Il 30 Aprile del 1993, uno ‘scanzonato’ gruppo di attivisti del Partito Comunista, con l’accompagnamento sonoro di ‘Guantanamera’ si esibì nel provocatorio lancio delle monetine contro il segretario del Partito Socialista Craxi, nei pressi di Piazza Navona. Probabilmente gli attivisti comunisti, presupponevano che a valle della “caduta del Muro”, il loro gesto servisse sia a manifestare l’ignominia popolare per l’odiato nemico ‘socialdemocratico’, rimandando al mittente la sua ‘strumentale’ profezia e in contemporanea, di rendere il Paese edotto che una nuova classe politica, intonsa di potere, era pronta a realizzare quel cambiamento, che i poveri italiani avevano, sin lì, atteso invano.
Quell’evento, per la verità un po’ snobbato dalle firme illuminate della cronaca politica, per la spinta delle ‘2 P’: Procure e Piazze, diventò, come evidenzia Giovanni Orsina nel suo fondo su La Stampa, ‘il simbolo di Tangentopoli e Mani Pulite e del collasso rovinoso della Repubblica dei Partiti’, forse non proprio di tutti, come dirà la storia.
Ma quale fu l’infausto vaticinio che Craxi aveva ‘solennemente’ pronunciato in Parlamento in riferimento al dibattitto sull’autorizzazione a procedere provocato dalla ‘Rivoluzione di Mani Pulite’ ? ‘Una rivoluzione; può darsi’. Però allora è bene essere consapevoli che una rivoluzione è di per sé sempre una grande incognita e una grande avventura. Ma una rivoluzione senza un ceto organico di rivoluzionari è destinata solo a distruggere ed a preparare un fallimento certo ’ . Aggiungendo, in riferimento agli eccessi di quei giorni, ‘ e la violenza, non può far altro che generare violenza nei giudizi, nei sentimenti, nelle passioni e negli animi’.
A distanza di un quarto di secolo, non si può non riconoscere a Craxi, la capacità di aver saputo leggere la dinamica degli eventi, e parafrasando Jannacci, ‘il vedere l’effetto che fa’.
Per un quarto di secolo, la ‘2P’ è sempre stata in servizio permanente ed effettivo, e il suo fine era ed è la delegittimazione della politica, e più o meno consapevolmente, ci si prodigata più di a distruggere credibilità che a costruirne di nuova.
‘Con gioia feroce’, sottolinea Orsina, nell’ultimo quarto di secolo abbiamo distrutto partiti, istituzioni, regole, reputazioni, rispetto e gran parte dello straccio di tessuto civico che con fatica immane eravamo riusciti a ordire dal Risorgimento’
Di nuovo non si è costruito niente, anzi si è fatta maggiore confusione, come emerge dal convulso dibattito post elettorale, in cui i vincitori ‘senza vittoria’, pretendono il trofeo, e i perdenti ‘senza sconfitta’ pretendono di doversi deresponsabilizzare a priori, e quindi a chiamarsi fuori da ogni responsabilità.
L’architettura della democrazia rappresentativa, pervicacemente conservata dai vincitori, nella sua funzionalità formale, a discapito di ogni esigenza di reale funzionamento, non predefinisce vincitori o vinti di tappa, solo le democrazie bipolari e maggioritarie certificano vincitori e vinti. Il sistema da noi adottato, dovrebbe imporre a ciascuna forza politica il rispetto del mandato elettorale ricevuto dai suoi elettori, che da noi troppo spesso è considerato una variabile, ma impone anche un senso di responsabilità collettivo che deve essere esplicitato nelle sue possibilità e nei suoi limiti invalicabili..
Mentre di qua e di là dell’Atlantico, la guerra commerciale divampa, e quella guerreggiata a Sud del mediterraneo non sembra poter incontrare limitazioni, in Italia la ‘2 P’ si appresta a istituzionalizzarsi, facendosi forte anche delle ‘irresponsabilità costituzionali’ ampiamente promosse e contenute nei programmi elettorali, non solo dei rivoluzionari.
In un prolungato sistema di carenze e di ingiustificabili deleghe di responsabilità, dell’esercizio del potere, la magistratura ha ampiamente e pericolosamente riempito il vuoto, ed oggi la sua componente più radicale, quella delle procure, di sponda con la mutata composizione parlamentare, si lancia alla scalata del Consiglio Superiore della Magistratura.
La ‘D2’, di Davigo e Di Matteo, ha costituito una nuova corrente ‘politica’ : Autonomia e Indipendenza’ , che hanno il forte sospetto voler essere autonomia e indipendente dalla sacralità dei principi di Montesquieu, e di predisporsi per una nuova stagione di inquisizioni per normalizzare la politica.
Forse più che una falsa disputa tra, chi ha vinto e chi ha perso, la vera riflessione generale da farsi, è quella di mettere il Paese di fronte ai propri difetti nazionali ed alle proprie responsabilità; ai nostri antropologici difetti si aggiungono le drammatiche complessità internazionali, che proprio come ha dimostrato la grande crisi del 2008, trovano la faglia più friabile nelle nostre debolezze e nell’assenza di coraggio di fare quelle riforme condivise che servono, preferendo invece soggiacere all’avventurismo di rivoluzioni ‘senza un ceto organico ’ in grado di indirizzarle.
Mimmo Merlo (lavocemetropolitana.it)

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