Giorgio Galli compirà novantanni a febbraio.
Insieme a Mario Caligiuri, docente all’Università della Calabria, ha appena pubblicato, per Rubbettino, “Come si comanda il mondo – teorie, volti, intrecci”.
E’ un libro straordinario.
In 150 pagine e 12 importantissime appendici gli autori ci offrono un contributo preciso, analitico, motivato della mappa del potere reale che oggi permea tutti i paesi, al di là delle apparenze.
Altro che Trump, Putin, Merkel, Xi Jinping.
Il mondo è comandato da 50 società multinazionali gestite da 65 persone.
L’elenco delle 50 imprese, tutto sommato, non presenta soverchie sorprese: al primo posto c’è Barclays, al quarto Axa, al sesto JP Morgan Chase, all’ottavo UBS, al nono Merrill Lynch, al dodicesimo Deutsche Bank, al quattordicesimo Credit Suisse, al diciottesimo Goldman Sachs; seguono Morgan Stanley (21°), Mitsubishi (22°), Société Générale (24°), Bank of America (25°), Allianz (28°), Lehman Brothers (toh, chi si rivede! 34°), Nomura (38°), Unicredit (43°), BNP Paribas (46°) e China Petrochemical (50°).
Le imprese con sede negli USA sono ben 24, quelle ubicate a Londra 8, le francesi 5, 4 le giapponesi, 2 le svizzere, le tedesche e le olandesi, 1 la cinese ed 1 l’italiana.
La grande sorpresa è costituita dall’elenco ragionato dei 65 uomini più potenti del mondo, compilato in ragione dei ruoli che gli stessi ricoprono nelle 50 imprese sopra menzionate.
Ai primi dieci posti siedono James Staley, John Mcfarlane, Timothy Armour, Brian B. Hogan, Thomas Buberl, Denis Duverne, Joseph Hooley, Jamie Dimon, Sir John Kingman e Nigel Wilson. Seguono altri 55 illustri sconosciuti (gli italiani sono due, Lorenzo Bini Smaghi – 29° – e Giuseppe Vita – 56°).
Non credo che questi nomi dicano granchè al grande pubblico, e neppure alla fascia più acculturata di chi legge giornali e libri.
Questo è il punto cruciale.
Nel 20° secolo, gli uomini più importanti nel mondo, da Hitler a Stalin, da Roosevelt a Mao incarnavano delle visioni del mondo in profondo contrasto fra loro.
Da ciò derivavano precise conseguenze in ordine alla gestione dell’economia dei loro paesi e del mondo intero.
Oggi le ideologie sembrano scomparse (guai a cercare di distinguere ancora “destra” da “sinistra”, vieni considerato obsoleto, fuori del tempo, vecchio).
La globalizzazione ha tolto molto del potere reale ai singoli stati.
Comandano le multinazionali, specie quelle che si occupano di finanza, di banche e di comunicazione.
A questo ultimo proposito, Galli e Caligiuri segnalano che Vanguard Group – 8° in classifica fra le imprese più potenti del mondo – è la principale azionista di Google, Facebook, Apple, la prima anche in Amazon, nonché la seconda in Coca Cola).
Ma che cosa pensano i nuovi padroni del mondo?
Nessuno glielo ha (ancora) chiesto.
Da quello che si vede, a nient’altro che fare denaro, sempre di più, per sé (prima di tutto) e per le imprese di cui sono a capo (soprattutto come CEO).
Dopo qualche anno, ciascuno di loro cambia: diventa docente ad Harvard, piuttosto che ministro del tesoro, o presidente di una banca.
Anche le imprese cambiano: esaurito lo slancio speculativo di un settore, scompaiono ed i manager ricompaiono da un’altra parte, verso nuove avventure.
Karl Popper, nell’ormai lontano 1996, ha scritto che il problema del momento era come controllare chi comanda.
A più di vent’anni di distanza, il tema è ancora più attuale, ma non si vede all’orizzonte alcuna seria proposta.
Pippo Amoroso (http://www.mu-me.it)

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