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In mancanza di un De Gasperi meglio un governo di tutti che tornare al voto subito

Non è sul voto sì o voto no che merita di concentrare la nostra attenzione, quanto sulla accettabilità o meno di un governo che, si dice, non sarebbe uscito dalle urne.

di Enrico Cisnetto | 23 Aprile 2018

Sono passati settant’anni dal 18 aprile 1948 e da quelle prime elezioni politiche dell’Italia repubblicana. L’anniversario cade nel mezzo di un’impasse che impedisce al Paese di avere un governo nella pienezza dei poteri. E non è sfuggito agli osservatori più attenti lo stridore del confronto tra la condizione odierna e la scelta dell’allora Democrazia Cristiana, che pur uscita trionfante nel voto che la contrapponeva al Fronte Popolare di comunisti e socialisti, al punto da avere da sola la maggioranza assoluta dei seggi, decise di cementare un’alleanza con i partiti atlantici formando una maggioranza di governo allargata. Cosa che le consentì, tra le altre cose, di risolvere molte sue contraddizioni interne e superare alcuni limiti evidenti, facendo di conseguenza il bene del Paese. Purtroppo la lungimiranza di Alcide De Gasperi si è andata perduta ormai da (troppo) tempo. Si pensò all’inizio degli anni Novanta di surrogarla optando per il sistema maggioritario. Ed è per questo che oggi è opportuno ricordare anche un altro 18 aprile, quello del 1993, quando i Radicali di Marco Pannella e il comitato capitanato da Mario Segni (che già ci aveva provato due anni prima) portarono gli italiani a votare il referendum che dismise il sistema proporzionale aprendo la strada, qualche mese dopo, alla legge che porta il nome dell’attuale Capo dello Stato (75% maggioritaria e 25% proporzionale). Passato un quarto di secolo esatto, siamo in certa misura tornati indietro (le percentuali dei due sistemi si sono rovesciate) prendendo atto – meglio tardi che mai – del fallimento della stagione maggioritaria. Ma non lo abbiamo fatto pienamente – mettendo in campo una legge elettorale orrenda – ma soprattutto senza aver minimamente recuperato la cultura politica e istituzionale di 70 anni fa.

È per queste ragioni che oggi ci troviamo di fronte ad un dilemma tanto falso quanto ansiogeno, che sembra mettere in forse nientemeno che la nostra democrazia. E siccome non è cosa da poco, e a sollevarlo non sono (solo) i soliti populisti da strapazzo, ma fior di intellettuali, ecco spiegato perché ce ne occupiamo. Allora, a quasi 50 giorni dalle elezioni, a questo punto il rebus politico italiano sembra poter avere due sole soluzioni, corrispondenti ad altrettanti sbocchi realmente praticabili: un governo del presidente con tutte le forze politiche chiamate a farne parte, o l’immediato ritorno alle urne. Sono diversi, qualificati e crescenti di numero coloro che giudicano inaccettabile l’opzione del “governo di salvezza nazionale”, e di conseguenza chiedono che il Capo dello Stato, una volta accertata l’impossibilità di dar vita ad un governo politico quale che sia, sciolga le camere e convochi le elezioni. A giugno o, al massimo, a settembre. Però, nel primo caso le uniche “finestre” possibili sono lo scioglimento il 2 maggio per il voto al 17 giugno oppure una settimana dopo il 9 maggio e il 24 giugno, ma considerato che il 28 e 29 giugno è convocato un consiglio europeo a cui giustamente Mattarella vorrebbe arrivare con un esecutivo nel pieno delle funzioni, ed essendo impensabile votare a luglio o agosto, ecco che arrivare a settembre sarebbe quasi inevitabile. Tuttavia, al di là dei problemi di calendario, non è sul voto sì o voto no che merita di concentrare la nostra attenzione, quanto sulla accettabilità o meno di un governo che, si dice, non sarebbe uscito dalle urne.

Così, per esempio, si è espresso Ernesto Galli Della Loggia, che a Roma Incontra non ha avuto mezzi termini: “un governo del presidente sarebbe una grave lesione della democrazia, se non ci sono le condizioni perché chi ha vinto le elezioni riesca a formare una maggioranza, si torni al voto, e vedrete che anche con questa legge elettorale i numeri ci saranno”. Lo storico ed editorialista del Corriere della Sera precisa che a lui personalmente un esecutivo Di Maio-Salvini non piacerebbe affatto, ma sostiene che gli elettori hanno ragione per definizione e quindi occorre rispettare la volontà popolare qualunque essa sia e comporti. Della stessa opinione ci è parso essere un intellettuale liberale che stimiamo, Dino Cofrancesco, che ha scritto “se il disegno del governo del presidente fosse effettivamente concepito, allora il problema fondamentale diventerebbe quello di salvare la democrazia in Italia”. Un’affermazione forte, a fronte della quale è poi inevitabile dire, come Cofrancesco fa, che “poco importa” la combinazione di governo (5stelle-Lega o 5stelle-Pd) perché “l’una o l’altra soluzione rispecchiano la volontà del popolo sovrano e scongiurano quella democrazia sotto tutela (per un popolo immaturo) che affida il governo a pretese risorse della Repubblica che nessuno ha eletto”. Anche lui, come Galli della Loggia, precisa che si tratterebbe di soluzioni a lui non gradite rispetto alle quali “resterebbe all’opposizione”, ma con la soddisfazione di “veder rispettate le regole del gioco”.

