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Caporetto? Non fu “Caporetto”. Luigi Cadorna: “politici” e militari

Comandante Supremo dal 24 maggio 1915 al 9 novembre 1917, rappresentante dell’Italia nell’appena costituito Consiglio superiore di guerra interalleato con sede a Versailles dal dicembre 1917, il 20 gennaio 1918 egli fu messo “a disposizione” della Commissione d’inchiesta sugli avvenimenti dal 24 ottobre al 9 novembre 1917, quasi non potesse essere “audito” diversamente. Qualcosa non gli tornava.

di Aldo A. Mola | 17 Febbraio 2020

Luigi Cadorna. Chi era costui…?

Il conte Luigi Cadorna (Pallanza, 1850-Bordighera, 1928), senatore del regno dal 1913, è stato il massimo stratega dell’Italia unita. L’11 febbraio 2020 la sua figura è stata riproposta al Senato con la presentazione del volume di suo nipote, Colonnello Carlo, Caporetto. Risponde Cadorna” (ed. BCS Media), con interventi dell’Autore, di Ferdinando Sanfelice e di Aldo G. Ricci, coordinati da Andrea Cionci: un confronto innovativo, fondato su documenti.

 

Quali “memorie” dell’Italia nella Grande Guerra? Giolitti, Cadorna, Diaz

Il 1928 in pochi mesi si portò via Armando Diaz (classe 1861), Giovanni Giolitti (1842) e Luigi Cadorna (1850), tre massimi protagonisti della storia d’Italia: lo Statista e i due Comandanti Supremi dell’esercito nella Grande guerra. Sonnino, ministro degli Esteri dal 1914 al 1919, si era spento settantacinquenne nel 1922. Lasciò ai posteri l’ardua sentenza sulla sua opera. Salandra (classe 1853, undici anni più giovane di Giolitti) morì nel 1931, dopo due libri sui mesi dalla neutralità all’intervento. Paolo Boselli, il decano della Camera, lo seguì novantaquattrenne nel 1932 senza lasciare “memorie”. Diaz non pubblicò nulla. Le sue carte sono state studiate dal generale Luigi Gratton nell’insuperata biografia del Duca della Vittoria (Ed. Bastogi, 2001). Di Giolitti uscirono le Memorie della sua vita nell’80° compleanno, il 27 ottobre 1922. Non vi aggiunse nulla.

Cadorna non tenne un “diario” né pubblicò “memorie”. Nel 1921 diede alle stampe la sua opera fondamentale, apprezzata anche all’estero: La guerra alla fronte italiana fino all’arresto sulla linea della Piave e del Grappa (24 maggio 1915-9 novembre 1917 (ed. anastatica Bastogi, 2019). Grande Storia, è la “biografia” dell’Italia dalla Conflagrazione europea (luglio 1914) alla sostituzione di Cadorna con Armando Diaz al comando dell’Esercito italiano. Quando scrisse, “intabarrato e inguantato” per vincere il freddo, il Generale viveva appartato a Firenze, in un villino senza riscaldamento acquistato per festeggiare il 68° compleanno. Comandante Supremo dal 24 maggio 1915 al 9 novembre 1917, rappresentante dell’Italia nell’appena costituito Consiglio superiore di guerra interalleato con sede a Versailles dal dicembre 1917, il 20 gennaio 1918 egli fu messo “a disposizione” della Commissione d’inchiesta sugli avvenimenti dal 24 ottobre al 9 novembre 1917, quasi non potesse essere “audito” diversamente. Qualcosa non gli tornava.

 

Il Generale nella tempesta scrive la verità dei “fatti”

Tirava vento pessimo. Poi la bufera. Nel luglio 1918 fu drasticamente collocato “a disposizione in sovrannumero”, con riduzione di rango e assegni: provvedimento considerato “una vera e propria destituzione”. Indomito, dall’autunno 1919 in pochi mesi Cadorna scrisse due volumi. Nell’aprile 1921 pubblicò, come detto, La guerra alla fronte italiana con la prestigiosa Casa Fratelli Treves di Milano, due anni dopo ampliata con la limpida difesa delle armi italiane dal giudizio del francese maresciallo Foch.

