Pechino pretende il possesso dell’isola-Stato Taiwan ma non accetta che il mondo rivendichi per i tibetani un territorio di cui i cinesi – secondo molti osservatori – si sarebbero impadroniti impunemente. Come è possibile una simile, sfacciata ipocrisia da parte di Pechino? La Cina continentale vuole il Tibet, ma quali sarebbero i motivi per rivendicarne la legittima proprietà? Possibile che il Governo cinese capisca solo la parola “prendere” e sia allergico alla parola “lasciare”? So che Pechino è da tempo ai ferri corti con Tokyo per il possesso delle isole Senkaku. Di recente, poi, è riuscita a coprirsi di ridicolo in una disputa internazionale circa la giusta distanza dalla costa delle acque sotto la propria giurisdizione creando isolotti artificiali capaci di estenderla di molto. E non è finita qui: in una contesa con Manila circa il possesso di isole ricche di petrolio nei pressi dell’arcipelago filippino, Pechino si considera nel giusto per una questione storica, perché i primi a scoprirle – a suo parere – furono degli esploratori cinesi. Insomma, come dire che l’Italia, o perlomeno Genova, potrebbe rivendicare la proprietà delle Americhe dato che le ha “scoperte” Colombo! Considerata la fiacchezza delle critiche dell’attuale comunità internazionale nei confronti della Cina, mi chiedo se non occorra scomodare Cicerone, e domandare a Pechino sino a quando intenda abusare della pazienza del resto del mondo. E chiederglielo magari proprio in lingua originale – “Quo usque tandem abutere, Pechino, patientia nostra?” -: infatti, se alle lingue moderne la Cina sembra proprio non voler prestare ascolto, forse ad una antica, e di tale blasone, potrebbe rivolgere un po’ di attenzione…
Fabrizio Amadori

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