Un abbraccio alla famiglia, alle famiglie di tutte le vittime di infortuni.
Un ragazzo che sogna di lavorare in un tempo nel quale purtroppo il lavoro sembra diventato un sogno per i giovani. Quasi un’ utopia.
Il lavoro nobilita l’uomo. Ma la sicurezza è primaria e indispensabile.
Ricordo la scomparsa simbolo della piccola Luana. “Vedo troppe tragedie, non è cambiato niente”. Dice la mamma.
E di tanti altri. Troppi. Dopo lotte sindacali spesso assurde e insignificanti. Eppure sono proprio i sindacati che si alterano. E ora urlano la propria rabbia, mentre assistono allo sfruttamento di tanti, immigrati e italiani che lavorano troppo spesso senza idonea sicurezza per tre spiccioli.
Ma qui si parla di vita e di morte. Si entra in un’altra dimensione. Non passa giorno senza che la cronaca denunci qualcuno che viene inghiottito da una morte senza senso. Non per un incidente, che fa parte della vita, ma per leggerezza di qualcuno, per usare un eufemismo.
Le vittime sul lavoro non sono dati statistici, ma esseri umani che avrebbero potuto evitare la morte. Solo con le dovute accortezze. Da parte di tutti.
Una media di tre lavoratori al giorno non fa ritorno a casa.
Non si può morire di lavoro in modo assurdo e le istituzioni se ne devono occupare tralasciando diatribe inconcludenti e scendendo dal loro empireo dorato. Calando sulla terra dove si svolgono le attività reali dei cittadini. Ininterrottamente devono essere spronate salvaguardando quello che è possibile. Emanando poche regole anziché dettami infiniti, leggi inique, norme ingarbugliate alposto di normative chiare e semplici che possano essere facilmente osservate e controllabili da chi ne ha facoltà..
Stiamo vivendo una realtà caotica. Non è tanto essenziale, ancorché importante, ricercare colpe ma soluzioni, chiedendole a chi governa, dal centro alla periferia. Per evitare queste tragedie inaccettabili non sempre causate dalla fatalità. Ovviamente anche il lavoratore deve porre in essere una condotta ineccepibile, osservando tutte le norme di sicurezza.
Come diceva Occam col suo rasoio.”Le entità non dovrebbero essere moltiplicate oltre il necessario”
“Ci chiediamo perchè. Sappiamo che non è giusto, che non se lo meritava. Ma se ci pensiamo bene…chi merita di morire? La verità è che abbiamo dentro una grande sete di eternità”. Don Marco, nella chiesa di San Giorgio a Casatenovo (Lecco) ha provato a trovare un senso.
Un ricordo di un altro diciottenne, Andrea Masi.
Milano, 10 settembre 2020 – Morire sul lavoro a 18 anni, al primo giorno di contratto. Nella civile metropoli lombarda è successo anche questo e non è detto che sia solo casualità. Andrea Masi, giovanissimo operaio che aveva appena finito gli studi, trovò una morte orribile due anni fa mentre lavorava su un impianto di fibre ottiche nel parcheggio sotterraneo di un centro commerciale al Portello. Una tragedia insopportabile per la famiglia del ragazzo, distrutta dal dolore. E il paradosso di un’assicurazione sugli infortuni che forse c’era e forse non c’era. E che comunque, almeno finora, non ha versato un euro di risarcimento.”
Anche se un risarcimento adeguato, in questi casi, non esiste.
“La morte di un ragazzo di 18 anni durante una esperienza di stage provoca profondo dolore. Incidenti come questo sono inaccettabili, come inaccettabile è ogni morte sul lavoro. Il tirocinio deve essere una esperienza di vita. Esprimo il mio più profondo cordoglio e la vicinanza alla famiglia. Dobbiamo mettere tutto il nostro impegno, come istituzioni, a lavorare con più forza perché episodi come questo non si ripetano più”. Così il ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi.
Carla Ceretelli

Lascia un commento