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Perché i Cinque Stelle non convincono

E’ venuta davvero a noia l’attitudine dei Cinque Stelle a fissare obiettivi mitici ed assolutamente irrealistici.

di Livio Ghersi | 20 Marzo 2017

Il voto del Senato riguardante il senatore Augusto Minzolini ha suscitato le vibranti proteste del Movimento Cinque Stelle. Dico subito che, avendo ascoltato la diretta del dibattito parlamentare (tramite Radio Radicale) e, in particolare, l’autodifesa di Minzolini, non trovo nulla di scandaloso nel modo in cui il Senato ha votato.

La discussione ha riguardato, tra l’altro, un argomento che si trascina da troppo tempo e che, effettivamente, compromette non poco la credibilità della funzione giudicante nel nostro ordinamento. Un appartenente all’ordine giudiziario può pure impegnarsi in politica, farsi eleggere a cariche elettive, ricoprire importanti incarichi di governo e di sottogoverno. Deve essere chiaro, però, che dopo che ha così varcato il Rubicone, con la magistratura ha chiuso. Non può, dopo dieci, vent’anni, d’intenso impegno politico, ritornare a fare il giudice come se nulla fosse; esercitare funzioni inquirenti (ufficio del Pubblico ministero), e, meno che mai, giudicanti. Tutto questo non deve essere possibile perché il giudice, una volta diventato politico, perde i requisiti fondamentali che devono connotare il mestiere di magistrato: essere, ed apparire, “terzo” ed imparziale rispetto alle parti processuali. Non si tratta soltanto di consentire al cittadino di ricusare nel processo il giudice che considera non imparziale, perché magari questi ha avuto rilevanti responsabilità in un partito avverso all’orientamento in cui si riconosce quel cittadino medesimo. Non basta: perché la storia personale di un giudice potrebbe non essere nota alle parti di un processo. Deve essere l’ordinamento giuridico a farsi carico dell’esigenza oggettiva che un giudice, che si è caratterizzato politicamente, non possa più appartenere all’Ordine giudiziario. Se non ha ancora maturato la pensione, si assegni quel giudice ad un amministrazione ministeriale; è stato vincitore di un pubblico concorso e, quindi, lo si deve presumere idoneo a lavorare per la burocrazia dello Stato. Certamente, non lo si assegni al Ministero dell’Interno, che può trattare questioni molto delicate: meglio ai Beni culturali, o alla Pubblica Istruzione, o all’Ambiente. Insomma, occorre una legge che, una volta per tutte, metta fine ad un andazzo indecente e stabilisca un punto fermo. Nell’interesse superiore di un reale ed efficiente bilanciamento tra i diversi poteri dello Stato.

Si rammenti che la Costituzione della Repubblica italiana, all’articolo 98, terzo comma, così recita: «Si possono con legge stabilire limitazioni al diritto d’iscriversi ai partiti politici per i magistrati, i militari di carriera in servizio attivo, i funzionari ed agenti di polizia, i rappresentanti diplomatici e consolari all’estero». Ciò significa che i Costituenti si preoccuparono di garantire l’esigenza che i pubblici funzionari chiamati a disimpegnare le più rilevanti funzioni dello Stato (giudiziaria, della difesa, dell’ordine pubblico, dell’attività diplomatica) non avessero una caratterizzazione politico-partitica: proprio perché chi è al servizio della Repubblica, secondo la sua Costituzione e le sue leggi, è al servizio di tutti i cittadini e non deve essere minimamente sospettato di fare gli interessi di questa, o quella, parte. Se, pertanto, si può, con legge, arrivare alla misura più grave (limitazione del diritto costituzionale di concorrere alla politica nazionale iscrivendosi ad un partito politico), allora, tanto più, la legge può stabilire requisiti oggettivi a proposito della perdita, da parte di un magistrato, delle caratteristiche di imparzialità e terzietà, con il conseguente suo impiego in uno dei Rami dell’Amministrazione dello Stato, nella parte residuale della sua attività lavorativa prima di maturare il trattamento di quiescenza, ma rigorosamente al di fuori dell’Ordine giudiziario.

Eravamo però partiti dalle proteste dei Cinque Stelle. I quali confermano una visione un pò rozza delle relazioni che possono instaurarsi tra indagini giudiziarie e politici coinvolti. Le indagini sono sempre fondate e mai perseguono strumentalmente l’obiettivo di danneggiare politicamente qualcuno. Basta crederci ed esserne convinti. I Cinque Stelle sembrano disposti ad affermare questo criterio ed a tenerlo fermo comunque, “perinde ac cadaver”. Sembra a me, invece, che, nella generale crisi della nostra Repubblica, si ponga anche il problema di una Magistratura che, complessivamente, non offre più sufficienti garanzie di terzietà e di imparzialità; cosicché si ponga l’esigenza, in questo campo, di riaffermare e ripristinare i principî basilari dello Stato di diritto.

