SUMMIT. Feconda e travagliata, la storia dell’emigrazione italiana in Svizzera costituisce ancora oggi uno dei capitoli centrali e a volte controversi delle relazioni tra Roma e Berna. Feconda per le opportunità offerte ai lavoratori, travagliata per avere conosciuto fasi dolorose segnate dall’incomprensione e dall’intolleranza. Accadde cinquant’anni fa, quando la dignità della persona umana, strenuamente difesa da questa testata, dovette subire gli affronti intollerabili che sfociarono nella famigerata iniziativa Schwarzenbach. Il testo del deputato di estrema destra che divise la Confederazione, proponeva il rimpatrio coatto di centinaia di migliaia di stranieri, in maggioranza italiani, con l’assurdo pretesto di tutelare le peculiarità elvetiche minacciate da culture estranee al Paese. Il 7 giugno 1970 l’iniziativa venne respinta di stretta misura, forse più per ragioni pratiche che di cuore. La mano d’opera estera era fondamentale per il funzionamento dell’economia svizzera e non se ne poteva fare a meno, tanto quanto lo è ora, seppure in un altro contesto. Oggi il flusso migratorio è composto prevalentemente di frontalieri nell’ambito degli accordi europei sulla libera circolazione, tra l’altro accolti con freddezza negli ambienti ostili all’UE, che però continua a infiammare il dibattito pubblico senza che si intraveda una soluzione. Gli scorsi giorni ci hanno provato i due ministri degli Esteri Di Maio e Cassis nel loro mini-summit lungo il confine a riaprire il dossier bloccato da cinque anni. Ma risultati concreti per ora non se ne sono visti, tranne l’impegno a lavorare a un progetto comune in sintonia col rapporto di amicizia e buon vicinato tra due Paesi legati da una lunga e proficua tradizione di scambi a tutti livelli.
SCIABOLE. Si cade nell’ovvietà più ovvia a dire che la litigiosità è una componente indissociabile della politica italiana. Con alcune sfumature. Plateale quella di sinistra, più felpata, andreottiana, a destra. Ora però anche in quella galassia si ode il tintinnare delle sciabole. Da quando Giorgia Meloni si è messa a dettare la linea programmatica, al punto da insidiare la leadership di Salvini, i toni si sono fatti più accesi. E il braccio di ferro tra i duellanti promette di riservare altre roventi scintille. Affaire à suivre.
Da “L’avvenire dei lavoratori”

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