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La semina dell’odio

Sotto accusa è il linguaggio dei social. Ma bisogna anche chiedersi se la semina dell’odio venga esercitata soltanto attraverso i social media o se viceversa essi siano l’aspetto più visibile e clamoroso di una degenerazione del linguaggio politico.

di Valentino Baldacci | 7 Febbraio 2021

È molto diffusa la critica al linguaggio usato da una buona parte degli utenti dei social media. È un linguaggio irresponsabile – questa è l’accusa – che molto spesso incita all’odio senza che sia possibile esercitare su questi mezzi un controllo adeguato, senza che gli autori di veri e propri reati possano essere chiamati a rispondere delle loro azioni. Si tratta di una critica ben fondata anche se finora non si è trovato il modo di far corrispondere all’ampia libertà che i social media offrono un adeguato uso del principio di responsabilità.
Ma bisogna anche chiedersi se questa vera e propria semina dell’odio venga esercitata soltanto attraverso i social media o se viceversa essi siano l’aspetto più visibile e clamoroso di una degenerazione del linguaggio politico che coinvolge anche attori che, al contrario dei “leoni da tastiera”, godono di un preciso status professionale e sono facilmente identificabili.
Il primo fenomeno che salta all’occhio è costituito dai cosiddetti talk-show. È un fenomeno che ha avuto in Italia una diffusione sconosciuta ad altri Paesi europei. Chiunque segua un dibattito politico su una qualsiasi televisione europea non può non essere colpito dalla diversità di linguaggio usato anche quando lo scontro politico è particolarmente aspro. La ragione è trasparente ed è resa visibile nel termine stesso che viene usato. Se l’essenza stessa di questo genere di trasmissioni è lo spettacolo e se questa spettacolarizzazione deve essere raggiunta esclusivamente con le parole (non con la musica, con la danza o con gli altri mezzi abitualmente usati negli spettacoli televisivi) allora è inevitabile che le parole debbano caricarsi di un peso che va al di là del loro significato. Questo peso aggiuntivo è costituito non solo dall’uso di termini dove il superlativo, anziché essere una modalità di espressione eccezionale, diventa la regola. L’insulto – che dovrebbe essere anch’esso una modalità di espressione eccezionale – diventa, nei talk show, una forma linguistica accettata e, si può dire, prevista. È così che la macchina dell’odio si mette in moto e una volta attivata vive di vita propria.
La situazione nel mondo della carta stampata sembra andare meglio, non fosse altro perché la parola scritta lascia una traccia più visibile e induce a una maggiore cautela. Tuttavia anche in questo campo non manca la semina dell’odio. Per esempio, un quotidiano sembra essersi altamente specializzato in un’organizzazione dell’insulto particolarmente raffinata (si fa per dire) che consiste, senza mai entrare nel merito, nell’alludere alla persona (al politico) fatto oggetto delle proprie attenzioni senza nemmeno farne il nome. Ciò perché questo quotidiano ha così abituato i propri lettori a un riflesso condizionato che basta l’allusione, non è nemmeno necessario nominare l’oggetto dell’attacco. Sono tecniche non nuovissime, erano già state sperimentate dai regimi totalitari del ‘900. Fa comunque un certo effetto ritrovare in un quotidiano del nostro tempo gli stilemi tipici del “Völkischer Beobachter”. D’altra parte la cosa non può stupire più che tanto: per secoli l’odio si è esercitato soprattutto contro gli eretici e gli ebrei, non è quindi un caso che a questi modelli si attinga per l’esercizio dell’insulto contemporaneo.

Valentino Baldacci

Pubblicato in : Primo pianoTag: autori, diversità, espressione, italia, merito, mondo, paesi europei, sconosciuta

Info Valentino Baldacci

Valentino Baldacci ha insegnato nella Facoltà di Scienze Politiche “Cesare Alfieri” dell’Università di Firenze. È autore di numerose pubblicazioni, fra le quali: Liberalismo e liberismo, liberalismo e borghesia nel pensiero di Piero Gobetti (1963); Estremismo e catastrofismo in Franco Rodano (1964); Il calcio come ideologia (1970, con Gerhard Vinnai); Pinocchio e la sua immagine (1981, con Andrea Rauch); L’”Encyclopédie” nella Toscana del ‘700: successi e fallimenti di progetti editoriali (1985); II 18 aprile 1948: la campagna di Toscana (1988); Filippo Stecchi. Un editore fiorentino del Settecento fra riformismo e rivoluzione (1989); II lampione e la lanterna: una chiacchiera sulla satira politica nella Toscana del Risorgimento (1993); La satira politica nella Toscana del Risorgimento – Periodici 1848/1860 (1993); Pietro Leopoldo, un grande riformatore (2000); Il sistema dei beni culturali in Italia – Valorizzazione, progettazione e comunicazione culturale (2004); Gli itinerari culturali – Progettazione e comunicazione (2006); Guadagnarsi il pane. Luoghi e tempi del lavoro in Toscana tra ‘800 e ‘900 (2008, con Zeffiro Ciuffoletti); La Toscana nell’età del Risorgimento (2010 – con Cosimo Ceccuti); Ernesto Nathan, Paolo Orano e l’antisemitismo in Italia (2012); Giovanni Spadolini: la questione ebraica e lo Stato d’Israele. Una lunga coerenza (2013); Tre diverse concezioni del patrimonio culturale (2014).

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