La cosa buffa e tragica, è che abbiamo smarrito per lungo tempo quella via maestra che aveva dominato e guidato i partiti durante tutto il dopoguerra fino alla fine (grossomodo) del “secolo breve” che infatti (forse anche per onorare il suo nomignolo) è finito con il 1989 e la caduta del muro. Anniversario che tutta l’Europa ha celebrato in questi giorni.
Da noi meno che altrove in verità, dato che le macerie dell’ex Cortina di Ferro rovinarono addosso ai partiti laici, socialisti e cattolici che avevano garantito nel bene e nel male, la fragile democrazia italiana, nonostante il colosso comunista così costantemente incombente e così pieno di risorse economiche, capace di occupare anche una larga fetta dell’editoria e della stampa.
Eh già, l’egemonia non è uno scherzo, né un ballo di debuttanti.
Solo che in Italia, per l’incombente non expedit non solo di Washington, ma specialmente di Mosca, il PCI non poteva entrare al Governo; ne saprà qualcosa con certezza anche Berlinguer che nel 1973 scampò ad un attentato a Sofia e chiamò subito Pertini (allora Presidente della Camera) per tirarlo fuori (quasi indenne) dalla Bulgaria.
A Moro andò meno bene.
Poi arrivò la rivoluzione italiana, era il 1992 e i partiti furono accusati praticamente di ogni male. Quasi tutti, diaciamo.
Peccato che svolgessero un compito fondamentale per il paese. Certo con difetti tipici dell’italianità che è di per sé, una caratteristica tuttavia ad assetto variabile.
Usavano pure un metodo assai poco “simpatico” dalle nostre parti, quello della meritocrazia, formando e selezionando via via le classi dirigenti. Dalle sezioni alle amministrazioni locali, da queste al Parlamento e, mano a mano che le responabilità aumentavano di grado, anche la preparazione doveva rispondere a criteri di provata competenza.
Così come nei C.d.A. delle aziende pubbliche che erano allora in gran numero e rappresentavano l’ossatura sociale ed economica del paese.
Già, eravamo una nazione ad impianto socialdemocratico anche se non si poteva dire apertamente per non indispettire i due principali partiti e alcuni degli interessi (nazionali ed internazionali) che rappresentavano.
Lo dimostra il fatto che spesso grandi leader politici, sindacali, ministri e presidenti della Repubblica, provenivano dalla profonda provincia, dal Sud alle isole. Francesco Saverio Nitti da Melfi (PZ); Alcide De Gasperi da Pieve Tesino (TN); Pietro Nenni da Faenza (RA); Ugo La Malfa da Palermo; Riccardo Lombardi da Regalbuto (EN); Giuseppe Di Vittorio da Cerignola (FG); Enrico Berlinguer e Giovanni Cossiga da Sassari; Amintore Fanfani da Pieve Santo Stefano (AR); Luciano Lama da Gambettola (FC); Ciriaco de Mita da Nusco (AV); Flaminio Piccoli addirittura in un piccolo paese di confine del Tirolo austriaco, Kirchbichl; Giacomo Brodolini da Recanati (MC); Giovanni Gronchi da Pontedera (PI); Aldo Moro da Maglie (LE); Sandro Pertini da Stella (SV). E così per moltissimi altri.
E fu così che a forza di cercare il nuovo, di andare oltre, di essere “ma anche” qualsiasi altra cosa, di luquidare e di liquefare, di rottamare e di cercare animali mitologici nei corridoi, anche i partiti superstiti sullo scenario italiano, hanno finito per riempire il Parlamento di amici, clienti e anche più di qualche asino. Un pensiero obbligato corre all’imperatore Caligola, che tutto sommato fu più accorto nelle nomine…
Ma il campione dei partiti in crisi è in questo momento senza dubbio il PD. Che perso per la via l’ex Bob Kennedy di Rignano, divenuto nel frattempo il Macron de noantri, ritrovatosi al Governo con alleato molto scomodo (ci riferiamo ai 5 Stelle…) e opposizione in grande spolvero, nonché perse parecchie elezioni ultimamente, si ritrova con l’ircocervo crociano in netta e urgente necessità di un bel tagliando, cosa che più volte anche lo stesso Zingaretti ha segnalato. Insomma questo nodo incombente dell’essere socialisti in Europa e ancora catto-comunisti in Italia fuori tempo massimo, prima o poi andrà sciolto. Meglio prima che poi, con i “barbari” alle porte.
Ecco che allora proprio nella ex roccaforte rossa della Toscana (tra l’altro inspiegabilmente così poco rappresentata nel “nuovo corso” zingarettiano) tomo tomo/cacchio cacchio, si è fatto avanti un politico un po’ all’antica, appassionato di sport e di storie locali, figlio diretto della I Repubblica, che è riuscito con grande tenacia, studio e perseveranza, da quella che un tempo che sembra preistorico era la federazione fiorentina del PSI di viale Rosselli, a ritagliarsi il suo spazio di buon amministratore prima al Comune di Firenze, poi in società partecipate e infine in Regione.
“Ma chi il Giani, ma lo conosci?” Questa è la risposta che sovente ci è stata data in questi ultimi anni quando, con dirigenti di partito, amministratori, aspiranti vari e qualche parlamentare ci si è ritrovati a parlare della successione di Rossi.
“Ma chi, quello dei buffet, quel presenzialista con la fascia della Regione dallo sguardo sornione che è sempre dappertutto?” Quando invece i detrattori erano di altro partito, forse interessati ad una candidatura più “aggredibile” da parte del PD.
Ebbene, Eugenio Giani presenzialista lo è davvero. Specialmente negli ultimi 5 anni da presidente del Consiglio regionale, i comuni toscani li ha girati tutti, comprese molte frazioni, e vi assicuro che non è né facile né rilassante, diciamo. E non certo soltanto per tagliare nastri e fare foto. Essendo di quelli all’antica, si informa, si prepara, studia i problemi socio-economici delle località e ne trae quadri d’insieme molto utili a chi fa seriamente il suo mestiere.
Pazienza se Rossi (le porte girevoli in politica non portano bene) che lo vede come fumo negli occhi abbia gridato “una donna, una donna!” come se la politica fosse un problema di genere. O alcuni zingarettiani rampanti come Fossi e Fabiani “rinnovamento, rinnovamento!” pensando evidentemente a sé stessi come modello di riferimento…intanto l’assemblea dei sindaci PD dei comuni sotto i 15.000 abitanti ha dato a larga maggioranza il proprio convinto sostegno alla sua candidatura ed è un dato politico significativo che vale molto di più degli stessi endorsement di Nardella e Marcucci, quanto del ni di Lotti e dei malumori vari di quelli che evidentemente preferiscono perdere.
Come ebbe a dire un caro amico e compagno che il Giani lo conosce da oltre 30 anni, ai tempi in cui Renzi era all’apice e gli strappò (goliardicamente si disse, ma mica tanto) la fascia bicolore della Regione in Palazzo Vecchio “Quando di Renzi non si ricorderà più nessuno, il Giani sarà sempre da qualche parte ad occuparsi di Firenze e della sua amata Toscana”.
E noi dei cari e vecchi amici (e compagni) ci fidiamo.
Alessandro Silvestri

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