Il cellulare squilla mentre sto indossando l’orologio da polso ma accidentalmente si rompe. ” pronto amore, come stai? “. Iryna mi racconta, mi spiega il viaggio avventuroso da Kyiv ad un paese vicino a Ivano-Frankivs’k, non distante da Leopoli che è vicino al confine con la Polonia. Erano partiti venerdì mattina, tutti quanti compreso gatto e consuocera. Sergej era riuscito a trovare la benzina in città. Vishneve periferia della capitale, era attraversata da fumi di guerra e relitti di missili piovuti dalla Bielorussia che avevano colpito i palazzi o che intercettati, erano esplosi in cielo. I cumuli di macerie erano più distanti da casa, ma la notte non si dormiva più per le esplosioni. Gli elicotteri russi giacevano distrutti a pochi chilometri più a sud, mentre le strade che portavano in centro Kyiv, erano deserte. Kharkiv, sul confine con la Russia, non esiste più, un tempo fu capitale quando nacque la prima repubblica di Skoropadskij nel 1917 e sede di importanti università. Il logico pensiero era quello di mettere la famiglia al sicuro prima che fosse impossibile. L’auto, abbastanza grande per cinque persone, aveva lasciato casa al momento giusto. Ma il viaggio era stato lento: appena cinquanta chilometri in tre ore. Le colonne di auto in uscita, parevano infinite. Solo un uomo poteva portare in salvo la famiglia e Serghej conosceva le strade per arrivare. Gli aerei russi sparano sulla popolazione. Le auto prendono fuoco e le strade bruciano. Così mia moglie mi raccontava l’avventura vedendo davanti a sé colpire i bersagli mobili di lente tortuose colonne di mezzi civili. Anche le strade sterrate, ghiacciate e malmesse, portavano alla meta: bisognava scansare le vie principali verso nord ovest. Tutto era desolazione almeno fino a Khmel’nyts’kyy, città intitolato al più celebre Atamano cosacco dello Zaporozhye che aveva costruito il primo stato ucraino dopo secoli d’oblio sulla riva sinistra del Dnepr, ma che a Pereyaslav nel 1656 aveva firmato un accordo di alleanza con i tartari e ugro-finnici di Moscovia. Il discusso documento non è mai stato trovato, rimase però, l’ambigua alleanza che portò per secoli conseguenze pesanti per gli Ucraini. Giunti in città, mia moglie e i suoi, dovettero sostare in un asilo su materassi messi a disposizione. Di cibo e vesti erano ben forniti, ma internet era interrotto e solo dopo le quindici di sabato ho potuto ricevere un breve messaggio. Oltre la città e ripreso il viaggio, gli scheletri di auto distrutte si facevano più rare e le esplosioni di bombe non scuotevano più i nervi dei viaggiatori. Le città di Sumy, Micolaiev, Cherson, Mariupol erano state colpite duramente giù a sud. Freddo e neve li avevano accompagnati fino alla casa di amici ed erano arrivati alla meta. Kyiv, lontana resiste e resiste, e il confine con la Polonia aperto alle centinaia di famiglie inermi, era un punto da non oltrepassare. La nuova cittadina vicino a Ivano-Frankivs’k permetteva il giusto e sicuro riposo almeno per ora. Ma l’intenzione era ed è di non venire in Italia. Iryna aveva provato, mi ha detto, a convincere figlia e nipote. Nulla: chi abbandona la patria è un traditore, si era sentita rispondere. Domani mattina sarà il giorno più difficile: Serghej tornerà in treno a Kyiv per combattere, il distacco non sarà facile, e le ragazze si organizzeranno per preparare i mezzi di sussistenza, soccorso e logistica per i combattenti. Silenzio, non vado oltre. Capisco il momento. Parliamo prima di salutarci delle piccole cose di quaggiù, altro non sappiamo dire. Iryna è stanca, io perplesso e amareggiato. Devo andare: il mio orologio si è rotto. Anzi, no. Si è rotto solo il cinturino.A ben pensare, l’orologio funziona. il Tempo scorre, e non in favore del nemico.
Enrico Martelloni

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