Paolo Mieli appartiene alla categoria dei non criticabili. La sua autorevolezza, il suo curriculum sono al di sopra di qualunque rilievo, e non è assolutamente il caso di usare con lui toni polemici. Rischi di farti dire “ma come ti permetti?”, non tanto da lui stesso, che non scende a questi livelli, ma dalla comunità di quelli che lo hanno tacitamente eletto alla carica di Venerato Maestro.
Il suo tono cardinalizio, la sua cultura da ex allievo di De Felice, non ammettono dialoghi alla pari. Ci appelliamo pertanto alla clemenza della Corte dei tanti estimatori e dei conduttori che lo considerano una chicca dei loro talk show. Ma qualche rilievo ci permettiamo di farlo, confidando nella benevolenza dello stesso Mieli che, quando scrive libri, ha una forte predilezione per una lettura controcorrente dei fatti.
Diciamo allora che ultimamente l’ex direttore sta un po’ esagerando, e accade quasi sempre quando non riesce a resistere alla tentazione di insegnare ai politici quello che debbono fare. E’ un vizio di molti notisti politici, intendiamoci, alcuni dei quali – mai Mieli – hanno anche per questo fatto il salto diretto, facendosi eleggere specie da quando ci sono le candidature sicure. In genere non hanno fatto granchè e sono tornati sdegnosamente al mestiere del criticare gli altri.
Nell’avere obiezioni importanti da fare a Mieli siamo comunque non del tutto solitari. Lunedi 29 giugno, giorno in cui è il direttore Fontana che tiene la rubrica delle lettere al Corriere (siamo maliziosi o è solo una coincidenza?), è stata pubblicata un garbata lettera di Adriano Benedetti, ex ambasciatore italiano a Caracas, in cui si smontava una delle recenti e più ardite teorizzazioni del nostro, e cioè che in Venezuela la situazione non è poi così male, e bene ha fatto il governo Conte a tenere una equidistanza tra Maduro e Gaidò, che ha evidentemente il torto di non aver vinto, altrimenti saremmo tutti qui a farne l’elogio. Secondo Mieli è “improprio” definire dittatura quella di Maduro, ma Benedetti ha obiettato che basterebbe chiedere all’episcopato venezuelano quale sia la vera situazione.
Insomma, nel suo lungo editoriale, Mieli è giunto a dare nobili e astute motivazioni alla scelta balorda del nostro Paese, unico nel mondo occidentale a sorvolare sulla violazione dei più elementari principi di democrazia liberale nel Paese sudamericano. Mieli in veste di Di Battista davvero era un po’ troppo per un diplomatico per bene come Benedetti. Ancora qualcuno ricorda la proposta dei 5Stelle di incaricare Maduro a nome dell’ONU di fare da mediatore in Libia!
Il punto cruciale sono proprio i 5Stelle. Con loro Mieli ha sempre avuto l’atteggiamento paternalista e pedagogico che si deve riservare a dei “bravi ragazzi” che sono solo un po’ inesperti, e dunque vanno aiutati a capire cosa è la politica, ma possono solo migliorare. Basta che lo ascoltino di più.
Abbiamo dei pentastellati un’opinione diversa, un po’ migliore e un po’ peggiore di quella di Mieli. Peggiore perché la mancanza di cultura di base, quella proprio della storia e della geografia e dell’italiano delle scuole elementari, è imperdonabile per chi rappresenta milioni di italiani persino un po’ più preparati di questi improbabili portavoce usciti dalla selezione dei meetup, luoghi di insondabile democrazia ma soprattutto stanze dell’eco delle più impensabili stravaganze.
Migliore, perchè davvero crediamo che, ammesso e non concesso che leggano i suoi editoriali, non siano disposti a seguire i consigli di un vecchio signore della cultura e della politologia. Anche per loro vale la regola che – appena entra in crisi – un movimento sogna eternamente lo stato nascente, quello che li ha fatti vincere all’insegna del vaffa, altro che grisaglie ministeriali e dialoghi cinguettanti tra Di Maio e Franceschini, uno di quelli di Bibbiano.
Coerentemente è da anni che Mieli vede nei grillini una risorsa della democrazia. Dovevano accettare da subito l’accordo con Bersani e fare un governo con lui, non con quel rozzo Salvini che neppure la più volenterosa delle mosche cocchiere si azzarderebbe a rieducare.
Ora che la meraviglia del governo giallorosso si è concretizzata, c’è però da compiere l’ultimo miglio. Nell’articolessa di giovedi 2 luglio Mieli spinge ancora una volta sulla tesi dell’accordo con il PD come fatto strategico. Stavolta sono quelli del PD che sono sordi e riottosi. Ma come? Non capiscono che l’avvenire è assicurato se arruolano per sempre quei “bravi ragazzi” nella truppa multicolore della sinistra?
E giù elogi capziosi a Zingaretti, utilizzando un po’ troppo arditamente l’articolo del segretario sul Corriere di domenica 28, a proposito del MES. Arditamente, perché proprio il MES dovrebbe essere la cartina al tornasole della vocazione suicida dei 5Stelle, il cui antieuropeismo è inesorabilmente di destra.
La lettera di Zingaretti al suo giornale è, a parere di Mieli, un manifesto efficace, ottimamente argomentato e persino “ben scritto”. A un maestro come Mieli, che ha spesso in mano la matita rossa e blu, sottoponiamo questo passaggio della prosa zingarettiana, che a proposito delle destre che cavalcano solo i problemi scrive testualmente: “Il motivo è semplice sui problemi delle persone ci campano e poco importa se, non risolti aggravano la situazione”. Punteggiatura? Sintassi?
Comunque ben argomentato, dice. Solo che – come da titolo del pezzo del 2 luglio – PD e 5 Stelle non hanno coraggio. Coraggio di che?
Secondo Mieli di mettersi d’accordo per delle belle alleanze strategiche sulle prossime regionali. Entrambi i capi, Zingaretti e Crimi, devono imparare ancora l’arte del compromesso, essenza della politica, e decidersi a confondere le acque, mettendo insieme il sussiego dei professori di sinistra (offesi e fuori di sé per una grillina in Viale Trastevere) e la fantasia degli inseguitori delle scie chimiche. Due popoli da mescolare, per creare l’homo novus, con lo sguardo rivolto al sole dell’avvenire e la testa piena di tenebrosi presagi casaleggisti.
Infine, il colpo capolavoro, presentato solo come un po’ troppo audace (per adesso mettetevi attorno a un tavolo, raccomanda), e preso a prestito da Marco Revelli, pensate un po’: convergere sul rinnovo delle candidature Raggi a Roma e Appendino a Torino.
Una pensata che vorrebbe far pensare a un Richelieu della carta stampata. Passi per Revelli, ma da un tattico felpato come Mieli ci aspettavamo un’articolazione migliore. Troppo miele produce colesterolo politico.
Beppe Facchetti

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