Quell’altro là, nella persona del vice premier nonché ministro dell’interno va avanti a spizzichi e bocconi, senza un progetto politico serio. Quest’altro qua, nella persona del vicepremierino, idem. Non sa che blaterare nevroticamente come un dischetto rotto, di quello che dice di aver fatto e non ha fatto e di quello che ci propinerebbe con il contratto se quest’ultimo venisse onorato.
Chi va di qua chi di là come schegge impazzite. E questo sa di bipolarismo psichiatrico conclamato, e non poteva essere altrimenti .
Un contratto si fa fra due entità che si accordano e sottoscrivono atti statici. Da rispettare pena la risoluzione. Ma non ho competenze giuridiche e vado a naso. Fra forze politiche un contratto non può essere statico bensì sottoposto sì, a un accordo, ma con ampia visione di un progetto duttile e malleabile, non su singoli dati senza alcuna previsione metamorfologica. Giggino sembra diventato una macchinetta e Matteo idem, roba che le litanie a oltranza di Silvio del tempo che fu, son filastrocche per dudù. Non se ne può più di flat tax e redditi di cittadinanza, quote cento, che a poco servono, e salari minimi che nessuno vuole in realtà.
Ma quello che conta sono i numeri, quelli veri. Gli zeri del pil, al sud addirittura sotto.
Intanto il paese va a ramengo e la gente stenta e le aziende chiudono o delocalizzano mandando sulla strada i lavoratori. E la disperazione aumenta. E porta ovviamente alla violenza verbale ma anche, troppo spesso, fisica. Nulla di peggio della disperazione dovuta alla mancanza di prospettive future. Qualcuno sostiene, giustamente, che c’è stato di peggio, la guerra, quella vera, quella con le bombe , gli sfollati nelle campagne a cercare pane e pomodori per sfamarsi. Quella delle cantine usate come rifugi anti aerei.
Ora no, francamente si sta molto meglio. Ma non si sta come avremmo voluto, come la mia generazione, quella del dopoguerra ha sognato. Garantire benessere a figli e nipoti e posteri anche attraverso la grande evoluzione tecnologica. Ma accompagnata, purtroppo da una grande involuzione culturale. E per cultura non si intende istruzione, la conoscenza delle alpi o la capitale Guatemalteca, ma quella solida, quella che ti emancipa non soltanto tecnologicamente ma anche umanisticamente. Ora pare che sia stata ripristinata l’educazione civica come materia obbligatoria. E speriamo fondamentale e non solo di supporto. Viene da chiedersi quando e come e chi l’aveva declassata dai programmi. Voluta da Aldo Moro nel ’58 e involuta e soppressa durante il governo Andreotti , pare, ma non è chiaro, dall’attuale Capo dello Stato, nel 90 ministro dell’istruzione, seguito da Gerardo Bianco. Per tagli di spesa e perchè ritenuta l’ora più noiosa della settimana. Uno dei temi importanti, fra gli altri, anche la prevenzione e il contrasto al cyberbullismo.
Inutile perdersi nelle blaterazioni continue, sia di chi governa sia di chi fa finta di opporsi a chi procede a zigzag e non compiccia nulla. Avendo a disposizione una coperta corta ma, che, stesa per benino potrebbe coprire tutti. Con intelligenza e volontà e saggezza, che in fattispecie non ci sono. Nemmeno all’orizzonte e in fondo al tunnel. Solo gran voglia di poltronaggio. Che non è brutta cosa intendiamoci, quando si sta comodi si cerca di rimanerci. Ma qualche volta bisogna anche alzarsi, staccarsi dalla propaganda a oltranza e, adelantemente, risolvere problemi contingenti.
Tutto questo era prevedibile e quando il Capo dello Stato, ha dato l’incarico, la maggioranza degli italiani immaginava che sarebbe andata così e si è messa le mani nei capelli.
Ora, all’improvviso, tutte emergenze. Immigrazione e clima quelle epocali dei massimo sistemi. Mettere insieme il pranzo con la cena di tanti, troppi, quella terra terra.
Il capro espiatorio, Salvini. Qualunque evento è colpa di Salvini. Che, con questa aria che tira gonfierà sempre più il petto da cappone. Sentivo l’altra sera certo Montanari, critico dell’arte, che io francamente non conoscevo, dire, anzi, urlare, che non vuole lasciare , anzi regalare il paese a Salvini. Come se fosse roba sua. Forse il signore non ha realizzata che l’Italia è una repubblica democratica. E lui non è il Monarca. E il popolo va alle urne. E sceglie. E più lui e i suoi compari urlano più desso gonfia il petto fino a trasformarsi da cappone in pavone.
Tornando al flaianesco aforisma, la cosa è grave ma non è seria, sarebbe opportuno che tutti ritirassero i remi sfilaccicati in barca. Quelli che portano di qua e di là, mai verso un porto se non sicuro almeno accogliente, e cercassero finalmente una rotta che, al netto delle variazioni ineluttabili del percorso, le variabili dovute a eventi naturali o scelte umane più o meno sbagliate, fosse abbastanza lineare.
E pronta, certamente, alle trasformazioni e ai mutamenti inevitabili che il nostro tempo ci regala fra globalizzazione, sovranismo, populismo, vari.
Perchè la staticità ottocentesca e, in parte, novecentesca ce la dobbiamo proprio dimenticare. E il cambiamento ci ha trovati impreparati. E i vecchi non sono stati capaci e non hanno avuto la lungimiranza di capire che il mondo non solo cambia, ma galoppa in metamorfosi continue e ineluttabili. Lasciando i giovani a galleggiare spesso senza salvagente.
E poi ci perdiamo nei tormentoni agostani di chi per strapotere e delirio di onnipotenza usa i mezzi di polizia per giocare e chi sen va a visitare Caino in galera, per pietas, per farsi notare e far parlare di sé, mentre critica gli antagonisti politici che lo fanno. Perchè se non ci va non se lo fila nessuno.
Carla Ceretelli

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