Se si vede il compassato Mario Draghi che un bel giorno chiude anzitempo, spazientito, il tavolo con i Sindacati, avverti che c’è qualcosa che non va.
Viene il sospetto che anziché il tempo della resilienza, una parola bella ed ambigua che è persino nell’intestazione del Pnrr, stia affacciandosi il ritorno di un vecchio vizio della politica e della burocrazia, la resistenza passiva. Quella che non ti dice di no, finge di accettare il cambiamento, ma in realtà ti indirizza alla palude del non fare, del rinvio. Esattamente il contrario del patto soldi contro riforme che sta alla base del Recovery europeo.
E’ da mesi che vediamo il silente braccio di ferro tra un marziano, Mario Draghi, messo a capo – per forza maggiore – di una coalizione politica molto terrestre, divisa e sospettosa, che si è arresa solo quando non è riuscita l’ultima acrobazia, alla Ciampolillo, l’invenzione di un surreale Conte 3.
Una maggioranza che peraltro ha pur sempre in mano, come giusto in democrazia, il rubinetto dell’ossigeno del Governo, con, ogni partito col suo stile, la voglia di tornare all’antico, passare addirittura alla resistenza attiva e magari – sempre elogiandolo e blandendolo – disfarsi del Marziano in due modi: o promuovendolo al Colle o umiliandolo nel segreto dell’urna. Purchè si tolga di torno.
In questo primo semestre a Chigi, Draghi se l’è cavata da politico puro, facendo balenare il bastone e offrendo la carota di un incontro periodico con i suoi sostenitori-avversari. E’ riuscito a fargli digerire di tutto ed è così che alcune tigri sono spesso diventate gattini, sia pur facendo perdere molto tempo che sarebbe stato meglio dedicare ai 52 adempimenti che il piano europeo esige siano definiti entro il 31 dicembre. Fortuna vuole che nessun partito osi per il momento soffiare venti di crisi, perché sarebbe sommerso di fischi chi osasse interrompere un ciclo fatto di vaccinazioni sopra l’86%, e di ripresa economica che se arriva al 6,1% e recupera nel 22 un altro 4,1%, azzera e supera la caduta dell’anno orribile 2020. E per fortuna c’è il terrore delle elezioni, che, come si è visto tre settimane fa, spazzerebbe via un partito oggi maggioritario e un bel po’ di tenori da operetta che si esibiscono ogni sera in TV.
Per questo, la resistenza è solo passiva, ma qualche guaio concreto lo sta facendo, perché il Pnrr è innanzitutto un cronoprogramma.
Solo i più semplici tra i compiti assegnati all’Italia dal Recovery sono stati per ora impostati. La legge sulla concorrenza doveva essere approvata il 31 luglio e ancora non c’è. La riforma fiscale fu rallentata dai capricci di Bonafede sulla prescrizione sempre a luglio, e per ora non ha un punto di caduta chiaro, la riforma del lavoro doveva maturare nei 18 mesi di blocco dei licenziamenti, ma sta arrivando l’ultima data (senza gli sfracelli sociali immaginati, anzi con l’occupazione in ripresa), e c’è solo una bozza di accordo Stato-Regioni, con pochi soldi maldistribuiti.
In Europa, di Draghi si fidano e, per ora, con la Germania senza governo e la Francia sotto elezioni, non si levano critiche, ma l’Alitalia/ITA è sul filo di un processo per aiuti di stato, Il Monte dei Paschi non si privatizza più e scade a breve l’impegno di rendere conto dei miliardi versati dallo Stato.
Sembra soprattutto che non ci renda conto che i soldi europei non sono scontati, ma condizionati a riforme precise, tutte politicamente complicate. Ci sarebbero da sgombrare le macerie gialloverdi lasciate con le spensierate fughe dalla realtà del reddito di cittadinanza e quota 100 (20 miliardi di debiti immediati) e invece si tratta per tenerli in vita. Senti parlare i partiti come se la legge di bilancio dovesse essere un bancomat dei desideri, in una curiosa rivalità con i sindacati, che però fanno un mestiere diverso: pensioni anticipate, salari più alti, tasse da cancellare, sussidi a gogò, bonus infiniti, lavoro sul divano. La solita Italia dei diritti senza doveri, che pensa che lo Stato possa solo dare. Quella che parla tanto dei giovani e poi li riempie di debiti.
Beppe Facchetti

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