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Sinergie culturali: Acqui Terme e San Remo sommano le forze

La prima manifestazione è in programma al Teatro del Casinò martedì 26 settembre, con la partecipazione di Stefano Zecchi, vincitore dell’Acqui Storia.

di Aldo A. Mola | 25 Settembre 2017

Il 20 settembre Camillo Cavour è stato rievocato a Santena. Una lapide ricorda che il Castello fu elevato a Monumento nazionale, come la Casa di Vittorio Alfieri ad Asti e altri tre edifici storici in Piemonte. “Monumento” non significa reliquia inerte, ma “ammonimento”: insegnamento vivo e attuale. Lo hanno ricordato il presidente della Fondazione Cavour, Nerio Nesi, “testimone del tempo” al Premio Acqui Storia (sabato 21 ottobre all’“Ariston”, nella città della Bollente), Luigi La Spina e gli altri relatori, concordi che il “politico vero” è una persona “competente”, che assume il ruolo pubblico conscio della responsabilità dinnanzi ai cittadini, al Paese e, diciamolo, alla Storia. Sennò è meglio per tutti che continui a fare il suo mestiere, se ne ha uno. Da ragazzino Cavour annotò che avrebbe presieduto il governo d’Italia. Ci arrivò. Studiando, viaggiando all’estero, progettando, sperimentando di persona il futuro programma economico dell’Italia nascente. Sulla fine del 1850 Cavour assunse il ministero dell’Agricoltura, vacante per la morte di Pietro de Rossi di Santa Rosa (gli furono negati i conforti religiosi perché non ritrattò il voto a favore delle leggi Siccardi, che parificarono il clero dinnanzi alle leggi: quella era la chiesa di Roma).  Cavour aveva alle spalle le cure dedicate alle terre di famiglia a Grinzane e a Leri, trasformate in aziende agricole d’avanguardia nella viti-vinicoltura e nella risicoltura. Per migliorare la concimazione mentre per motivi bellici dal Cile non arrivava il guano ordinariamente utilizzato promosse a San Pier d’Arena il primo stabilimento per la produzione di fertilizzanti chimici. Seguì con attenzione i Congressi degli Scienziati Italiani ideati da Carlo Luciano Bonaparte, principe di Canino. Era l’Italia di Ascanio Sobrero, inventore della nitroglicerina, un Paese geniale e competitivo perché si fondava, appunto, sulla competenza della classe dirigente: non una manciata di ambiziosi, arroganti e arruffoni ma migliaia di studiosi collegati l’uno con l’altro e a continuo contatto con l’estero per il progresso civile dei connazionali.

L’elevazione del Castello di Santena a monumento nazionale indicò la continuità tra il governo presieduto da Luigi Luzzatti (economista di fama universale e ideatore della Lega monetaria, che antivide la necessità di una moneta unica europea) e quello di Giovanni Giolitti, tornato per la quarta volta alla presidenza del Consiglio. Il 27 marzo 1911 Luzzatti celebrò il cinquantenario della proclamazione di Roma capitale d’Italia e si dimise subito dopo; Giolitti assunse la regia delle grandi manifestazioni del cinquantenario del regno, culminate con lo scoprimento della statua equestre di Vittorio Emanuele II all’Altare della Patria e con l’Esposizione di Torino, orchestrata da Teofilo Rossi di Montelera, come narrato da Tomaso Ricardi di Netro nel volume a più mani edito dal Centro Studi Piemontesi.

“Competenza” era l’insegna che accomunava l’intera dirigenza dell’epoca, a prescindere dalle opzioni dottrinarie e partitiche. L’antica Regione Liguria disegnata da Augusto (dal mar Ligure alla riva destra del Po) ne era esempio. Si andava da Ventimiglia, rappresentata da Giuseppe Biancheri, diciotto volte presidente della Camera dei deputati, esponente della Sinistra democratica in gioventù, poi conservatore, a suo nipote, Orazio Raimondo, socialista, affiliato alla locale loggia massonica “Giuseppe Mazzini” (come il floricoltore Mario Calvino) e sindaco di San Remo. In “Uno, cento, mille Casinò di San Remo, 1905-2015” (Ed. De Ferrari) Marzia Taruffi, direttrice dell’Ufficio Cultura, documenta che Raimondo puntò sul Casinò quale volano per l’economia non solo della città ma dell’intero Ponente ligure, perché esso avrebbe attratto investimenti e migliorato i collegamenti in un’ottica europea. Il turismo avrebbe accelerato la modernità attraverso le scienze. La realizzazione del progetto richiese tempo. La Grande Guerra si mise di traverso.