Per carità, capiamo il ragionamento, ma ci permettiamo tuttavia di obiettare. In primo luogo, le elezioni con ci hanno consegnato vincitori. Nonostante le reiterate affermazioni in questo senso, non lo sono né i 5stelle né la coalizione di centro-destra, per il semplice motivo che non hanno un’autonoma maggioranza a Camera e Senato. Dunque non c’è una chiara volontà degli elettori cui far discendere il (sacrosanto) diritto democratico di rispettare i vincitori. Si obietta: più della metà dei votanti ha scelto 5stelle e Lega, dunque la volontà degli elettori è chiara. Chiara? Quei due partiti non si sono presentati alleati, anzi uno, la Lega, lo era con altri che ora vengono definiti “il male assoluto” dai pentastellati (solo da alcuni, è vero, ma in grado di condizionare Di Maio). E non hanno affatto detto agli italiani che dopo le elezioni, in caso di necessità, si sarebbero potuti alleare. Anzi, a chi – come noi – diceva che ci si sarebbe aspettati questa alleanza, hanno dato del fantasioso quando andava bene e del mestatore nel peggiore dei casi. In tutti i casi, ciò che taglia la testa al toro è che è stato dato loro tutto il tempo (fin troppo) per trovare un’intesa, ci hanno provato ma non ci sono riusciti. E per di più per motivi interni: Di Maio perché sarebbe stato trucidato dai suoi se avesse accettato Berlusconi, così come Salvini avrebbe perso pezzi (oltre a non riuscire ad aggiungerne altri) se avesse mollato al suo destino Berlusconi. Ergo, non solo non è colpa di chi suggerisce strade alternative se le cose stanno così, ma le cose stanno così per il combinato disposto tra il risultato del voto del 4 marzo e la totale assenza di “cultura delle alleanze” che contraddistingue tutti i protagonisti di questa (cattiva) congiuntura politica.

Naturalmente né Galli della Loggia né Cofrancesco, che qui abbiamo preso come campioni di un certo orientamento, si sognano minimamente di cavalcare la demagogia imperante secondo cui gli elettori non contano un piffero perché la nostra “democrazia” – le virgolette servono a dire che è tradita – deve prima soddisfare Bruxelles, confortare Berlino e Parigi, rassicurare i mercati e le agenzie di rating, placare Washington e arruffianarsi Mosca. Ma anche questo “pensiero sottile” contribuisce a condire il brodo delle elezioni anticipate. Perché la logica è: se nessuno ha una maggioranza autonoma e nessuno si allea con nessuno per farne una composita, altro non resta, se si vuole essere rispettosi della democrazia, che andare al voto. Mentre cercare di trovare comunque una soluzione, spingendo tutti a sostenere un esecutivo di tutti guidato da una personalità che non esca dal crogiolo dei leader (sic), è cosa anti-democratica. Anche se quell’eventuale governo dovesse trovare – e non può non trovarlo, altrimenti non nasce – i voti in parlamento per nascere. Ma non siamo forse una democrazia parlamentare? E non è dunque in quelle aule democraticamente elette – che gli italiani hanno voluto restassero due – che deve trovare il consenso un governo per avere vita? Perché allora bollare di sopruso anti-democratico l’eventualità che nasca un governo come quello descritto? Si potrà dire che non piace, si potrà suggerire ai partiti di non assicurargli il voto in parlamento, si potrà sostenere che è meglio il voto, ma non si può considerarlo un tradimento della democrazia.

Enrico Cisnetto

Pubblicato in : EditorialeTag: agenzie di rating, alcide de gasperi, anni, berlusconi, bruxelles, capo dello stato, consenso, corriere della sera, cultura politica, de gasperi, demagogia, democrazia, elezioni, elezioni politiche, fallimento, galli della loggia, governo, lega, legge elettorale, marco pannella, mercati, orientamento, pannella, parigi, parlamento

Info Enrico Cisnetto

Editorialista economico e opinion leader, da anni studio e descrivo i processi di cambiamento del capitalismo italiano e internazionale, soprattutto in relazione alle dinamiche politiche. Già direttore di diverse testate della Rusconi, vicedirettore del quotidiano l’Informazione e vicedirettore del settimanale Panorama, svolge un’intensa attività di editorialista per Il Messaggero, Il Foglio, Il Gazzettino di Venezia, La Sicilia di Catania, Liberal e Il Mondo. Cura una rubrica quotidiana nella trasmissione radiofonica Zapping (Rai Radio1) ed è spesso ospite delle trasmissioni di approfondimento e telegiornali di Rai, Mediaset, Sky, La7. Presidente di “Società Aperta”, è direttore responsabile del quotidiano on-line TerzaRepubblica.it

Interazioni del lettore

Commenti

  1. Cecco Sanese

    23 Aprile 2018 alle 23:18

    Governo di tutti ? Tutti chi ? Escludiamo tutti quelli che hanno già provato ! Cioè niente , Monti ,Prodi,Letta ,Berlusca o Renzi . Anzi mettiamoli fuori da un parlamento dove si sono autonominati. TUTTI A CASA !

    Rispondi

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