Il grande giornalista Gaetano Afeltra, negli ultimi anni della sua carriera, scrisse una lunga serie di elzeviri riguardanti l’infanzia trascorsa ad Amalfi, la capitale della costiera. Gaetano Afeltra, l’illustre amalfitano che amava Milano, è scomparso nel 2005 all’età di 90 anni, dopo una brillante carriera iniziata nel 1941; ha lavorato al Corriere della Sera, è stato per molti anni direttore de Il Giorno, per poi ritornare in via Solferino, al Corrierone, da sempre la sua passione. Si assentava di rado da
Milano, ma le radici con il Sud erano rimaste profonde.
Tutti gli elzeviri di Afeltra riguardanti Amalfi e la costiera, hanno lasciato in chi scrive qualcosa di indelebile; ma un articolo in particolare mi ha fatto riflettere in questi giorni. Raccontava della morte della sua sorellina. L’autore non riportava delle date; ho collocato l’evento luttuoso nel 1920, gli anni della Spagnola.
In questa pagina struggente della sua vita familiare, Gaetano Afeltra racconta di suo padre (segretario comunale di Amalfì) che portò a spalla, da solo, la piccola bara bianca della sorellina da casa al cimitero; non c’era nessuno per il timore del contagio. Al camposanto, ad attenderlo, solo il custode. Terribile!
Ad Amalfi, una persona importante qual è il segretario comunale, rimane da sola a vivere la più grande delle tragedie, qual è la perdita di un figlio.
Dal racconto di Gaetano Afeltra, si possono immaginare i drammi che si sono consumati su tutto il pianeta, a causa della Spagnola che fece registrare 50 milioni di morti. In questi giorni, guardando le immagini dei camion dell’esercito, che trasportavano le salme da Bergamo e Brescia in Emilia, mi sono ricordato del dramma della famiglia Afeltra e di milioni di italiani. Le autorità lombarde non riuscivano a dare una sepoltura alle centinaia di persone che morivano tutti i giorni, e allora via, di notte lungo le strade della Valpadana alla ricerca di cimiteri… Questi fatti mi hanno ricordato l’epidemia di un secolo fa. E’ la storia che si ripete, ma trovo assurdo il fatto che le famiglie non abbiano potuto neppure veder caricare la bara sul camion militare, per un ultimo saluto. Che non abbiano neppure avuta la possibilità, per pochi minuti, di accedere all’obitorio per una preghiera al capezzale del proprio familiare.
Anche l’articolo 16 della Costituzione prevede la limitazione dei diritti dei cittadini per le epidemie, ma nel corso di questa immane tragedia del coronavirus, si è esagerato nel trascurare la persona umana. Per tutte le persone decedute, giovani o vecchi, i familiari avrebbero avuto il diritto con le protezioni necessarie,all’ultimo saluto dei propri cari, sia pure per un attimo. Gli ammalati sono stati prelevati a casa con le ambulanze; e le famiglie non hanno più potuto rivederli. Per combattere l’epidemia abbiamo rinunciato alle libertà personali; è giusto. Ma il comportamento delle autorità riguardo alle famiglie dei defunti è disumano e viola i diritti costituzionali.
Roberto Fronzuti

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