Dovrebbe sorprendere che un politico che al momento ha rilevanti responsabilità istituzionali (la carica di vicepresidente della Camera dei deputati), si metta a straparlare di manifestazioni popolari contro il Parlamento, che potrebbero essere violente, in risposta ad episodi come quello che ha riguardato il senatore Minzolini. In passato, qualche giornalista ha tessuto le lodi del deputato Cinque Stelle Luigi Di Maio: tanto intelligente, tanto preparato, a dispetto della sua giovane età. Si sarebbe trattato di una promessa per un luminoso futuro della Repubblica. Certo, chi ha frequentato le scuole, quando erano un po’ più serie di adesso, sarà rimasto perplesso nel sentire il predetto Di Maio citare il dittatore Pinochet, collocandolo però non in Cile, ma in Venezuela.

Tutti possono commettere un errore, si dirà. Vero. Così come bisogna tenere sempre nella massima considerazione la regola socratica secondo cui “saggezza è sapere di non sapere”. Desidereremmo però che i politici, massimamente quanti ricoprono responsabilità di governo, ma anche tutti i parlamentari, fossero persone serie. Serietà significa, in primo luogo, pesare le parole, attribuendo loro l’importanza che hanno. Il politico cialtrone è, invece, un “orecchiante”, il quale non ha il tempo (né la voglia) di leggere e di approfondire, ma si avventura in dichiarazioni pubbliche argomentando in base a conoscenze che non padroneggia.

Conoscere per deliberare, insegnava Luigi Einaudi. Per risolvere qualunque problema sociale bisogna studiarlo approfonditamente, comprenderne le cause, valutare gli interessi sociali in gioco, proporre soluzioni nel merito, concretamente percorribili. Non so se sono più intollerante di altri, ma a me, francamente, è venuta davvero a noia l’attitudine dei Cinque Stelle a fissare obiettivi mitici ed assolutamente irrealistici (trascurando quisquilie come la copertura finanziaria dei provvedimenti, ossia dove si trovano le risorse per finanziare le spese proposte). Soprattutto, mi è venuto a noia il loro atteggiamento: dire male di tutti, essere sempre indignati, sempre sopra le righe, sempre con la bava alla bocca. Un atteggiamento che rifiuto per motivi estetici, prima che politici.

Come tutti i fanatici, non sanno che quanti non la pensano come loro possono avere convinzioni saldissime. Che le “forze tranquille” non necessariamente si lasciano intimorire dalle minacce e dalle grida delle forze scomposte.

Ci sarebbero tante altre questioni di grande rilevanza da affrontare. Ad esempio, il fatto che i Cinque Stelle si pongano nel solco di quanti sostengono la “giuridificazione della politica”, ossia che ogni questione possa essere risolta stabilendo regole. In realtà, senza scomodare il senso storico, basta un elementare senso della realtà per comprendere come la politica non possa interamente risolversi nel diritto. Lasciamo loro il trastullo di gridare sempre e comunque contro l’effettiva, o supposta, violazione delle regole. Ci sono talmente tante regole che una violata, o disattesa, si trova sempre.

Ho già accennato ad altre questioni in passato: la sfiducia dei Cinque Stelle nei confronti della democrazia rappresentativa (quindi, nei confronti dell’Istituto parlamentare), in nome di una mitica democrazia diretta che, ovviamente, se generalizzata, non può funzionare. L’obbedienza al capo, che si traduce nella emarginazione e nella espulsione dei dissenzienti; atteggiamento intollerabile per chi abbia una formazione liberale. La volontà di rendere i parlamentari altrettanti “burattini”, i quali dovrebbero sottostare alla disciplina di partito e votare come dice loro il capo; il che significa chiedere l’eliminazione del principio costituzionale del divieto di mandato imperativo per i parlamentari. Principio che io, invece, difendo. Infine, questione minore, ma non trascurabile: la dimostrazione che i Cinque Stelle hanno dato di essere pur capaci di un machiavellismo d’accatto in materie come la legge elettorale. É la legge n. 52/2015 (il cosiddetto “Italicum”) piena di magagne, che non potevano essere risolte dalla pronuncia della Corte Costituzionale? La risposta è, senza incertezze, sì. E, tuttavia, i Cinque Stelle, dopo essersi opposti con gli argomenti più radicali ed i toni più accesi, a quella legge, durante il suo iter parlamentare, oggi la difendono: perché si sono convinti che la proporzionale convenga loro. Mentre temono che se fossero ripristinati i collegi uninominali, come previsti dalle leggi elettorali del 1993, la loro rappresentanza parlamentare sarebbe fortemente ridimensionata. Il che non è necessariamente vero, perché con il sistema maggioritario prevalgono nei collegi le formazioni politiche che hanno un migliore insediamento territoriale. Ma si tratterebbe di affrontare il rischio, di accettare fino in fondo la logica della concorrenza politica. Almeno in questo, i Cinque Stelle sono profondamente italiani: preferiscono la logica di protezione del loro orticello.

 

Livio Ghersi

Pubblicato in : EditorialeTag: amministrazione, anni, camera dei deputati, collegi uninominali, corte costituzionale, costituzione, crisi, democrazia, dittatore, finanziaria, futuro, governo, importanza, indignati, legge elettorale, luigi einaudi, magistratura, merito, movimento, ordine pubblico, orientamento, parlamento, partiti politici, pensione, persone

Info Livio Ghersi

Livio Ghersi, laureato in giurisprudenza, è stato funzionario dell’Assemblea regionale siciliana, con la qualifica di Consigliere parlamentare. Oggi, pensionato, si dedica a studi di storia, filosofia, teoria politica.

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