Dopo il grosso successo al botteghino americano (uscito nel periodo di Natale ha incassato 163 milioni di dollari a fronte dei 25 costati) l ‘8 marzo è arrivato nelle nostre sale il film sulle tre scienziate americane che, nella Virginia fieramente sessista e segregazionista, contribuirono a mandare in orbita i primi astronauti.
Il genio non ha colore, se sei un genio, se i numeri sono iscritti nel tuo DNA, se ci sai ‘lavorare’ puoi fare tutto ed è quello che faranno Katherine Johnson, Dorothy Vaugan e Mary Jackson che lavoreranno non solo alla Nasa ma si daranno da fare per il riconoscimento dei diritti civili dei “colored” e per il diritto di “contare” delle donne.
Il titolo originale “Hidden Figures” (letteralmente Persone nascoste) ha un doppio senso che, per una volta viene conservato anche nel titolo italiano. Figures in inglese ha un doppio significato “cifre” ma anche “persone” e quindi “contare” i numeri, ma anche contare come persone. Merito del regista è quello di aver, in un certo senso, sdoganato una pagina sconosciuta della storia americana degli anni ’60, portando alla luce quelle “persone nascoste” e raccontando la loro storia. Storia che solo la vita poteva scrivere come una sceneggiatura. Tre scienziate quindi con un paio di difetti in quella Virginia che solo sessanta anni fa era convintamente e orgogliosamente fiera di essere segregazionista: sono donne e sono di colore.
Senza i calcoli di Katherine Johnson sarebbe stata scritta un’altra storia , ma negli anni Sessanta due sogni si incontrano : la volontà e la genialità di Katherine che sa e vuole contare e la voglia di Kennedy che non vuole perdere la conquista dello spazio.
Sarà grazie ai suoi calcoli che gli Stati Uniti potranno piantare la bandiera a stelle e strisce sul suolo lunare.
“Nostro compito è quello di trovare il genio assoluto, fra altri genii”, dice Al Harrison (Kevin Costner) ad uno dei suoi recalcitranti collaboratori che mal sopporta di lavorare accanto a Katherine , fiero del essere geniale, maschio e bianco.
Il film inizia con una Katherine bambina che vede “quello che ancora non c’è” (in un virato seppia le figure geometriche di una vetrata si animano e diventano tridimensionali ) e sarà quello che continuerà a fare per tutta la vita, “guardare al di là quello che nessuno ancora vede, ma lei sa che è già lì”.
Il film non vuole essere una denuncia, non usa toni drammatici e anche quando Katherine percorre di corsa un km ogni volta che ha bisogno di usare il bagno (non ci sono bagni per i “colored” nel settore dove lavora ) la scena è stemperata da un leggero tono di commedia e quando alla fine esplode la sua indignazione, solo perché rimproverata per le lunghe assenze (40 minuti ogni volta) sarà il suo diretto coordinatore Al Harrison a vergognarsi e sbottare “ …alla Nasa la pipì è tutta dello stesso colore…”
Tre storie personali inserite nel contesto più grande della storia della vita: la conquista dello spazio e la questione razziale . “io non ce l’ho con voi…” (sottinteso neri) afferma Kirsten Dunst e Octavia Spencer (Dorothy Vaugan) risponde sorridendo “Lo so, so che è quello che lei crede, signora” .
La storia è vera ma il film si è preso delle libertà: il personaggio di Kevin Kostner essendo la sintesi di tre persone diverse non esiste, il cartello “Colored Computers” è vero. Già dal 1943 alla Nasa donne di colore lavoravano in locali a loro destinati a controllare, fare e rifare calcoli, quasi veri e propri computer umani.
Vera è la richiesta di Gleen Powell che i calcoli venissero controllati da “quella ragazza”(Katherine Johnson ) che aveva avuto modo di apprezzare in una delle riunioni sul calcolo delle orbite.
Non è vera la storia del bagno. La stessa Katherine Johnson, in una intervista ha dichiarato di aver sempre usato il bagno dei bianchi senza crearsi tanti problemi.
E la storia funziona grazie anche all’ottimo team delle attrici/scienziate.
Il film finisce con il rientro trionfale di Gleen Powell dallo spazio e la luna a portata di volo. Le tre scienziate continuarono a lavorare alla Nasa. La Vaugan divenne esperta di un importante linguaggio di programmazione, Jackson (prima donna ingegnere laureata in una scuola per bianchi) continuò il suo lavoro di ricerca fino al 1985. La Johnson calcolò anche le traiettorie per Apollo 11 e Apollo 13. E’ l’unica ancora in vita ed era presente agli ultimi Oscar dove il film era candidato quale miglior film, miglior sceneggiatura non originale mentre Octavia Spencer era candidata quale attrice non protagonista.
Maria Rita Monaco

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