Al di là degli Appennini liguri stava intanto lievitando un’altra importante  centrale di turismo qualificato, fondata sulla valorizzazione delle risorse del territorio: Acqui Terme. Il suo patrono era Giuseppe Saracco (Bistagno, 1821-1907). Di famiglia piccolo borghese, consigliere comunale di Acqui nel 1853 e sindaco dal 1858, deputato dal 1849 al 1865, ministro dei Lavori pubblici fu nominato senatore regio e vitalizio, stretto collaboratore di Urbano Rattazzi e di Quintino Sella, nel 1887 rifiutò la presidenza del Consiglio in successione a Depretis. Nuovamente ministro dei Lavori pubblici nell’ultimo governo Crispi (1893-96) e presidente del Senato dal 1898, alle dimissioni di Pelloux presiedette il governo. All’assassinio di Umberto I (29 luglio 1900), mentre il trentunenne Vittorio Emanuele, principe di Napoli, era in navigazione nell’Egeo con la consorte Elena di Montengro, l’ottantenne Saracco resse la somma dei poteri. Cavaliere della SS. Annunziata, si dimise nel febbraio 1901, dopo aver impostato le riforme poi attuate dal governo Zanardelli-Giolitti. È tuttora in attesa di una biografia scientifica. Dovrebbe essere la storia della grande dirigenza dell’Italia unita, impostata da “Il Parlamento Italiano, 1861-1992” (ed. Nuova Cei) che si fermò al 23° volume per insipienza di  chi doveva provvedere al suo completamento, come spesso accade in Italia.

Nella 27^ dispensa del primo volume di “La Patria” pubblicato dalla UTE di Torino l’insuperato Gustavo Strafforello descrisse Acqui in pagine entusiastiche. Capoluogo di circondario, la città andava orgogliosa dello Stabilimento Nuove Terme. Sue attrazioni erano le rovine del grandioso acquedotto romano sul Bormida e la fontana “La Bollente” che sgorga “con impeto per due tubi di bronzo da una rupe calcare” ed era utilizzata dagli abitanti per usi domestici. Saracco ottenne la ferrovia Asti-Acqui-Ovada-Genova (meriterebbe più attenzione, come tutte le linee secondarie”: le più utili al traffico minuto se si vogliono alleggerire “autostrade” che tali sono solo per il pedaggio, non per quello che offrono…) e il trasferimento dal governo al Comune dello Stabilimento Civile dei Bagni, propugnato da Saracco sin dal 1868.

Le Terme fiorirono dopo la Grande Guerra, quando ospitarono congressi medici di rilievo anche internazionale e furono meta di turismo stanziale di qualità e di importanti iniziative culturali. Il suo  splendore è documentato da monumenti insigni come Villa Ottolenghi, ove viene celebrata la premiazione dell’Acqui Ambiente, presieduto come l’Acqui Storia da Carlo Sburlati, saggista a volte polemico perché, scrisse Eraclito, “essere è guerra”.

Ora Acqui e San Remo uniscono le forze in un progetto culturale sinergico. La prima manifestazione è in programma al Teatro del Casinò martedì 26 settembre, con la partecipazione di Stefano Zecchi, vincitore dell’Acqui Storia per il romanzo storico e dell’Acqui Ambiente, di Sburlati e di Marzia Taruffi, che illustrerà il denso programma dei Martedì Letterari, scandito da ospiti insigni quali Louis Godard, introdotto da Maria Teresa Verda Scajola, su “Dall’antica alla nuova via della seta”, l’editorialista del “Corriere della Sera” Angelo Panebianco, il procuratore della Repubblica di Catanzaro Nicola Gratteri, affiancato da quello di Imperia, Grazia Pradella. Interverranno anche Marisa Bruni Tedeschi (sessant’anni di storia in “Care figlie vi scrivo”), Dacia Maraini e Nicola Gardini, che evocherà Ovidio a duemila anni dalla morte: un programma ricco e vario, nel ricordo, anche, di Luigi Pirandello, legatissimo a San Remo, e del decreto che il 22 dicembre 1927, novant’anni orsono, segnò la seconda nascita del Casinò, come documenta Marzia Taruffi in un Quaderno di imminente pubblicazione.

