Il titolo non vuol essere un allarme. Anzi. Le nuove prospettive che si aprono dal ri-avvicinamento fra il “rivoluzionario“ Emmanuel Macron e la cancelliera Angela Merkel, potranno avere per l’ Italia importanti conseguenze sopratutto nella politica mediterranea della UE. I commenti a quel vertice, finalmente propositivo, sono stati positivi. Così come l’homo economicus di Adam Smith nel perseguire i propri interessi perseguiva anche quello degli altri, Francia e Germania, visto che ambedue abbisognano di riforme, finiranno per avvantaggiare anche gli altri Stati dell’Unione. Quel vertice infatti sembra voler annunciare che qualcosa di nuovo sta avvenendo nella nostra Unione così disunita e ai commenti si sono aggiunte considerazioni interessanti per chi tenta di immaginare il futuro dell’Europa nel quadro delle attuali istituzioni della UE.
Gli euro-Scettici, dal canto loro, si rallegrano che con il vertice di Parigi la UE, oltre a prescrivere discipline di bilancio, come il MES (Meccanismo Europeo di Stabilità) e comminare sanzioni è finalmente capace di prendere decisioni per azioni concrete. Gli euro-Riformisti (gli antichi euro- entusiasti), da parte loro, stanno rivedendo alcune ipotesi fantasiose, già affacciatesi nel pieno della crisi, per rilanciare l’ Unione, ipotizzando l’ Europa “a più velocità” e l’ Europa dei “cerchi concentrici.” Come euro-Razionalisti abbiamo approvato gli esiti del vertice di Parigi, anche se temiamo che un’ Unione dominata da Germania e Francia possa esercitare una sovranità de facto sugli altri Stati membri diversamente sovrani; ipotesi questa del tutto contraria a qualsiasi aspettativa futura di unione politica di tipo federale.
Alcune recenti proposte degli euro-Riformisti ammettono che l’allargamento dell’Unione, felicemente giunto nel 20014 a 28 Stati membri, è stato un errore anche da un punto di vista geopolitico e che questo oggi rappresenti un freno ad una nuova Europa in Marcia. Gli euro-Riformisti per tale Marcia, pur non avendone identificata la direzione, le tappe ed i prevedibili esiti, hanno introdotto nel lessico politico la nuova categoria della velocità proponendo un’ Europa a più velocità. La Germania, ad esempio, viaggerebbe a 100 all’ora, la Francia a 80, l’Italia a 70, Malta e Cipro a 10; senza però l’indicazione della meta che si vuole raggiungere. Quanto agli Stati diversamente liberali-democratici, cosiddetti Visegrad (Repubblica Ceca, Polonia, Slovacchia, Ungheria), per loro si dovrebbe poter adottare un contachilometri diversamente tarato. L’altra ipotesi, che viene suggerita per un percorso integrativo dell’Unione, è quella cosiddetta dei centri concentrici: di varie dimensioni? uno dentro l’altro? senza ingranaggi? ruoterebbero parzialmente indipendenti pur osservando le regole europee ciascuno nel suo cerchio? Come tutte le idee indeterminate anche queste sono affascinanti e destinate a riempire molte pagine di architettura costituzionale europea (esiste?) ma per ora appaiono vaghe e difficilmente operative e sembrano avere il solo ruolo di nascondere il generale design failure generato dalla natura verticistica, dirigista e anti-federale del Trattato di Lisbona, pietra angolare di tutta la costruzione europea da oltre vent’anni.
Come liberali euro-Razionalisti siamo interessati agli esiti di Parigi per due ragioni: una problematica, l’altra fortemente dinamica. Da una parte temiamo che Germania e Francia, quali maggiori azionisti dell’euro-zona, nella loro strenua difesa dell’Euro (il nuovo franco- marco), nel perseguire le loro strategie non riescano a trascinare Stati con la spesa pubblica fuori controllo e alieni da necessarie riforme. L’ Italia, ad esempio, per accedere ad una crescita accettabile rischia di mettere in ginocchio interi settori che, utili o inutili, ruotano intorno alla spesa pubblica prosciugando così occupazione nel pubblico impiego.
La seconda ragione del nostro interesse come euro-Razionalisti è che Macron e Merkel, con una azione clamorosa dagli effetti internazionali dirompenti, diano finalmente esecuzione al trattato della CED (Trattato Europeo di Difesa del 27 maggio 1952) firmato e ratificato prima da sei e poi da 10 Stati (tranne la Francia) che avrebbe dovuto costituire il nucleo federale capace di assicurare una sovranità de facto a quel primo nucleo di Stati in vista di una forma adeguata e graduale di Unione politica dell’Europa. Osserviamo che quel trattato, restato inerme, è tuttora valido e poiché non fa parte del pacchetto dei trattati europei (Da Roma a Lisbona) potrebbe divenire efficace senza alcun intervento istituzionale della UE e dare vita ad un organismo di Difesa di tipo federale fra gli stati firmatari (senza azionisti di maggioranza). L’intera Unione ne avrebbe un grande rilancio e la politica estera del nuovo organismo sovrano di difesa, soprattutto quella relativa al Mediterraneo, diverrebbe imprescindibile nel quadro politico globale.
Henry Kissinger potrebbe trasmettere così ai suoi successori di avere finalmente scoperto un utile “numero di telefono” dell’Europa.
Marco Antonio Patriarca (Comitato Scientifico Società Libera)

Lascia un commento