Mentre scriveva l’Opus magnum, come fosse due persone in una, con due teste e quattro mani, il Generale scrisse l’“altro libro”. Il primo era la Storia, il secondo una “nota aggiuntiva” di centinaia di pagine puntuali e puntute per “testimoniare” dinnanzi all’opinione nazionale e internazionale. Illuminò i passaggi fondamentali del différend tra la sua opera di Comandante Supremo e i quattro governi susseguitisi dalla conflagrazione alla sua rimozione (Salandra I, Salandra II, Boselli, Orlando), con sette ministri della Guerra (Grandi, Zupelli, Morrone, Giardino, Alfieri, Zupelli, Caviglia) cui seguirono i quattro del primo governi Nitti (Sechi, Albricci, Bonomi, Finocchiaro Aprile): prova del disordine della “politica”.

Sin dai primi mesi dell’intervento dell’Italia in guerra Esecutivo e Comando Supremo giunsero ai ferri corti su molti versanti sostanziali delle rispettive competenze. Lo aveva anticipato il ministro della Guerra Domenico Grandi quando, consultato proprio Cadorna sulla preparazione del Paese a un eventuale intervento nel conflitto, il 23 settembre 1914 aveva scritto a Salandra che solo il governo era titolato a valutare lo spirito pubblico e le esigenze politiche e a stabilire se “il Paese”avrebbe assecondato o no. Secondo Cadorna l’Italia poteva fare solo una guerra “grossa” ma “breve”. Lo pensavano anche Giolitti e San Giuliano: poteva intervenire contro l’Austria-Ungheria solo quando questa fosse stata allo stremo. Non era “cavalleresco” ma realistico. Chi governa non deve badare alle forme ma alla salute dello Stato. Ad aggravare la tensione tra Comandante Supremo e “politici” all’inizio del 1916 intervenne la decisione del governo di intraprendere un’impresa in Albania per assicurarsene il dominio. Attestarsi a Vallona (come all’epoca si diceva) secondo Salandra e Sonnino significava fare dell’Adriatico il “lago italiano”, come a grandi linee tratteggiato dall’“accordo” siglato a Londra il 26 aprile 1915 in vista dell’adesione all’Intesa anglo-franco-russa. A giudizio di Cadorna l’apertura di un fronte bellico su una “quinta sponda” avrebbe sottratto mezzi e uomini al campo di battaglia primario e assorbito risorse sempre più ampie, in uno scenario politico-militare colmo di incognite e di sorprese negative. Lo stesso valeva per le truppe italiane Oltremare, dalla Tripolitania al Mar Rosso e alla Somalia. Ve n’era invece urgente e prioritario bisogno sul lunghissimo sinuoso fronte italo-austriaco, sempre nel timore di un attacco austro-germanico attraverso la Svizzera. L’invasione del Lussemburgo e del Belgio mostrava in quale conto Berlino tenesse le dichiarazioni di neutralità. L’Italia, soleva ripetere, avrebbe riconquistato la Libia sul Carso, ove, diversamente, rischiava di perdere tutto. L’esercito doveva concentrare tutte le sue risorse per sfondare il fronte austro-ungarico a est, arrivare a Lubiana e Zagabria e aggirare da sud l’impero asburgico, suscitandovi l’insorgenza delle “nazioni senza Stato” o, come poi si disse, dei “popoli oppressi”. Giustamente nel saggio introduttivo al citato Caporetto. Risponde Cadorna, suo nipote Carlo Cadorna scrive che il Comandante Supremo era “un generale del Risorgimento italiano”. Il Comandante Supremo, infatti, ricordava che il regno di Sardegna aveva ottenuto Milano grazie all’alleanza con Napoleone III (1859) e Venezia con quella a fianco della Prussia di Bismarck (1866). L’Italia non poteva “fare da sé”. Doveva anzi suscitare l’insorgenza dei popoli dominati da Vienna e da Budapest. Cadorna era, insomma, un Militare dal fiuto politico, erede del meglio di Mazzini e Garibaldi. Un italiano dalla visione costantemente volta all’Europa e con una certezza granitica: l’unicità del comando, fondata su senso dello Stato e della responsabilità, sull’“Etica attraverso le Istituzioni più amate dagli italiani” di cui ha scritto Tito Lucrezio Rizzo (d. Aracne).

