La sinistra alla ricerca di sé stessa dopo la batosta elettorale non riesce ancora a ritrovarsi, nel senso dell’elaborazione di una politica condivisa che possa ricuperare il consenso dell’ elettorato perduto con le ultime elezioni. Se si segue il dibattito interno al partito democratico sui giornali e, in particolare, su ” La Repubblica”, ci si rende conto di come essa rimanga ancora prigioniera del proprio dottrinarismo che le impedisce di avvertire i problemi concreti della gente. Si parla in generale degli errori del passato, ma si evita poi di individuarli per potervi porre rimedio. L’unico che ha messo in evidenza più di una volta, nei dibattiti televisivi, la confusione istituzionale esistente, è Cacciari che però ha avuto un seguito modesto.
Ci sono due cose che vanno assicurate ai cittadini prima di ogni altra, e dalle quali, se si vuole una comunità ordinata, non si può assolutamente prescindere : la sicurezza e il funzionamento della Pubblica Amministrazione. Due cose che nel dibattito della sinistra rimangono assenti perché, evidentemente ,si ritiene più importante dibattere i temi in astratto piuttosto che prospettarli in concreto , e comunque si tratta di temi, di certo interessanti , ma di scarso rilievo per una collettività che da troppo tempo ne sente parlare , come la lotta al razzismo, al fascismo , la solidarietà con i più deboli, il valore dell’ l’Europa e il principio di sussidiarietà, che da noi ha sortito l’effetto di rendere ancora più intraprendenti i partiti invece che i cittadini.
Della sicurezza ne parleremo un’altra volta commentando il recentissimo decreto -legge governativo una volta che sia stato convertito in legge, ora fermiamo l’attenzione sul funzionamento della Pubblica Amministrazione. Bisogna riconoscere che il Governo Renzi aveva avvertito come i servizi pubblici fossero scadenti e occorresse migliorarli a motivo della loro rilevanza pratica: un tentativo di riforma, quindi, l’aveva portato avanti mediante il varo di una legge di delegazione. Il fatto è che ancora non si è capito a quale risultato pratico la riforma è pervenuta, se non quello della soppressione del Corpo Forestale che è stato un pessimo servizio per la tutela delle foreste e per l’ambiente in generale. Si è potuto evidenziare, certo, che esistono pubblici dipendenti- soprattutto degli enti locali o ad essi equiparati- che, una volta firmato il cartellino, riescono, tuttavia, a sottrarsi ai loro obblighi; ma quanti di questi hanno subito le conseguenze dei loro comportamenti in violazione della legge e in danno, dell’interesse generale ?
Vi è ormai una remissività della gente che ha perso ogni fiducia nella politica e non ha più la forza di protestare anche perché non conoscendo il funzionamento delle Istituzioni si trova a doverle subirle senza alcuna reattività, pur avvertendo che funzionano male.
Eppure la baracca amministrativa aveva retto fino alla metà degli anni ‘90 del secolo scorso, nonostante che un regionalismo spinto avesse appesantito, piuttosto che snellirle ,come era nei voti, le procedure. La situazione incominciò a precipitare quando si dette luogo, in modo del tutto inopinato, da parte della sinistra allora al potere, ad una serie di decreti che ebbero l’unico l’effetto di “strappare” competenze allo Stato- dove ben funzionavano ,anche se ovviamente il loro esercizio poteva essere migliorato- con il fine di trasferirle agli Enti locali, ossia al regime dei partiti. Questi ora la potevano fare da padrone senza curarsi se i servizi offerti funzionavano, o meno. Quello che contava era l’avere effettuato il decentramento autonomistico togliendo funzioni allo Stato: l’efficienza del servizio diveniva un fatto secondario.
Tale era il modo di pensare del protagonista di quella riforma, il Ministro della Funzione Pubblica, Franco Bassanini, che ebbe a dichiararsi convinto autonomista e che portò sulle sue tesi tutto il suo partito senza che vi fosse al suo interno il minimo dibattito. Su cosa riposasse tanta fiducia negli Enti locali rimane però sconosciuto se non per una valutazione tutta ideologica che negava l’esperienza.
Questo decentramento amministrativo effettuato mediante legge ordinaria era , comunque, l’inizio di una deriva istituzionale che ebbe la sua consacrazione con la riforma del titolo V della Costituzione realizzata dalla stessa sinistra con la legge costituzionale n.3 del 2001 con la quale viene ribaltato il pensiero del Costituente il quale aveva visto nelle Regioni un ente a competenza numerata in relazione ad un elenco tassativo di materie. Con la nuova Costituzione non sarà più così, poiché allo Stato vengono attribuite un numero determinato di materie di competenza esclusiva, mentre aumentano a dismisura le materie dove la Regione esercita la competenza concorrente con lo Stato. Ogni altra materia non riservata espressamente allo Stato, o a livello di competenza esclusiva o di competenza concorrente, diviene di competenza esclusiva regionale, sicché si può affermare che nella nuova Costituzione lo Stato si configura come un ente a competenza numerata e la Regione un ente a competenza generale.
Se lo Stato nelle materie appartenenti alla competenza concorrente può esercitare una legislazione relativa soltanto ai principi generali della materia, i contenuti di maggior dettaglio appartengono alla competenza regionale , come pure divengono di competenza delle Regioni, ossia sono trasferiti alle Regione, per il principio del parallelismo tra funzione legislativa e funzione amministrativa ,gli uffici e il personale statale, destinati ora a dare attuazione alle disposizioni normative regionali. E’ la conseguenza della regionalizzazione della materia, ma costituisce anche il problema che rende complesso e rallenta l’esercizio del potere esecutivo- come diremo fra poco- ogni volta che lo Stato si trova a dovere normare una materia di competenza concorrente con la Regione , ma andando ben oltre ,come per lo più accade, la fissazione dei principi generali della materia che dovrebbero costituire il limite all’intervento statale. Addirittura ciò si verifica anche in materie dove la Regione ha una competenza esclusiva, come è accaduto di recente con la normativa forestale. E’ questa una legislazione che lo Stato emana, si badi bene, in surroga dell’inerzia regionale e, non di rado, con il consenso delle stesse Regioni a, a riprova di quanto, con tanta superficialità, fosse stato sopravvalutato il loro ruolo nella riforma del titolo V della Costituzione, allorché sono state regionalizzate a dismisura una serie di materie prima appartenenti allo Stato. Vale la pena ricordare a questo riguardo che non più di cinque anni fa Il Ministero dei beni culturali ha provveduto a mutare la propria denominazione in “Ministero dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo”, quando la materia del turismo, in seguito alla riforma costituzionale del 2001 appartiene alla competenza esclusiva delle Regioni , ma dalle quali non c’è stata alcuna reazione.
A questa normazione, della quale ora si è detto, lo Stato non è però in grado di dare attuazione attraverso i propri uffici periferici essendo divenuti regionali con la regionalizzazione della materia , come sopra si è detto. E’, quindi, gioco forza rivolgere il precetto normativo alle Regioni, che sono titolari della materia, affinché provvedano alla sua esecuzione. Queste però nel formare il provvedimento amministrativo non rinunziano a dire la loro- che altrimenti sarebbero dei terminali dello Stato, chiamando in causa, non infrequentemente, l’ente locale avente la giurisdizione territoriale. A questo punto tutto si è già complicato ed al cittadino che crede di vivere in uno Stato ordinato non rimane che stare in paziente attesa.
Alberto Abrami

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