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Papa Francesco e la dignità del lavoro

di Rosario Amico Roxas | 29 Maggio 2017

Le parole, i concetti e gli insegnamenti che Papa ha pronunciato nell’incontro  del 27 maggio agli operai dell’ILVA  di Genova, non possono essere commentate, né null’altro c’è da aggiungere. Ma non basta ascoltare le Parole  e applaudire, se non si fanno proprie le indicazioni che sono state descritte  se non appare prioritariamente la volontà di fare proprie quelle indicazioni e applicarle. Così non si tratta di aggiungere qualcosa, ma di condividere, con concetti che Papa Francesco ha “sottinteso”, poiché si rivolgeva sia agli operai che agli imprenditori .

L’odierna dialettica in campo economico-finanziario risulta contraddittoria tra le classi interessate alla dinamica del lavoro, dove la fa da padrona la convinzione vincente della priorità del mercato, frutto di un capitalismo arrogante e egoista. Emerge con prepotenza il vetusto scontro tra capitale e lavoro, quindi, detta in soldoni, tra il più forte e il più debole; se ne conosce già l’esito, sancito ormai da secoli.

Fin quando la classe operaia e gli imprenditori illuminati non prenderanno coscienza di essere i soli gestori del lavoro, senza egoismi, senza scontro di classe, convinti di possedere le sorti delle grandi potenzialità del lavoro, in perfetta sintesi e collaborazione fra le classi stesse, non potrà esserci progresso e sviluppo per tutti.

Il capitale-denaro e il capitale-lavoro hanno (e dovranno avere) un destino comune, che serva  ad  equilibrare adeguatamente il rapporto, con conseguente reciprocità di dignità.

L’uomo-capitalista e l’uomo-lavoratore hanno questo comune denominatore, essere uomini,  che li assimila, ma vengono tenuti separati da interessi corporativi che nulla hanno a che vedere con le reali esigenze delle parti.

La finanza creativa inventata da governi assoggettati alla logica capitalistica, unitamente alla programmazione liberista, fatta per dividere e non per unire, ha fornito tutti i mezzi possibili alla finanza improduttiva e parassitaria, mortificando il lavoro con la precarietà. Ha generato una ignobile “asta pubblica” del lavoro, ma al ribasso, per sfruttare ulteriormente lo stato di necessità, che impone e obbliga di accettare le condizioni più vessatorie, pur di poter lavorare.

La collaborazione tra le classi non deve restare nel limbo delle intenzioni o delle ipotesi astratte, ma deve diventare la sola meta da perseguire:l’umanesimo del lavoro.

La Democrazia   trova  nella società civile e democratica la fonte della sua convinzione che il lavoro costituisce una fondamentale dimensione dell’esistenza umana. Oggi più che mai lavorare è un lavorare con gli altri e un lavorare per gli altri: è un fare qualcosa per qualcuno. Il lavoro è tanto più fecondo e produttivo, quanto più l’uomo è capace di conoscere le sue potenzialità produttive  e di leggere in profondità i bisogni dell’altro uomo, per il quale il lavoro è fatto.
L’attività umana individuale e collettiva, ossia quell’ingente sforzo col quale gli uomini nel corso dei secoli hanno cercato di migliorare le proprie condizioni di vita corrisponde al disegno dell’uomo, alla sua storia, al suo destino.

L’uomo deve soggiogare i mezzi di produzione e non restarne soggiogato,  deve dominare il progresso, perché non arrivi a contrastare lo sviluppo.  Come persona, l’uomo è quindi soggetto del lavoro. Come persona egli lavora, compie varie azioni appartenenti al processo del lavoro; esse, indipendentemente dal loro contenuto oggettivo, devono servire tutte alla realizzazione della sua umanità, al compimento della vocazione ad essere persona, che gli è propria a motivo della stessa umanità.
L’uomo deve lavorare per riguardo agli altri uomini, specialmente per riguardo alla propria famiglia, ma anche alla società, alla quale appartiene, alla nazione, della quale è figlio, all’intera società umana, di cui è membro, essendo erede del lavoro di generazioni e insieme co-artefice del futuro di coloro che verranno dopo di lui nel succedersi della storia.

Tutto ciò costituisce l’obbligo morale del lavoro, inteso nella sua ampia accezione.

 

Rosario Amico Roxas

Pubblicato in : Primo pianoTag: capitalismo, figlio, futuro, genova, lavoro, mercato, nazione, processo, sviluppo

Info Rosario Amico Roxas

La parte più significativa della mia vita lavorativa l’ho trascorsa in Tunisia, quale consulente presso il locale ministero per lo sviluppo economico. Dopo 15 anni di Tunisia, avendo anche girato in lungo e in largo per l’Africa settentrionale e sub-saharana, nonchè Vicino Oriente, ho conosciuto profondamente l’Islam e la mentalità araba, elementi che hanno rafforzato taluni convincimenti appresi nei miei studi di filosofia a La Sapienza di Roma, ai tempi di U. Spirito, Lombardi, G. Calogero etc.etc. In Tunisia, a seguito del lavoro svolto al ministero, sono stato incaricato di tenere alcuni corsi di marketing sociale, presso l’Università La Mannouba.
Mi sono occupato, anche con pubblicazioni, del Magistero sociale della Chiesa, con analisi dettagliate di varie encicliche.
Adesso a 74 anni, faccio il nonno in servizio permanente effettivo, anche se non disdegno di scrivere ciò che penso, con la speranza di essere utile a qualcuno, senza nuoceve a nessuno.

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