 

Il “différend” tra governi allo sbando e il Comandante Supremo

La risposta del governo ai suoi mòniti e, presto, alle sue rimostranze, consegnate anche al carteggio con il titolare degli Esteri, Sonnino, fu deludente. Lo documentano i verbali del Consiglio dei ministri, tuttora inediti. L’esecutivo avocò a sé la regia dell’impresa di Albania. Così l’Italia condusse due guerre diverse, una agli ordini del Comandante Supremo, un’altra gestita direttamente da Roma. Ma quella d’Albania era pro o contro la Serbia? Gradita o no all’impero di Russia? Rientrava o no nel quadro dell’Intesa? Ad allarmarsene non erano solo gli “slavi” ma anche i greci e, ancor più determinanti, i francesi e, non solo a strascico, gli inglesi. L’apertura del fronte albanese prospettava comunque due diverse politiche estere, perché (lo aveva insegnato Clausewitz) le armi sono la prosecuzione della diplomazia con altri mezzi. Ma la politica estera era appunto il “ventre molle” del governo italiano. Lo si vide con il governo Boselli (20 giugno 1916-29 ottobre 1917), quando Roma non poté più esimersi dal dichiarare guerra alla Germania, che sin dal 26 aprile 1915 l’Italia si era impegnata a combattere entro un mese dalla firma dell’engagement. Dopo la spedizione austro-ungarica “di primavera” (o “punitiva”) del maggio 1916 e la controffensiva rapidamente e abilmente allestita da Cadorna, culminata con l’ingresso in Gorizia il 10 agosto, la guerra mutò volto e “ragione sociale”: non poteva più essere confinata nel recinto del “sacro egoismo” accampato nel 1915 da Salandra, il cui vero e miope obiettivo era annientare Giolitti, come ha scritto Luigi Compagna.

 

La tardiva dichiarazione di guerra alla Germania (24-28 agosto 1916)

Solo il 24 agosto 1916, presenti tutti i ministri, il governo Boselli mise a verbale il passo fatale. Udita la relazione del ministro degli Esteri, deliberò “in conformità degli impegni assunti con gli alleati, di proporre a Sua Maestà la dichiarazione di guerra alla Germania, [autorizzando] il Presidente del Consiglio e il ministro degli Esteri di determinare il momento opportuno per dar seguito alla deliberazione presa”. Roma doveva però motivare una decisione così gravida di conseguenze. Lo fece con argomenti di basso profilo. La dichiarazione fu comunicata alle 13.40 del 27 agosto con efficacia dall’indomani. Lo stesso giorno la Romania scese in campo a fianco dell’Intesa. A quel punto Cadorna chiese a Sonnino di farsi svelare dall’Intesa almeno “i patti interceduti fra gli alleati circa la sorte eventuale dell’impero turco: Costantinopoli, gli Stretti, l’Asia Minore, questioni di primaria importanza per la preparazione della pace, a cui bisogna pure pensare quando non ci sia altra guerra da dichiarare”. Sonnino non rispose. La politica estera era suo riservato dominio. Di più e di peggio fece Boselli col sostegno del ministro dell’Interno, Orlando.

Lungo tutto il 1917 e specialmente dopo la rivoluzione in Russia (marzo), l’ingresso degli USA nella guerra (aprile) e in presenza di una possibile offensiva austro-germanica, il Comandante Supremo incalzò il governo con ben quattro lettere nelle quali chiese il potenziamento del “fronte interno” e la lotta contro il disfattismo che dal paese contagiava l’Esercito. Non ebbe alcuna risposta. Il 27 marzo e il 28 settembre Cadorna partecipò a due sedute del governo. Della prima non v’è alcuna traccia nei verbali del Consiglio dei ministri; la seconda è riassunta in poche righe, elusive, senza alcun cenno al dibattito. Cadorna non vi è neppure menzionato. Secondo postume Dichiarazioni di Orlando, il Comandante supremo gli condensò il proprio programma in poche parole a seduta terminata: “Lei pensi ad assicurarmi le retrovie, che ai soldati ci penso io”.

