Quando dieci anni fa proponemmo di riaprire gli otto chilometri dei Navigli, chiusi dopo il 1929, per ricostruire l’intera rete dei Navigli lombardi, sapevamo benissimo quale fosse l’obiettivo generale dal punto di vista urbanistico ed economico.Un cambiamento strategico per Milano e la qualità della vita dei suoi cittadini. Non una stravaganza architettonica di cui Milano si è già fin troppo avvelenata negli ultimi decenni. Non un’opera di architettura come “novità estetica” per non cambiare nulla, ma un’idea ragionata di città e per la grande città Lombardia. Un progetto per costruire un diverso destino di Milano nel tempo lungo. Un progetto per una Milano dialogante con la sua storia e costruire un futuro non casuale.La riapertura dei Navigli non asseconda quindi il desiderio antiquario di recuperare un ambiente perduto e non è solo la volontà di costruire un nuovo paesaggio: è molto di più. E’ la chiave per conseguire un futuro in cui Milano sia tra le capofila delle città avanzate per l’innovazione. Perché il futuro non aspetta. Un solo esempio: come ha scritto recentemente l’architetto Giorgio Goggi, tutte le grandi città tentano di proteggere dal traffico i centri storici in vari modi basati sulla lotta all’inquinamento e su varie forme di pedaggio. Tuttavia la situazione sta cambiando velocemente: oggi nel mondo sono già in vendita auto elettriche competitive con quelle a motore endotermico, auto all’idrogeno a emissioni zero e il loro uso si diffonderà prima di quanto non s’immagini. L’allargamento delle aree urbane renderà i centri storici appetibili per lavoro, svago e cultura a masse sempre più ampie di cittadini, e questo renderà sempre più necessaria la protezione delle aree centrali delle città.Si avvicina quindi il tempo in cui i centri storici dovranno decidere come funzionare come “città senza veicoli”.Per stare all’attualità del dibattito che si è aperto con la discussione in Consiglio comunale e le proposte del sindaco Sala, bisogna rispondere alla domanda: costa troppo o poco? Riaprire i Navigli è una priorità o no? Intanto il costo in sé non è elevato (stiamo parlando di un costo pari a due/tre chilometri di metropolitana), ma soprattutto riaprire i Navigli non deve essere considerato un costo ma un investimento con benefici economici che potranno essere “catturati” per sostenere le spese di costruzione e di gestione. Un grande investimento produttivo, con importanti vantaggi per la collettività. E’ ciò che anche noi, come il Politecnico, siamo impegnati a dimostrare. Il progetto, adesso, deve essere quindi sviluppato dal punto di vista delle sue problematiche economico-finanziarie, con l’obiettivo da un lato di individuare le opportunità per le quali l’opera possa essere finanziata anche nel quadro di un partenariato pubblico-privato e dall’altro possa non gravare, se non in minima parte o per nulla, sul bilancio comunale di Milano e sulla fiscalità generale. In questa logica non deve essere considerata come una normale opera pubblica da finanziare con le risorse a disposizione e in cassa, un pezzo alla volta, ma utilizzando modelli innovativi di finanziamento non ancora esplorati. Oggi, quindi, la questione prioritaria è la definizione di un completo quadro economico che comprenderà pertanto sia la valutazione dei costi e dei benefici, sia l’individuazione dei possibili ricavi. Anche da questo punto di vista, il dibattito sulle priorità non ha senso. Tenendo conto che questo investimento ha fattori moltiplicatori di ricchezza e ricadute interessanti sul piano occupazionale, riaprire i Navigli è un’opera “giusta” anche socialmente.
Roberto Biscardini

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