Nel centenario della Vittoria del 4 novembre 1918 San Remo e Acqui sommeranno le forze in iniziative convergenti: la memoria storica non è contemplazione inerte di eventi trapassati, ma alimento dell’azione presente, che richiede le doti esemplate dalla dirigenza del secolo virtuoso che unificò l’Italia e la elevò a Paese di rango europeo: non “Italietta” ma Grande Italia, vegliata sul confine italo-francese dalla Regina Madre, Margherita di Savoia, cantata da Carducci in “Eterno femminino regale” e meta di un “pellegrinaggio culturale” da rivisitare criticamente.

Il Premio Acqui Storia 2017 dà un’ indicazione precisa con i vincitori della sua 50^ edizione. Di respiro internazionale. Con serenità e libertà di giudizio la giuria della sezione scientifica ha premiato “Italia 1866. Storia di una guerra perduta e vinta” dello storico francese Hubert Heyriès (ed. il Mulino): studio acuto e accurato che intreccia vicende politiche, diplomatiche, militari e ci ricorda che l’Ottocento fu il secolo della formazione delle Nazioni in Stati, come avvenne in Italia e in Germania. Nella stessa epoca emersero Romania e Bulgaria. Quel processo va ricordato mentre particolarismi locali, abbarbicati a una lingua nota all’1% di quanti parlano quella “madre”,  rischiano di far deflagrare Stati dalla storia millenaria. Il coronamento del Risorgimento italiano è recente. Solo l’anno prossimo festeggeremo l’unione di Trento e Trieste alla madrepatria (ed evocheremo sommessamente quanto purtroppo non è più compreso nei confini politici del Paese: parte di Gorizia, l’Istria, Fiume, Pola, Zara…). La lezione di Heyriès e il Premio Acqui Storia sprovincializzano la riflessione politica: invitano a riflettere sulla visione augustea delle regioni, dell’Italia e dell’Europa, l’unità civile e culturale dell’Impero Romano.

 

Aldo A. Mola 

 

 

Pubblicato in : Cultura ed eventiTag: 1861, 20 settembre, 4 novembre, agricoltura, altare della patria, anni, asti, camera dei deputati, centenario, chiesa, classe dirigente, di pietro, dimissioni, eraclito, estero, europa, futuro, genova, germania, governo, grande guerra, italia, lega, manifestazione, medici

Info Aldo A. Mola

Nato a Cuneo nel 1943, Aldo Alessandro Mola è stato preside in alcuni licei dal 1977 al 1998. Nel 1980 riceve la medaglia d’oro di benemerito della scuola, della cultura e dell’arte. Docente di storia contemporanea all’Università degli Studi di Milano, è, dal 1986 direttore del Centro per la storia della Massoneria, e, dal 1992, contitolare della cattedra “Pierre-Théodore Verhaegen” dell’Université libre de Bruxelles.
È direttore del Centro Europeo Giovanni Giolitti, presidente del comitato cuneese dell’Istituto per la storia del Risorgimento italiano, dell’Associazione di studi sul saluzzese e del Centro studi e ricerche “Urbano Rattazzi” di Alessandria. Interessante anche il suo ultimo saggio, Mussolini a pieni voti? Da Facta al Duce. Inediti sulla crisi del 1922, da cui si scopre che la «marcia su Roma» dei fascisti in realtà non sarebbe mai avvenuta.
Editorialista del quotidiano Il Giornale del Piemonte e coordinatore editoriale de Il Parlamento italiano 1861-1992, Mola ha organizzato numerosi convegni di studi, specialmente per il Ministero della Difesa (Garibaldi, generale della libertà nel 1982, e la serie Forze Armate e Guerra di Liberazione). Direttore di collane di storia per vari editori, è, dal 1967, autore di saggi. Nel 2004 riceve il Premio alla Cultura dalla Presidenza del Consiglio dei ministri.
Monarchico, è presidente di quella Consulta dei Senatori del Regno che sostiene Amedeo di Savoia-Aosta nella disputa sulla successione, e da anni sollecita il rientro in Italia delle salme dei sovrani Vittorio Emanuele III, che è tumulata ad Alessandria d’Egitto nella Cattedrale di Santa Caterina, della moglie Elena, sepolta a Montpellier, e di Umberto II e Maria José, seppelliti ad Altacomba, in Alta Savoia.

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