Dunque la vera storia di quei drammatici mesi non si comprende né dalle Memorie postume di Orlando o dal carteggio di Sonnino né, tanto meno, dall’“Inchiesta su Caporetto” (ripubblicata nel 2014 dall’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito con introduzioni di Antonino Zarcone e di chi scrive). Emerge invece a luce meridiana da La guerra alla fronte italiana e dal volume di Carlo Cadorna.

 

Le vendette di Orlando

Le Memorie di Orlando, curate da Rodolfo Mosca (ed. Rizzoli), si restringono agli anni 1914 -1919. Esse sono lo sfogo di due vendette, contro la memoria di Giolitti e contro quella di Cadorna. Candidato nel Listone mussoliniano nelle elezioni del 1924, Orlando mirò anzitutto a “giustificare” la sua adesione all’interventismo: “Io credo che l’obbedire alla pressione pubblica sia un elemento inseparabile dell’istituto parlamentare”. L’“elogio della piazza” è l’opposto di quanto dev’essere lo Statista. Ripeté poi più volte di aver subordinato l’accettazione della presidenza del Consiglio (fine ottobre del 1917) alla defenestrazione di Cadorna. Negò che Caporetto fosse stata causata dal disfattismo dilagante nel paese e giunse a scrivere che la “propaganda sovversiva” di origine socialistica era denunciata dal Generalissimo per “una di quelle idee fisse che confinano coi domini della psichiatria. Per ciò stesso e per ciò solo, al giudizio vien meno ogni autorità”. Rivendicò infine a proprio merito di aver strappato a Vittorio Emanuele III la “esonerazione” di Cadorna, le cui “capacità tecniche” ritenne (non solo nel corso degli eventi ma anche nelle Memorie”) viziate per eccesso o per difetto dal senso di responsabilità e concluse: “Che valore può avere un Capo, non dirò irresponsabile, ma non adeguatamente responsabile?”

 

Quando Mussolini impedì la pubblicazione dell’“altro libro” di Cadorna

Il secondo libro di Cadorna rimase nel cassetto anche dopo le manifestazioni entusiastiche che ne riportarono l’autore al centro dell’opinione nazionale, con il dono della villa a Pallanza e il conferimento del grado di Maresciallo (1924). Il Generale continuò a limarlo. Il 15 dicembre 1926 lo ritenne pronto per la stampa, ma fu bloccato da Mussolini tramite il generale Ugo Cavallero, come Cadorna riferì al figlio da Viareggio l’11 dicembre: “Ora ho una grossa grana col mio libro. Cavallero (massone affiliato dapprima al Grande Oriente e poi alla Gran Loggia d’Italia, NdA) mi scrisse pregandomi di sospendere la pubblicazione soprattutto perché il Governo considera Sonnino come un rigido tutore degli interessi nazionali e non ama che ne esca sminuito. Io ho risposto che mandavo la sua lettera a (Angelo) Gatti (che ne stava curando l’edizione nella collana da lui diretta per Mondadori, N.d.A.) ma che, allo stato delle cose, non vedevo la possibilità di sospenderlo perché era legato da un contratto scritto e registrato coll’editore e il libro era pronto ad uscire. Cavallero mi rispose insistendo e dicendo che di fronte a un interesse superiore, si debbono superare le difficoltà coll’editore”.

Cadorna tacque. Morì a Bordighera il 21 dicembre 1928. È sepolto nel Mausoleo erettogli nella sua Pallanza da Piacentini. Silente. Per lui parlano la sua Opera e la Storia.

 

Per un bilancio storiografico sul Generale Luigi Cadorna

Nel 1950 i figli del Generale, Carla e Raffaele, pubblicarono finalmente le Pagine polemiche, che però furono accolte con freddezza nel clima del tutto antimilitaristico del dopoguerra, quando tre deputati democristiani (tra i quali Aldo Moro) non approvarono l’articolo 52 della Costituzione che dichiara “sacro dovere del cittadino difendere la Patria”.

