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SOCIALISTI IN MOVIMENTO, LA PAROLA E LA COSA (un contributo al dibattito di Alberto Benzoni)

di Alberto Benzoni | 9 Aprile 2017

Noi socialisti soffriamo di una forma acuta di nominalismo. Pensiamo o ci illudiamo che evocare di continuo il socialismo sia sufficiente per farlo riemergere. Abbiamo creduto, o voluto far credere che dare allo Sdi il vecchio nome di Psi bastasse a trasformare la creatura asfittica nata nel 1994 in un autentico partito socialista anziché nel cliente sempre più bonsai del protettore di turno che è successivamente diventata.

Il nome è invece una cosa seria. Una responsabilità gravosa in vista di un obbiettivo che è doveroso cercare ma che è tutt’altro che facile da raggiungere.
E questo vale per noi. Perché “Socialisti in Movimento” è, oggi come oggi, una pura e semplice dichiarazione d’intenti: a meno di avere un gruppo dirigente in grado di chiarire a chi vorrà ascoltarlo da dove si parte, dove si vuole arrivare e, cosa ancora più importante, i passi necessari (anche se non automaticamente sufficienti) per raggiungere la meta prefissata.
Ci si avvia per un viaggio di sola andata. Una cosa psicologicamente non semplice; per cui è necessario che ognuno dei viaggiatori faccia i conti con quello che lascia dietro di sè e in modo definitivo.
Noi dobbiamo lasciare dietro di noi tutto il nostro passato. E per ragioni non solo psicologiche e personali; ma anche e soprattutto collettive e politiche.
Basta distribuire santini (che poi, gira che ti gira, si riducono al sempiterno Pertini). Basta litigare su Craxi e la sua eredità (figura indimenticabile il primo ma del tutto inapplicabile, oggi, la sua strategia politica). Basta rimproverarci a vicenda i nostri vari errori (anche perché nessuno di noi è in grado di scagliare la prima pietra). Basta coltivare verso il Pd rancori figli dell’impotenza e inveire contro Nencini sperando di farlo sparire. E potrei continuare: basti dire che nel nostro vissuto di questi anni non c’è quasi nulla, che ci aiuti nel nostro percorso futuro.
E, scusate con l’ardire, basta con il Psi. E, attenzione, non solo con quello di Nencini; perché Nencini, fatte le debite proporzioni, non è che la replica su scala ridotta di Renzi: un signore che porta alla sue estreme conseguenze, la deriva avviata, venticinque anni fa, con la nascita della seconda repubblica.
Fino al 1976, il ruolo del Psi, per Nenni come per Lombardi era ancora quello di Turati: essere una strumento al servizio della crescita della democrazia e del movimento dei lavoratori. Nel craxismo ci sarà poi il “sacro egoismo dei socialisti” all’insegna del danaro e del potere, ma rimarrà, almeno in Craxi e nel suo gruppo dirigente l’obbiettivo primario di concorrere al rinnovamento della sinistra.
Dopo il crollo, impraticabile il vecchio ruolo politico e noi incapaci di costruirne un altro, obbiettivo del partito sarà la pura e semplice sopravvivenza della comunità. Intendendo per tale prima la diaspora socialista poi i quadri nazionali e locali, poi i soli quadri nazionali, poi una parte sempre più piccola di questi ultimi. Nella sequenza politica, prima l’orgoglio socialista, poi il concorso esterno con i socialisti nel ruolo di succhiaruote, poi la ricerca di un partito protettore, infine il rapporto cliente/padrone al servizio di una sola persona.
E allora il “basta con il Psi”non può significare soltanto il transitare da un protettore all’altro, sempre all’insegna dell’autotutela di questo o di quello; significa porci, tutti, a servizio di una causa: quella del socialismo e della democrazia.
