E, questo nostro Paese, davvero singolare, poiché, unico in Europa, invece di darsi un assetto stabile e definitivo, fa di tutto, una volta trovatolo, per andare incontro a situazioni destabilizzanti che ne minano addirittura l’unità nazionale.
Dopo il decollo dell’ordinamento regionale negli anni 70, che recò, oltre che un notevole squasso istituzionale, poi lentamente assorbito, anche un rilevante disagio nei cittadini per lo scadimento dei servizi pubblici che rimasero prigionieri di un sistema complesso e farraginoso fondato sulla delega delle funzioni amministrative da parte delle Regioni agli enti locali, con conseguente aumento della spesa pubblica, ecco, agli inizi degli anni 2000, un altro affondo contro la stabilità del sistema, il quale, da poco, aveva trovato un punto di equilibrio fra ordinamento regionale e ordinamento statale, che ormai coesistevano senza troppi sussulti essendo fortemente diminuito il contezioso costituzionale Stato -Regioni.
Ci stiamo riferendo, come il lettore avrà facilmente capito, alla riforma, quanto mai inopinata, del titolo V della Costituzione attuata nel 2001 con la legge costituzionale n.3 che ha costituito una deriva istituzionale impressionante, senza alcun fondamento o giustificazione plausibile, se non meramente ideologica, trasformando le Regioni, ma anche gli Enti locali , in Enti a competenza generale, mentre lo Stato diveniva un Ente a competenza numerata. Era in tal modo completamente rovesciato il pensiero dei padri costituenti che concepirono le Regioni come un Ente a competenza numerata.
L’amministrazione periferica statale veniva sostituita da una burocrazia regionale costituita da un personale raccogliticcio assunto, per lo più, al di fuori di un pubblico concorso, e quindi selezionato non in base al merito, ma al colore politico, poiché i partiti, nel sistema delle autonomie locali, la fanno ormai da padrone. L’assenza dei concorsi finisce anche con l’ essere una delle cause della disoccupazione giovanile.
Quanto all’esercizio della funzione legislativa ,questa, abbiamo già avuto in altre occasioni l’opportunità di evidenziarlo, è decisamente di basso profilo , quando non è assente, tant’ è che lo Stato è più volte intervenuto in materie riservate alla competenza esclusiva regionale per supplire l’ inerzia regionale.
Conseguenza, non ultima , di questo massiccio trasferimento di materie alla Regioni è stata la lievitazione della spesa pubblica che tuttora permane nonostante i tentativi dello Stato per contrarla ; per non parlare poi del tasso di corruzione.
Gli effetti costituzionali della legge n.3 del 2001 non si sono però esauriti con la sua entrata in vigore, perché essa contiene al suo interno una disposizione che consente al Parlamento, ove le Regioni abbiano avanzato la richiesta, di attribuire loro ulteriori competenze. E’ quanto cercano di ottenere in questi giorni alcune Regioni, inizialmente, la Lombardia e il Veneto, alle quali ha fatto subito seguito l’Emilia-Romagna, e poi la Puglia, cui altre Regioni si sono accodate, fino a diventare, complessivamente, a tutt’oggi, ben tredici. Col rischio che la Repubblica si manifesti con il vestito d’Arlecchino venendo costituita da una serie di Regioni ad autonomia differenziata, quando sarebbe logico procedere all’eliminazione delle autonomie regionali speciali esistenti, ad eccezione della Provincia autonoma di Bolzano il cui ordinamento trova la fonte in accordi internazionali.
E’ chiaro che questo risveglio di ulteriori autonomie rispetto a quelle già presenti a ben 18 anni dall’attuazione della noma costituzionale riformata, ha solo un sapore elettoralistico che viene mascherato da una migliore amministrazione regionale rispetto a quella statale tutta da dimostrare, mentre è certo, come riferiva Ilvo Diamanti sulla “Repubblica “ dello scorso 4 gennaio, che “ sono in corso indagini su 17 Consigli regionali su 20. “
Ma il problema non è rappresentato dal migliore o peggiore esercizio della funzione amministrativa e legislativa regionali, per unanime parere deludente , e neppure dalla corruzione che il sistema regionale determina, ma è il cuneo che si reca all’unità della Repubblica conseguente a questa rincorsa delle Regioni nello strappare nuove competenze allo Stato, che appare disgregato, lacerato , sbrindellato e, soprattutto, privo di autorevolezza
Tant ‘ è che non è un caso che alcuni Comuni, approfittando di questa condizione di debolezza dello Stato, rifiutino oggi di applicare una legge, come il decreto sulla sicurezza -che potrà essere, e probabilmente lo è ,una brutta legge- valutandola nel merito, quando a loro spetta solo di darle attuazione pena la lesione del principio di legalità sul quale riposa il sistema democratico per cui la legge deve essere rispettata dai cittadini al pari della Pubblica Amministrazione.
Ma può darsi, che in questo volontà che mira ad indebolire ulteriormente le competenze statali già logore, vi sia un disegno strategico che vuole trovare un contrappeso in una Repubblica Presidenziale, con conseguente considerevole svuotamento dei poteri oggi esercitati dal Parlamento. Cosa del resto che appare del tutto plausibile se dovessero essere accolte le richieste regionali.
Alberto Abrami

Caro professore,
un articolo perfetto. E’ ciò che sostengo anche io da qualche decennio a proposito del disastro rappresentato dalle Regioni, aspetto particolarmente chiaro a chi come me e lei, pur in situazioni diverse territorialmente, ma ugualmente tinte di rosso, ha potuto vedere da vicino quanto sia distruttivo l’uso politico che se ne è fatto.
C’è però un senso di impotenza che mi ha sempre portato a non sperare in alcun cambiamento ma piuttosto a rassegnarmi ad una lenta deriva, e questo a partire dagli anni Settanta, epoca appunto in cui sono partite le Regioni.
E ciò deriva dal fatto che, diversamente dai padri dell’unità, che capirono subito che il regionalismo avrebbe portato alla disintegrazione dell’Italia, i padri costituenti non si avvidero del pericolo e procedettero a prefigurare uno Stato regionalizzato a tutti gli effetti.
Una decina di anni fa andai a vedere un po’ da vicino quel che succedeva ai confini dell’Alto Adige (Cortina, S. Vito, ecc.), perché avevo avuto qualche sentore che si stava muovendo qualcosa, ebbene trovai un fermento impressionante, un anti-italianismo esplosivo e, soprattutto, un’invidia impossibile da contenere per i vicini che avevano tanti privilegi, a loro confronto.
Quel clima ha prodotto la richiesta di referendum e oggi l’autonomia, cui si dicono obbligati a realizzarla sia i 5S che la Lega.
Insomma non c’è scampo, visto che il PD non è molto diverso.
Non vedo quindi alcuna influenza possibile in questo momento a idee come quelle che esprime,. non hanno pubblico, e se si discute di spese folli, debito pubblico, ecc., a tutto ci si riferisce meno che all’origine di tutto ciò, anche perché con questa Costituzione il regionalismo oltretutto non è evitabile.
In conclusione, anche mettendo assieme 100 persone ben ferrate sull’argomento, cosa potrebbero fare?
Poco o niente, secondo me.
Cordialità – LPF