Non era stato Cadorna a tramare per l’assassinio dell’Arciduca Francesco Ferdinando d’Asburgo a Sarajevo il 28 giugno 1914 né a chiedere la propria nomina a Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, decisa da Vittorio Emanuele III dopo la morte improvvisa di Alberto Pollio (illustre allievo della Nunziatella)  a soli 62 anni, né a volere l’accordo di Londra. Assolse al compito immane di organizzare lo “strumento militare”, che era del tutto impreparato per affrontare una guerra immaginata dai “politici” come breve e di modesto costo e risultò invece “lunga e grossa”. Il governo si procacciò una miseranda apertura di credito finanziario all’estero quando già il ministro Grandi aveva scritto che per portare l’esercito a regime minimo adeguato alla guerra occorreva almeno un miliardo. Fu invece lui, Comandante Supremo in piena e continua intesa con il Re, a chiedere all’Esecutivo di mettergli a disposizione il necessario per fronteggiare e vincere quello che nel Bollettino della Vittoria venne poi detto “uno degli eserciti più potenti del mondo”.

Ora l’Italia deve fare i conti sine ira et studio con la verità della Storia. Diversamente non recupera la bussola nella sua sempre procellosa navigazione di Stato giunto all’unità con la pace di Saint-Germain nel 1919, appena un secolo addietro e dopo immani sacrifici. Quest’anno ricorrerà il 150° anniversario dell’irruzione dell’Esercito italiano in Roma agli ordini di Raffaele Cadorna, padre del Comandante Supremo: una “liberazione” per l’Italia e, a ben vedere, per la Chiesa cattolica apostolica romana.

Con la ristampa di La guerra alla fronte italiana e con il volume curato da suo nipote la figura e l’opera di Luigi Cadorna tornano al centro della memoria nazionale. Non è mai tardi. La Storia è galantuoma.

Aldo A. Mola

Pubblicato in : EditorialeTag: 1861, aldo moro, anni, anniversario, battaglia, belgio, chiesa, chiesa cattolica, comandante, commissione, consiglio dei ministri, conti, costituzione, disposizione, elezioni, estero, europa, figlio, firenze, garibaldi, germania, governo, governo italiano, grana, grande guerra

Info Aldo A. Mola

Nato a Cuneo nel 1943, Aldo Alessandro Mola è stato preside in alcuni licei dal 1977 al 1998. Nel 1980 riceve la medaglia d’oro di benemerito della scuola, della cultura e dell’arte. Docente di storia contemporanea all’Università degli Studi di Milano, è, dal 1986 direttore del Centro per la storia della Massoneria, e, dal 1992, contitolare della cattedra “Pierre-Théodore Verhaegen” dell’Université libre de Bruxelles.
È direttore del Centro Europeo Giovanni Giolitti, presidente del comitato cuneese dell’Istituto per la storia del Risorgimento italiano, dell’Associazione di studi sul saluzzese e del Centro studi e ricerche “Urbano Rattazzi” di Alessandria. Interessante anche il suo ultimo saggio, Mussolini a pieni voti? Da Facta al Duce. Inediti sulla crisi del 1922, da cui si scopre che la «marcia su Roma» dei fascisti in realtà non sarebbe mai avvenuta.
Editorialista del quotidiano Il Giornale del Piemonte e coordinatore editoriale de Il Parlamento italiano 1861-1992, Mola ha organizzato numerosi convegni di studi, specialmente per il Ministero della Difesa (Garibaldi, generale della libertà nel 1982, e la serie Forze Armate e Guerra di Liberazione). Direttore di collane di storia per vari editori, è, dal 1967, autore di saggi. Nel 2004 riceve il Premio alla Cultura dalla Presidenza del Consiglio dei ministri.
Monarchico, è presidente di quella Consulta dei Senatori del Regno che sostiene Amedeo di Savoia-Aosta nella disputa sulla successione, e da anni sollecita il rientro in Italia delle salme dei sovrani Vittorio Emanuele III, che è tumulata ad Alessandria d’Egitto nella Cattedrale di Santa Caterina, della moglie Elena, sepolta a Montpellier, e di Umberto II e Maria José, seppelliti ad Altacomba, in Alta Savoia.

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