Rompere con il passato bosellian-nenciniano ha anche un significato politico che va molto al di là delle nostre piccole miserie. Perché è parte di un processo oggi in atto in tutta Europa. In Francia come in Spagna, in Gran Bretagna come in Olanda e negli stessi Stati uniti; da una parte gruppi dirigenti portati a formalizzare, anche politicamente, anche a prezzo della rottura con il partito, l’alleanza tra socialisti e èlites liberiste, con le relative strategie di politica economica e sociale, dall’altra coloro che intendono opporvisi. E non in nome, come ci racconta l’ottimo Del Bue,  di un massimalismo o di un “socialismo obsoleto” ma di una “socialdemocrazia reale” che è, oggi, più attuale che mai.
I “socialisti in movimento” partono, dunque, da una duplice, totale discontinuità. Con l’autoreferenzialità, oltre tutto di basso livello, per cui il nostro collettivo era una specie di cooperativa al servizio dei suoi membri. E con il moderatismo da quattro soldi che ci vedeva collocati in una specie di terra di nessuno tra il Pd e Berlusconi.
Quello che ci lasciamo dietro è dunque evidente; e tale anche da illuminare, anche se solo parzialmente, il nostro percorso futuro. Siamo al servizio di un disegno e non di noi stessi; e questo disegno ha a che fare con la costruzione di un’area politico-sociale di opposizione rispetto ai poteri dominanti e alle politiche da questi praticate nel corso di questi ultimi decenni.
Si tratta, però, a questo punto, di capire, che dico, di condividere nel profondo le ragioni che impongono la presenza autonoma di un soggetto politico socialista all’interno di questo processo. Detto in parole povere perché pensiamo di essere necessari?
Perchè ci chiamiamo socialisti? Per le nostre forze? Perché, secondo la vecchia mentalità Pci, il socialista buono serve a qualificare l’ambiente così come il pianoforte nelle dimore borghesi dell’ottocento?
In verità sta a noi, e non ad altri e men che meno ai compagni ex Pci, stabilire non solo le ragioni ma anche l’importanza della nostra presenza nell’area dell’opposizione non solo al renzismo ma anche e soprattutto all'”ordoliberismo del pensiero unico”.
Stiamo lì perché intendiamo contribuire culturalmente, ma anche politicamente, alla costruzione di un socialismo largo. E cioè ad un’area di opposizione che superi i limiti e le remore che l’hanno sinora caratterizzata, reintrucendo e valorizzando i temi del garantismo, della democrazia civica e di base e di un nuovo internazionalismo.
Questo dobbiamo dire, pubblicamente e al più presto possibile, ai nostri interlocutori ma anche ai nostri compagni. Solo così, solo con questa consapevolezza, essi saranno in condizione di muoversi. Aspettare che questo processo possa partire, in tutta Italia, sulla base delle iniziative di questo o di quello, o di questo o quell’evento elettorale o sociale è pura illusione e scarico di responsabilità.
Una linea da definire e da esplicitare al più presto: perché, in assenza di questa, prevarranno l’abitudine e la continuità: quella che ha portato sinora i socialista alla ricerca di nuove sistemazioni e di nuovi protettori. Una linea personalmente perseguibile e nient’affatto peccaminosa; ma che con la prospettiva di un futuro collettivo non ha proprio nulla a che fare.

Alberto Benzoni

Pubblicato in : EditorialeTag: anni, berlusconi, conti, craxi, democrazia, egoismo, europa, francia, futuro, gran bretagna, importanza, italia, movimento, Nencini, olanda, opposizione, partito socialista, pd, processo, psi, renzi, repubblica, sdi, seconda repubblica, socialismo

Info Alberto Benzoni

Nato nel 1935. Ha lavorato all’ufficio Studi e Internazionale dell’Iri. Nel Psi dal 1957. Vice sindaco di Roma dal 1976 al 1981. Autore di testi sulla storia del movimento socialista in Italia e, in particolare, sull’esperienza craxiana. Ha scritto anche, con la figlia Elisa, “Attentato e rappresaglia – il Pci e via Rasella” e “Le vie dell’Italia”. Si è interessato collaborando a varie riviste, di problemi di politica internazionale.

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