisher Unwin, uscì postumo il suo ultimo lavoro con il titolo di “The Birth of Modern Italy: posthumous papers”.
Michele Strazza

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